IN MEMORIA DI DON ORESTE BENZI
CARISSIMI “Fratellini”, don Oreste chiamava così voi della “Papa Giovanni”, e così io mi rivolgo a tutti e a ciascuno di voi. Vi leggo negli occhi e nel cuore due domande. La prima è: perché don Oreste è morto proprio alle due di notte del 2 novembre? Questa domanda me la sono fatta pure io, da subito, quando venerdì mattina - era ancora buio - mi sono ritrovato davanti alla salma appena composta di Don Oreste.
Mentre si pregava insieme con don Nevio e don Elio e altri amici, nella sua cameretta, mi veniva da pensare: certo, il Signore ha scelto una bella giornata per chiamare alla pace dei giusti questo servo buono e fedele la giornata della commemorazione di tutti i defunti ma, visto che c’era, non poteva chiamarlo appena qualche ora prima, quando era ancora la giornata di tutti i Santi?
Mentre riflettevo tra me e me, mi è venuto di immaginare una storia tipo questa.
Erano anni che Don Oreste si stava letteralmente consumando, per amore di Gesù povero, a favore dei tantissimi poveri che lui andava incontrando in tutto il mondo. La notizia della sua bontà eroica, ma anche della sua grande fatica dev’essere arrivata anche in paradiso. Il primo ad averla portata sarà stato senz’altro don Tonino Bello, un altro innamorato del Signore e grande amico di don Oreste. E io immagino che don Tonino, quando si sarà presentato davanti al Signore deve avergli subito detto: “Signore, c’è un nostro amico laggiù, don Oreste Benzi. L’ho visto stanco e affaticato, vedi di dargli subito il meritato riposo”. E il Signore avrà risposto: “Grazie, don Tonino. Ci penso io: non è ancora giunta la sua ora”.
Poi deve essere salita su madre Teresa di Calcutta, il 5 settembre del 1997. E lì, la stessa raccomandazione: “Signore, ho incontrato don Oreste, non ce la fa più! Dagli il meritato riposo”. Il Signore avrà risposto: “Madre Teresa, grazie. Però, non è ancora giunta la sua ora”.
Poi è salito Helder Camara, e ancora la stessa preghiera, e la stessa risposta.
Nel frattempo, in cielo si andava formando la beata compagnia dei nostri fratelli riminesi. Dopo Alberto Marvelli e Carla Ronci, sono saliti su in paradiso Anna Masi, Lella Ugolini, Sandra Sabattini, Caterina Gambuti, Dario Beltrambini. E io immagino che pure loro abbiano parlato al Signore di don Oreste, e gli avranno fatto la stessa richiesta, e penso che avranno avuto la stessa risposta: “Non è ancora giunta la sua ora”.
Ma le cose devono essere cambiate quando è salito su in cielo Giovanni Paolo II, il quale ha prima organizzato una raccolta di firme di tutti i Santi, poi ha preso la scorciatoia....
Non si è presentato al Signore, ma è andato da sua Madre e deve averle detto: “Ecco, qui c’è una petizione firmata da tutti i Santi a favore di don Oreste. Non ce la fa più. Madre Santa – avrà insistito Giovanni Paolo – intercedi presso tuo Figlio. Digli che la giornata più bella per far venire su don Oreste è la festa di tutti i Santi.” Secondo me don Oreste deve aver percepito che si stava decidendo per lui l’ultimo appuntamento. E allora l’ultima sua preghiera dev’essere stata: “Signore, come faccio a venire su adesso? Devo andare ancora in Brasile e ho tanti altri viaggi da fare. Fammi fare arrivare almeno all’ultimo Natale quaggiù”. A questo punto ci si sarà messa di mezzo Maria, che avrà detto: “Don Oreste, guarda, qui ci sono le firme di tutti i Santi!”. Lui avrà obiettato: “No, ti prego, Madonnina, venire su il giorno di tutti i Santi... Troppo onore per me! Fatemi venire il giorno di tutti i defunti”. Maria deve aver avuto un momento di perplessità, perchè da una parte c’erano le preghiere di tutti i Santi, dall’altra solo don Oreste. Uno contro tutti... Ma poi si sarà subito rivolta allo Spirito Santo e avrà risolto il problema “giocando” sul fuso orario. “Facciamo così: combiniamo per le prime ore del 2 novembre. Così a Rimini, alla Grotta Rossa, saranno appena le 2, ma nelle altre comunità della ‘Papa Giovanni’ – quelle del Brasile, dell’Argentina - sarà ancora il 1 novembre. Così tutti saranno felici e contenti”.
Ora, cari “Fratellini”, devo cercare di rispondere alla seconda domanda: qual era il segreto di Don Oreste? Provo a dirvelo con un sogno. In questi giorni, dopo la santa morte di don Oreste, sono andato a rileggermi un libro che mi è molto caro, intitolato Oscar e la dama in rosa: narra la storia di un bambino malato di leucemia, che sa di essere ai suoi ultimi giorni di vita e che per la prima volta fa l’esperienza dell’incontro con il Crocifisso. Sarà per don Oreste appena morto, sarà per le pagine di quel libro ripreso tra le mani prima di addormentarmi, nella notte ho sognato il piccolo Oscar che mi raccontava la sua scoperta di Gesù, proprio grazie a Don Oreste.
Don Oreste mi ha vestito come se si partisse per il Polo Nord, mi ha preso fra le sue braccia e mi ha accompagnato alla cappella che si trova in fondo al parco dell’ospedale, oltre i prati gelati.
È stato un colpo quando ho visto la statua del Crocifisso, quasi nudo, magro magro sulla croce, con delle ferite dappertutto, con il volto sanguinante sotto le spine e la testa che non stava nemmeno più sul collo. Mi ha dato da pensare. Mi sono sentito rivoltare. Se fossi Dio, io non mi sarei lasciato ridurre a quel modo.
- Don Oreste, sia serio: lei che è un prete tanto buono, come fa a fidarsi di quello lì?!
- Perché, Oscar? Daresti più credito a Dio se vedessi un culturista con la pelle unta d’olio, i capelli corti e i muscoli gonfi che ne fanno risaltare la potenza ? Rifletti, Oscar, a chi ti senti più vicino? A un Dio che non prova niente o a un Dio che soffre?
- A quello che soffre ovviamente. Ma se fossi lui, se fossi Dio, se come lui avessi i mezzi, io avrei evitato di soffrire.
- Ascolta, Oscar. Guarda meglio il suo viso. Osserva: sembra che soffra?
- No, non sembra che abbia male. Ma è curioso, ha il viso buono come il tuo e anche il tuo sorriso gli somiglia tanto.
- Vedi, Oscar, bisogna distinguere: c’è la croce come violenza e c’è la croce come amore: la violenza la si subisce, l’amore lo si sceglie. E’ l’amore quello che ci salva”.
La scoperta che Don Oreste aveva fatto fin da bambino è stata quella dell’amore di Gesù. Ha sempre creduto che la fede cristiana non è una serie di idee vaghe e complicate: è una persona, Cristo; è la storia della sua croce e risurrezione. Ha sempre creduto e predicato con le parole e con gesti coerenti e concreti il cuore della fede: ciò che ha reso capace di salvezza lo sconfinato dolore di Gesù è stato l’amore con cui ha trasformato la violenza di una condanna totalmente ingiustificata in una dedizione totalmente gratuita. Gesù con la sua sconfinata bontà ha trasfigurato la crudeltà in amore, ha convertito l’odio in perdono. “Avendo amato i suoi discepoli che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1), cioè fino al limite estremo dell’amore. Non c’è infatti amore più grande: se è un grande amore quello di fare del bene alle persone amate, è amore ancora più grande quello di soffrire per loro. Per sapere quindi quanto Gesù ci ama, basta vedere quanto ha sofferto! E per sapere quanto ci ama Dio, basta vedere quanto ci ama Gesù: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16).
Tutta la vita di Don Oreste si è svolta alla luce di questa scoperta: i suoi oltre 15 anni come padre spirituale in seminario, gli anni dedicati all’insegnamento della religione e all’assistenza dei giovanissimi di Azione Cattolica, i lunghissimi anni come parroco e soprattutto come fondatore e animatore della comunità “Papa Giovanni”. Tutta la straordinaria, infaticabile opera di Don Oreste – a favore della vita non ancora nata, dell’umanità emarginata, umiliata e calpestata, a favore della pace e del rispetto dei diritti umani, a cominciare da quello della libertà religiosa tutto ha avuto come unico fine e scopo: fare di Cristo il cuore del mondo, e per questo farne il centro del nostro cuore.
L’amore di Dio è stato il segreto della vita di Don Oreste. Ecco come lui stesso ne parla nel commento preparato per il vangelo proprio di questa giornata, che abbiamo appena proclamato:
“Non lasciarti inquinare dal calcolo di quanto puoi guadagnare o perdere negli atti che compi, chiediti solo quanto puoi amare gratuitamente. Meno ricevi, tanto più sei gratuito; tanto più sei figlio di Dio che ama gratuitamente. Dio quando ci ha creati non ha pensato a quanto avrebbe guadagnato creandoci. Egli invece ha pensato a quanta gioia ci avrebbe donato. Così non pensare a quanto puoi ricevere, ma pensa a quanta gioia dai perché sei stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Il segno che sei in questa ottica è l’invitare alle tue feste i ciechi e gli storpi, tutti coloro che non ti possono dare il contraccambio” (Il Pane quotidiano).
Ma ora dobbiamo, soprattutto noi adulti, cercare di sfuggire alla tentazione di una lettura “buonista” della vita di don Oreste. Per questo non ci resta che imboccare la strada di una interpretazione “profetica” della sua vita e del suo messaggio, tentando di vedere cosa ci vuol dire il Signore attraverso don Oreste: don Oreste profeta e messaggero di Dio. E per evitare letture accomodanti, non ci resta che prendere di peso, sine glossa, i suoi appelli più insistenti e provocanti.
Ecco un fascio di alcuni messaggi rivolti a noi, fratelli nella fede:
“Il nemico del bene comune è… siamo noi cattolici. In che senso? Ovunque ci si gira, si è persa, si è sbriciolata e poi scomparsa la coscienza di essere popolo di Dio, con una missione di salvezza da portare” (Pisa, 19 ott. u.s.).
“Coloro che organizzano nella Chiesa le opere di carità e non vivono la relazione d’amore con Dio, diventano impiegati della carità: è un pianto. L’amore di Cristo ci spinge a convertirci da impiegati a innamorati di Cristo per portare la salvezza a tutti” (Il Pane quotidiano, nov.-dic. ‘07, p. 63).
Per la sua comunità:
“Se venissi interrogato se Cristo ha forza sì o no nel cambiamento di vita delle sorelle e dei fratelli della Comunità, direi che in certi fratelli e sorelle non ha forza, perché non è presente nella loro vita e quindi non influisce; in altri è tanto forte quanto il rimorso di non viverlo; in altri ha fatto tanta presa che il modo di vivere è solo quello di Gesù. In altri si vede bene che chiunque è in Cristo è una nuova creatura: l’uomo vecchio non c’è più”.
Ma don Oreste ha parlato e continua a parlare anche alla comunità politica:
“L’interesse di partito, l’interesse del potere, l’interesse delle stanze dei bottoni e tutto ciò che è collegato ad esso è diventato la coscienza pratica e attuativa, e così si ha il tradimento della rivoluzione cristiana, come dice Benedetto XVI, della rivoluzione di Dio. (…) Oggi 100mila donne sono tenute sotto sfruttamento in Italia. Vergogna! Perché viene mantenuto un massacro, un orrore simile? Non si vuole perdere il voto di milioni di clienti…”. (Pisa, 19 ott. u.s.)
Questo messaggio però riguarda anche i cittadini:
“Come potete voi italiani scandalizzarvi della tratta delle schiave romene quando sono italiani coloro che pagano per possedere delle ragazzine di 14 anni?”.
Ma, per concludere, ritorniamo al cuore della vita e dell’opera di Don Oreste. Come Gesù, Don Oreste non si apparteneva: quanto si sentiva di appartenere a Dio, tanto sentiva di appartenere ai poveri. Era tanto vicino a tutti, quanto era distaccato da tutti. Ed era tanto più unito a tutti, quanto più era unito a Dio. Ascoltiamo ancora le sue parole:
“Per stare in piedi, bisogna stare in ginocchio, perché sa stare del tutto con i poveri chi sa stare del tutto con il Signore”.
Ora riprendiamo a pregare.
“Donaci, Signore, Don Oreste come fratello che ci accompagni nel nostro cammino di fede e di santificazione”.
E tu, caro Don Oreste, fa’ presto a riposarti, e torna subito a darci una mano. Ora non avrai più bisogno né del rosario né del cellulare. Ci contiamo: certamente non resterai con le mani conserte. Allora vieni presto e datti da fare...
Rimini, 5 novembre 2007
+Francesco Lambiasi
Vescovo