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	<title>Diocesi di Rimini</title>
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		<title>Veglia di Pentecoste</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 10:14:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco.santini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività Pastorale]]></category>

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		<description><![CDATA[La sera del 26 maggio, vigilia della grande Pentecoste, tutte le parrocchie sono convocate dal Vescovo a Rimini&#8230;

VEGLIA DI PENTECOSTE
Nelle nostre chiese si è un po&#8217; persa o trascurata la tradizione della Veglia di Pentecoste, che invece fa eco alla grande Veglia pasquale e ne richiama e completa il significato. Di solito la nostra diocesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La sera del 26 maggio, vigilia della grande Pentecoste, tutte le parrocchie sono convocate dal Vescovo a Rimini&#8230;<br />
<span id="more-4966"></span></p>
<p><strong>VEGLIA DI PENTECOSTE</strong></p>
<p>Nelle nostre chiese si è un po&#8217; persa o trascurata la tradizione della Veglia di Pentecoste, che invece fa eco alla grande Veglia pasquale e ne richiama e completa il significato. Di solito la nostra diocesi la propone, attraverso l&#8217;impegno delle aggregazioni laicali, come momento di visibile comunione in Cattedrale.</p>
<p>Quest&#8217;anno però tale Veglia assume una valenza tutta particolare: non sono più semplicemente le aggregazioni laicali che invitano i loro iscritti e tutti i cristiani di buona volontà, ma è lo stesso Vescovo che invita tutta la Comunità diocesana e ogni singola parrocchia.</p>
<p>E&#8217; un evento di primaria importanza che pone il sigillo sul cammino spirituale e pastorale di questo anno dedicato al Battesimo.</p>
<p>In che cosa consiste questo evento?</p>
<p>Sostanzialmente nell’incontro di tutti i cristiani della nostra Diocesi per invocare il dono dello Spirito, dopo aver ricevuto l’adozione a figli.</p>
<p>La sera del 26 maggio, vigilia della grande Pentecoste, tutte le parrocchie sono convocate dal Vescovo a Rimini per esprimere la comunione della nostra Chiesa diocesana, per ringraziare il Padre dell’adozione a figli mediante il Battesimo e per invocare il dono dello Spirito Santo per vivere cristianamente la nostra vita.</p>
<p>Ci riuniamo tutti insieme non per contarci (sarebbe una amara, deludente sorpresa se i cristiani fossimo solo noi che partecipiamo alla veglia), ma per incoraggiarci a vicenda a vivere cristianamente, poiché <em>“non c’è una vita più umana di quella cristiana”.</em></p>
<p>Di seguito trovate l&#8217;invito del Vescovo ed il programma dettagliato dell&#8217;evento.</p>
<p>Buona Pentecoste a tutti.</p>
<p><a href="http://www.diocesi.rimini.it/wp-content/uploads/2012/05/PieghevolePentecoste.pdf">Pieghevole della Veglia di Pentecoste</a></p>
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		<title>Contemplando il bel Pastore</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/comunicati-stampa/contemplando-il-bel-pastore/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 10:49:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Nel suo gregge non veniamo né spersonalizzati né deresponsabilizzati<br />
</em>Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della santa Eucaristia della IV Domenica di Pasqua (Anno B), celebrata alla Convocazione del Rinnovamento nello Spirito</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><em>Nel suo gregge non veniamo né spersonalizzati né deresponsabilizzati<br />
</em>Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della santa Eucaristia della IV Domenica di Pasqua (Anno B), celebrata alla Convocazione del Rinnovamento nello Spirito</p>
<p>         Fortissimo, tenerissimo Gesù! Un giorno, a Gerusalemme, in una polemica rovente ingaggiata dai farisei, gli fu sbattuta in faccia dalla rissosa controparte la domanda ultimativa: &#8220;Ma tu, tu chi sei?&#8221; (cfr Gv 8,25). E&#8217; curioso notare che quando l&#8217;interrogativo sulla propria identità gli viene posto in modo subdolo e aggressivo, la replica di Gesù risulta piuttosto sfuggente. Ma non ci si può sottrarre alla domanda fatale: chi è Gesù di Nazaret? Certo, non vogliamo cadere nell&#8217;abbaglio di pretendere di essere noi a dettargli la carta di identità o a consegnargli la chiave dell&#8217;insondabile mistero che lo abita. Ci si deve arrendere: Cristo conosce la cristologia infinitamente di più di quanto non la conoscano i cristologi! Non resta perciò che mettersi in ascolto delle sue limpide, categoriche dichiarazioni, come le ben sette autodesignazioni &#8211; presenti nel quarto vangelo &#8211; che iniziano tutte con la formula solenne: &#8220;Io-Sono&#8221;, e vengono etichettate dagli esegeti come &#8220;io-sono predicativi&#8221;: &#8220;Io sono il pane della vita&#8230; la luce del mondo&#8230; la porta&#8230; il buon pastore&#8230; la risurrezione e la vita&#8230; la via, la verità e la vita&#8230; la vite vera&#8221;.</p>
<p><em>1. </em>Misterioso, ma tutt&#8217;altro che enigmatico, Gesù rivela il segreto della sua più intima e autentica personalità a chi è ben disposto ad ospitarlo nel proprio cuore. Nel brano evangelico proclamato poco fa, il Maestro si specchia nella metafora a lui più cara, quella del pastore, e si mette a tessere il suo più fedele autoritratto, servendosi di due fili robusti, che fanno da trama e da ordito all&#8217;intera figura: il filo della <em>fortezza</em> del pastore e quello della sua ineguagliabile <em>tenerezza</em>.</p>
<p>Gesù è il bel pastore, bello perché forte e tenero insieme. Con indomito coraggio difende le sue pecorelle dagli artigli dei lupi, le protegge dai meschini interessi e dalle brame fameliche del mercenario &#8211; non per nulla <em>pecunia</em> si fa derivare da <em>pecus</em>! &#8211; e le tutela dalle losche trame e dagli agguati insidiosi di ladri e briganti. Ma il nostro Pastore è bello anche perché è tenerissimo, mite e dolce di cuore. Mentre Gesù si racconta, scorrono in dissolvenza le immagini pennellate dal profeta Isaia: &#8220;Ecco, come un pastore egli fa pascolare il gregge / e con il braccio lo raduna; / porta gli agnellini sul petto / e conduce dolcemente le pecore madri&#8221; (Is 40,11). O quelle, non meno toccanti, del profeta Ezechiele: &#8220;Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca di quella perduta e ricondurrò all&#8217;ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata&#8221; (Ez 34,15s).</p>
<p>Gesù si rivela come il pastore talmente innamorato del suo gregge da sballare i calcoli: se lascia le novantanove pecore nell&#8217;ovile per andare in cerca di quella perduta, è segno che nella sua strana aritmetica uno è uguale a novantanove. Anzi c&#8217;è di più: questo Pastore considera la pecorella smarrita più importante di se stesso, al punto da offrire anche solo per quella il dono della propria vita. Così la metafora supera se stessa: quando mai si è visto in giro un pastore così? Ecco perché Gesù è il bel pastore: bello del fascino dell&#8217;amore, ci avvince con la sua sorprendente generosità e il suo incredibile coraggio.</p>
<p><em>2. </em>Non possiamo però passare sotto silenzio quella sorta di allergia urticante che l&#8217;immagine del gregge provoca in noi, cristiani di oggi, e che si può riassumere in due obiezioni. La prima è espressa in questo dubbio: a noi che viviamo in una società ad alto tasso di individualismo narcisista e autoreferenziale, l&#8217;immagine di una Chiesa &#8216;gregge&#8217; non ci fa venire forse il sospetto di un <em>collettivismo</em> spersonalizzante?</p>
<p>Possiamo stare sereni. Il nostro Pastore &#8220;chiama le sue pecore, <em>ciascuna per nome</em>&#8221; (Gv 10,3). E&#8217; vero che Gesù &#8220;<em>ci</em> ha amati e ha dato la sua vita per <em>noi</em>&#8220;, ma il plurale &#8216;noi&#8217; non è tanto un plurale collettivo, quanto piuttosto distributivo: ci ha amati tutti e ciascuno,<em> </em>per nome, <em>uno ad uno</em>. Per questo san Paolo può dire: &#8220;<em>Mi</em> ha amato e ha dato se stesso per <em>me</em>&#8221; (Gal 2,20). Nella Chiesa lo Spirito ci fonde nell&#8217;unità, ma non ci confonde nell&#8217;uniformità. Entrando a far parte del suo gregge, non regrediamo nell&#8217;impersonale. Non rischiamo di perdere la nostra singolare, irripetibile, originalissima personalità, perché lo Spirito Santo mentre unisce tutti i credenti in Cristo, non li differenzia per numero, ma li distingue per nome, e fa fiorire la varietà dei doni, delle vocazioni, dei servizi. L&#8217;unità da lui creata è comunione di distinti, non confusione di identici. Lo Spirito della Pentecoste non azzera le personalità, ma le promuove. Come si vede nel variegato campionario dei santi: tutti rassomigliano a Cristo, ma nessuno è intercambiabile con un altro. Teresa di Calcutta riproduce un Gesù al femminile, come Caterina da Siena, ma Teresa non è la copia conforme di Caterina. Il &#8220;Pastore grande delle pecore&#8221; (Ebr 13,20), guarda i gigli dei campi e gli uccelli del cielo, ma per lui tu sei tu e vali molto di più dei fiori e dei passeri. Fin dal grembo di tua madre Dio Padre ha sillabato il tuo nome, e ti ha disegnato sulle palme delle sue mani (cfr Is 49,1.16). Tu sei prezioso ai suoi occhi, come nessun altro. E&#8217; solo &#8220;quando entriamo in rapporto personale con Cristo &#8211; afferma Benedetto XVI &#8211; che lui ci rivela la nostra identità e, nella sua amicizia, la Vita cresce e si realizza in pienezza&#8221;.</p>
<p>Chiamati uno ad uno e salvati insieme: così la Chiesa &#8216;dimostra&#8217; la santa Trinità, nel senso che si mostra come la sua insostituibile &#8216;prolunga&#8217; sulla terra. Come in Dio le tre Persone sono perfettamente uguali, ma anche perfettamente distinte e perciò perfettamente unite, così la Chiesa si presenta non come una somma di individui, ma come veramente è: una comunione di persone. La comunità cristiana non è una massa di anonimi o una folla di ignoti, ma una comunità di chiamati. Dal fatto che l&#8217;Uno è Trino, san Tommaso d&#8217;Aquino affermava che la comunione nell&#8217;unità si oppone alla divisione tra gli individui, non alla pluralità delle persone (cfr <em>S.Th.</em> I, q.30, a.3, ad 3).</p>
<p><em>3. </em>Infine affrontiamo brevemente l&#8217;altro sospetto che grava sulla metafora del gregge, il sospetto di <em>gregarismo</em>, termine dispregiativo che deriva appunto da &#8216;gregge&#8217; e indica atteggiamenti di dipendenza remissiva e di supina passività. Vale anche qui quanto già detto: il gregge del bel Pastore è un gregge speciale. La metafora vuole indicare una cordiale docilità nei confronti di Cristo, non una rassegnata inerzia nella comunità cristiana. Quella del gregge è metafora tutt&#8217;altro che deresponsabilizzante. In effetti la Chiesa è un gregge di pecore, non un branco di pecoroni. Nella Chiesa del buon Pastore vige, certo, una &#8220;comunione gerarchica&#8221;, ma anche i pastori ordinati sono e restano prima di tutto dei battezzati; perciò sono e restano doppiamente dipendenti da Cristo: in quanto battezzati e in quanto ordinati. Gli &#8216;anziani-pastori&#8217; stiano piuttosto attenti a &#8220;non sorvegliare il gregge perché costretti, né per vergognoso interesse, né spadroneggiando sulle persone&#8221; (cfr 1Pt 5,2s). In effetti, in forza dell&#8217;unico e identico battesimo, nella Chiesa siamo tutti pecore. Tutti i cristiani, dal papa al più recente dei battezzati, possiedono il motivo della vera grandezza non tanto nel rivestire questo o quell&#8217;incarico nella comunità cristiana, quanto nell&#8217;essere dei battezzati. Il titolo della vera dignità per me non è quello di essere vescovo, ma quello di essere cristiano. Prima di tutto siamo tutti pecore, e perciò dei redenti per grazia, e per grazia siamo dei &#8216;corredentori&#8217;.</p>
<p>Da qui discende la legge della <em>corresponsabilità</em> nella Chiesa. Tutti sono corresponsabili di tutti nell&#8217;azione salvifica, e quindi tutti i battezzati, senza eccezioni, sono chiamati a partecipare in qualche forma al servizio pastorale, in necessaria e coordinata cooperazione con quelli che sono pastori per ministero. Nessuno può essere considerato puramente un destinatario dell&#8217;azione pastorale. Qualunque sia il nostro servizio &#8211; ministri ordinati, genitori, educatori, catechisti e altri operatori pastorali &#8211; siamo tutti chiamati a servire, nella logica e nello stile del bel Pastore: la logica e lo stile del dono a fondo perduto.</p>
<p style="text-align: left;" align="right">         Oggi celebriamo la Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Preghiamo perché molti giovani rispondano alla chiamata del bel Pastore con umile, grata e incondizionata generosità. A loro dedichiamo il pensiero del Papa: &#8220;E&#8217; bello sapere che Gesù ti cerca, fissa il suo sguardo su di te, e con la sua voce inconfondibile dice anche a te: <em>Seguimi!</em>&#8220;.<strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: left;" align="right"><strong><em> Rimini, 28 aprile 2012</em></strong></p>
<p align="right"><strong><em>+ Francesco Lambiasi</em></strong></p>
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		<title>Santa Messa per la Scuola</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/comunicati-stampa/santa-messa-per-la-scuola-2/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 09:44:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività Pastorale]]></category>
		<category><![CDATA[Calendario Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola Date e Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[<strong class="event-summary"><em>Evento programmato</em>: 9 maggio 2012; 18:30;  </strong><p>Mercoledì 9 maggio 2012, alle ore 18,30 nella Basilica Cattedrale di Rimini, S. Messa per la Scuola presieduta da S.E. Mons. Francesco Lambiasi. Sono invitati i dirigenti scolastici, i docenti, gli studenti, il personale non docente e la cittadinanza tutta.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='ec3_iconlet ec3_past'><table><tbody><tr class='ec3_month'><td>mag</td></tr><tr class='ec3_day'><td>9</td></tr><tr class='ec3_time'><td>18:30</td></tr></tbody></table></div>
<p>Mercoledì 9 maggio 2012, alle ore 18,30 nella Basilica Cattedrale di Rimini, S. Messa per la Scuola presieduta da S.E. Mons. Francesco Lambiasi. Sono invitati i dirigenti scolastici, i docenti, gli studenti, il personale non docente e la cittadinanza tutta.<br />
Alle ore 17 il Vescovo incontrerà i dirigenti scolastici delle Scuole di ogni ordine e grado presso la Sala San Gaudenzo (di fianco alla Cattedrale). Il Vescovo presenterà una riflessione dal titolo <em>“Per una scuola da abitare”,</em> quale sintesi degli orientamenti pastorali della CEI per il prossimo decennio al fine di delineare una prospettiva per la nostra Chiesa diocesana.</p>
<p>Per informazioni:<br />
Ufficio Diocesano Scuola      Tel. 0541.1835161 &#8211; email   uds@diocesi.rimini.it</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Perché cercate tra i morti colui che è vivo?</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/comunicati-stampa/perche-cercate-tra-i-morti-colui-che-e-vivo/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 08:23:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><em>Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa del giorno di Pasqua. </em></p>
<p>         Tutto era miseramente finito quel 14 di nisan a Gerusalemme sul Calvario all'ora nona, quando il Crocifisso "dando un forte grido, spirò". Lo mettono concordemente in evidenza le testimonianze di Matteo, di Marco e di Luca: il nostro Salvatore era morto così. Tutto finito?</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: left;" align="center"><em>E&#8217; risorto, cammina con noi, ci precede &#8220;in Galilea&#8221;</em></h4>
<p style="text-align: left;" align="center">Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa del giorno di Pasqua</p>
<p>         Tutto era miseramente finito quel 14 di nisan a Gerusalemme sul Calvario all&#8217;ora nona, quando il Crocifisso &#8220;dando un forte grido, spirò&#8221;. Lo mettono concordemente in evidenza le testimonianze di Matteo, di Marco e di Luca: il nostro Salvatore era morto così. Tutto finito? No, con quel grido a gran voce tutto era ricominciato. In effetti l&#8217;uomo che muore, si spegne stremato dall&#8217;agonia, con respiri sempre più lenti e più flebili. Invece l&#8217;ultimo segno di vita del Figlio di Dio è il grido trionfale di una vittoria annunciata, che si dispiegherà in pienezza la mattina di Pasqua e si realizzerà progressivamente nella vita ecclesiale e nel crescere in noi della grazia divina. Il suo non è il rantolo del moribondo, ma il grido del neonato: mentre muore alla vita terrena, Cristo rinasce alla vita nuova e diviene &#8220;spirito datore di vita&#8221; (1Cor 15,45).</p>
<p>A quello del venerdì santo fa eco il grido di stupefatta sorpresa del mattino di Pasqua: è risorto, non è qui!</p>
<p>Non è nella schiera dei potenti della storia, che per quanto si siano o siano stati pateticamente dichiarati immortali, non sono riusciti a sconfiggere l&#8217;ultima Nemica, la morte, e nessuno li ha mai visti uscire gloriosi e trionfanti dai mausolei in cui sono stati rinchiusi e imbalsamati.</p>
<p>Non è nella serie variopinta degli illustri sapienti e insigni maestri dell&#8217;umanità: per quanto possano brillare ancora le loro dotte teorie, nessuno li ha mai visti scendere vivi e vegeti dall&#8217;alto piedistallo dei loro monumenti.</p>
<p>Non è nella trafila dei grandi benefattori dell&#8217;umanità: per quante malattie siano riusciti a debellare, per quante provvidenziali scoperte abbiano siglato, per quante geniali invenzioni abbiano escogitato, un bel giorno sono andati a finire anch&#8217;essi, come tutti, nel registro dei defunti, e non ne sono stati mai più cancellati.</p>
<p>Non è nella compagnia dei grandi fondatori di religione, che ormai giacciono nella polvere e nessuno di loro può dire come lui: &#8220;Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi&#8221; (Ap 1,17-18).</p>
<p>Non è qui. E&#8217; risorto. Ma dov&#8217;è adesso? Lontano da noi, ci verrebbe da dire.</p>
<p>Lontano dal nostro cielo che ha tanto amato? dalla nostra terra in cui, tra la gramigna della malizia, ha seminato il grano della pace? lontano dalla nostra carne di cui si è rivestito, dalle nostre malattie che pure si è addossato?</p>
<p>E&#8217; risorto. Non è qui. Ma non è fuggito da noi, da questo nostro mondo impastato di grandezza e di miseria, da questa nostra umanità che ci espone alla fragilità e ci sbilancia nell&#8217;infinito. Non si è reso irreperibile ai nostri tormenti, alle scommesse dell&#8217;amore, ai rischi degli affetti, al sudore del lavoro, alla monotonia del quotidiano. Non si è rifugiato sul Tabor dove non si può non dire: &#8220;E&#8217; bello stare qui&#8221;. No! lui se ne sta giù nelle nostre pianure, invase da paludi e pantani, dove le strade sono più trafficate e sdrucciolevoli, e i testacoda della speranza sono più imprevedibili e pericolosi.</p>
<p>Ora lui sta con noi più di prima. Perché non è reperibile solo in Palestina, ma dovunque l&#8217;uomo lotta, soffre e spera. Perché non è solo ieri che è venuto ad abitare in mezzo a noi, ma è oggi. Senza più i limiti del tempo e i condizionamenti dello spazio. La risurrezione del Nazareno ci regala una presenza eterna. Proprio perché è risorto non ci lascia più: &#8220;Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo&#8221;. Proprio perché è salito in cielo e vive nell&#8217;amore del Padre, rimane con noi, e in questo stesso abbraccio stringe tutti e ciascuno di noi. Entrando nella sovra-storia, non si chiama fuori dalla nostra storia, ma si fa contemporaneo a ogni avvenimento, compagno di viaggio di ogni cammino, interlocutore attuale di ogni esistenza. Eternamente presente, ci conduce per mano, ci costituisce popolo, ci fa sua Chiesa. E ripete: &#8220;questo è il <em>mio</em> corpo&#8221;, e &#8220;<em>io </em>ti assolvo&#8221;, e assicura che ogni bicchiere d&#8217;acqua donato &#8220;l&#8217;avrete dato a <em>me</em>&#8220;.</p>
<p>La grazia della Pasqua è di risorgere con lui, di morire al peccato e di non vivere più per noi stessi, ma per lui che è morto e risorto per noi. Ma per vivere già quaggiù da risorti, dobbiamo vivere <em>come</em> lui: non dobbiamo scappare dal mondo, rifugiarci negli eremi, chiuderci nelle sagrestie, dedicarci a raffinate esperienze di turismo spirituale. Dobbiamo certo cercare le cose di lassù, che però non sono le cose che stanno appese sotto il cielo o sospese a mezz&#8217;aria, ma sono i valori alti e grandi &#8211; quelli che chiamiamo valori &#8220;superiori&#8221; &#8211; le realtà che colmano la nostalgia di infinito che ci abita nel cuore.</p>
<p>Oggi &#8211; lo sappiamo, ma troppo spesso ce ne dimentichiamo &#8211; non basta più una fede professata nei cenacoli chiusi dentro le chiese, una fede ridotta alla frequenza a riti e funzioni sacre, scaduta a pratica abitudinaria di devozioni e precetti. Oggi i cristiani devono stare là, &#8220;in Galilea&#8221;, dove lui ci ha preceduto, dove la vita sembra scivolare su un piano inclinato verso lo strapiombo del nulla e la notizia della risurrezione appare una droga alienante o un dolciastro sciroppo consolatorio. Là, &#8220;in Galilea&#8221;, attestati sulle frontiere della vita e della morte, i cristiani devono stare con fedeltà, con passione e con gioia. Con grande gioia. Per dimostrare che incontrare il Risorto significa trovare un tesoro, non perdere un capitale. Per mostrare con fatti di vangelo che non c&#8217;è vita più umana di quella cristiana.</p>
<p>Nell&#8217;accadere degli eventi, nelle tappe del nostro destino terreno, dentro ogni occasione di gioia e dentro ogni dolore, noi possiamo chiamarlo: &#8220;Gesù&#8221;. &#8220;Sono qui, sono risorto e sono sempre con te&#8221;, lui ci risponde. Questa è l&#8217;autentica esperienza di Pasqua. E solo una Pasqua vera può essere veramente una buona Pasqua.</p>
<p><em>- Rimini, Basilica Cattedrale, 8 aprile 2012 -</em></p>
<p align="right"><strong><em>+ Francesco Lambiasi</em></strong></p>
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		<title>E&#8217; risorto per farci risorgere</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/vescovo/e-risorto-per-farci-risorgere/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 08:15:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della Veglia Pasquale.     </em></p>
<p>Cristo è risorto. Non c'è notizia più interessante, più attuale, più importante e decisiva di questa.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><em>Dalla morte dell&#8217;idolatria alla vita nuova della fede</em></h4>
<p>Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della Veglia Pasquale</p>
<p style="text-align: left;">         Cristo è risorto. Non c&#8217;è notizia più interessante, più attuale, più importante e decisiva di questa. La risurrezione di Cristo è la notizia più interessante che mai ci sia stata, che mai ci sia e ci sarà nella storia, perché un avvenimento del genere non si era mai sentito a memoria d&#8217;uomo né mai più si sentirà fino alla fine del mondo. Questa è la più attuale di tutte le <em>news</em>, perché dopo duemila anni dal suo primissimo lancio &#8211; quel mattino del 9 aprile dell&#8217;anno 30 &#8211; non ha perduto un millesimo di freschezza rispetto alla prima volta. E si capisce: dire che Cristo è risorto, significa dire che è vivo oggi e che sarà vivo per sempre, e quindi non ci sarà epoca o generazione che non possa dirsi contemporanea a lui e alla sua irresistibile attrazione. &#8220;Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me&#8221;. La risurrezione di Cristo è anche la notizia più importante e decisiva tra tutte, perché fa la differenza tra quanti la ritengono vera, la credono e vivono da risorti, e quanti invece non la credono e vivono come se Cristo fosse morto, sepolto, e niente più.</p>
<p>         Ma cosa significa che Cristo è risorto? Innanzitutto che è morto per amore nostro, e cioè che &#8220;ha dato la sua vita per noi&#8221;. Ma se è anche risorto, l&#8217;espressione &#8211; &#8220;dare la vita&#8221; &#8211; non significa solo che Gesù di Nazaret ha sacrificato la sua esistenza per amore nostro, ma che ci ha anche comunicato tutta la sostanza della sua vita, facendola passare nella nostra, tanto che ognuno ne può fare l&#8217;esperienza e può ripetere con san Paolo: &#8220;Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me&#8221;.</p>
<p>La Pasqua &#8211; ha scritto s. Agostino &#8211; non si celebra a modo di anniversario, ma a modo di mistero. Nel linguaggio liturgico &#8220;mistero&#8221; non significa qualcosa di nebuloso e di oscuro, come una sorta di geroglifico indecifrabile, ma è una celebrazione che rende presente l&#8217;evento di cui si fa memoria. Non si tratta dunque di una pura, nostalgica commemorazione, ma di una vera e propria &#8220;azione&#8221;, alla quale pertanto non si può assistere come spettatori o ascoltatori, ma bisogna parteciparvi, entrarvi dentro come veri e propri &#8220;attori&#8221;. Attori non però nel senso teatrale o televisivo del termine. Infatti l&#8217;azione liturgica non è una rappresentazione mimata, ma una <em>ri-presentazione</em>, ossia una azione che rende presente qui e ora l&#8217;evento che si celebra. In questo senso si può parlare anche di attualizzazione, perché grazie allo Spirito Santo, tutto ciò che riguarda Gesù è e rimane perennemente attuale. Noi possiamo dire che oggi Cristo muore, oggi scende agli inferi, oggi Cristo risorge. Come diciamo in ogni celebrazione eucaristica, dopo la consacrazione: &#8220;Ogni volta che mangiamo di questo e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, attendiamo la tua venuta&#8221;. Riascoltiamo l&#8217;apostolo Paolo: &#8220;Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo stati dunque sepolti insieme con lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova&#8221; (Rm 6,3-4).</p>
<p>Quando i catecumeni venivano battezzati con il rito per immersione, scendevano nudi nella vasca battesimale, venivano immersi nell&#8217;acqua e poi risalivano e venivano rivestiti della veste candida. Questo rito esprimeva la verità dell&#8217;evento, anzi non solo la diceva simbolicamente, ma la comunicava effettivamente. Essere battezzati nella morte di Cristo significa e realizza dunque questo: morire al peccato e vivere per Dio! Riprendiamo la lettura di san Paolo: &#8220;Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù &#8221; (Rm 6,10-11).</p>
<p align="center">*   *   *</p>
<p>Un altro modo per indicare la vita nuova generata in noi dal battesimo è l&#8217;espressione, sempre di san Paolo: &#8220;convertirsi dagli idoli per servire il Dio vivo e vero&#8221;. (1Ts 1,9b). Vari sono gli idoli alla cui malefica seduzione siamo tutti esposti, in questo nostro Occidente obeso e depresso.</p>
<p>Il primo è l&#8217;idolo del <em>piacere</em>, imposto dalla cultura edonista &#8211; in buona parte frutto della rivoluzione sessuale degli ultimi decenni &#8211; che svincola la sessualità da ogni norma morale oggettiva, riducendola spesso a gioco e consumo e indulgendo con la complicità dei mezzi di comunicazione sociale a una sorta di idolatria dell&#8217;istinto. E&#8217; sotto gli occhi di tutti il mare di sofferenze causato dalla disgregazione della famiglia, dai sentimenti calpestati, dai coniugi abbandonati, dai figli contesi o lasciati soli, dalla dignità della persona umana umiliata, dall&#8217;abbrutimento della pornografia, dall&#8217;aberrazione della pedofilia, da una società diventata &#8220;senza cuore&#8221; (cfr Rm 1,31) per l&#8217;esaltazione del libero godimento, insensibile alle sofferenze inflitte agli altri. Uno dei primi segni della trasfusione di nuova linfa che il vangelo della risurrezione immetteva nelle vene di un mondo decrepito e corrotto come quello pagano era la &#8220;buona notizia&#8221; della purezza, esaltando contemporaneamente sia la santità del matrimonio che quella della verginità.</p>
<p>Un altro idolo è quello di un <em>materialismo </em>avido di possesso, disatteso verso le esigenze e le sofferenze dei più deboli e privo di ogni considerazione per lo stesso equilibrio delle risorse naturali. La crisi economico-finanziaria è il drammatico risultato di un economicismo insolente e di un esasperato utilitarismo che ha fatto del profitto il <em>moloch</em> a cui sacrificare ogni valore umano, perfino la dignità delle persone, perfino la possibilità di sola sopravvivenza per intere popolazioni, fino al paradosso che pochi ricchi diventano sempre di meno e sempre più ricchi, e moltissimi poveri diventano sempre di più e sempre più poveri. Oggi i cristiani sono chiamati a fare scelte concrete ispirate a sobrietà, a senso della misura e a un doveroso freno dei propri desideri.</p>
<p>Il terzo idolo è l&#8217;idolo del <em>libertarismo, </em>ossia di una concezione vistosamente deformata della libertà, sottratta al suo costitutivo rapporto con la verità e con la norma morale. Chi non vede a quali abnormi conseguenze di ingiustizia e persino di violenza porta, nella vita dei singoli e dei popoli, l&#8217;uso distorto della libertà? Una libertà concepita come assenza di vincoli degenera in individualismo eretto a idolatria, anche perché sganciato da ogni esigenza di solidarietà e di responsabilità.</p>
<p>Preghiamo con le parole di un grande scrittore del secolo scorso, convertito al cattolicesimo: &#8220;Sii benedetto, mio Dio, che mi hai liberato dagli idoli, e che fai sì che io non adori che Te solo, e non invece Iside e Osiride, o la Giustizia, o il Progresso, o la Verità, o la Divinità, o l&#8217;Umanità, o le leggi della Natura, o l&#8217;Arte, o la Bellezza&#8230; o il Vuoto lasciato dalla tua assenza&#8221;. (P. Claudel).<em><br />
Rimini, Basilica Cattedrale, 8 aprile 2012<br />
</em></p>
<p align="right"> <strong><em>+ Francesco Lambiasi</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I.S.S.R. Apertura sezione video sul sito web</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/comunicati-stampa/i-s-s-r-apertura-sezione-video-sul-sito-web/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 13:13:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.diocesi.rimini.it/?p=4924</guid>
		<description><![CDATA[<p>L’<em>Istituto Superiore di Scienze Religiose</em> “A. Marvelli”, sempre più attento in questi ultimi anni a promuovere la formazione teologica e l’inculturazione del Vangelo anche attraverso l’uso delle potenzialità del <em>web </em>e della Tv digitale, è lieto di comunicare l’<strong>inaugurazione della sezione video </strong>del suo sito <em>web </em>(<a href="http://www.issrmarvelli.it/">www.issrmarvelli.it</a>).</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’<em>Istituto Superiore di Scienze Religiose</em> “A. Marvelli”, sempre più attento in questi ultimi anni a promuovere la formazione teologica e l’inculturazione del Vangelo anche attraverso l’uso delle potenzialità del <em>web </em>e della Tv digitale, è lieto di comunicare l’<strong>inaugurazione della sezione video </strong>del suo sito <em>web </em>(<a href="http://www.issrmarvelli.it/">www.issrmarvelli.it</a>).</p>
<p>Da oggi non solo i suoi studenti, ma anche tutti coloro che desiderano <strong>arricchire la loro cultura teologica</strong>, possono accedere alla visione degli <strong>eventi più significativi</strong> promossi dall’<em>Istituto</em>: le <strong>interviste</strong> ai relatori dei seminari e delle conferenze e ai <em>visiting professors</em>; le <strong>presentazioni</strong> da parte dei suoi Docenti delle loro ultime pubblicazioni; inoltre, le puntate della trasmissione <strong>“I Giorni della Chiesa”</strong> in onda su <em>Icaro Tv</em> (canale 91) realizzate in collaborazione con l&#8217;Issr</p>
<p>Sono già disponibili:</p>
<p><strong>1. le presentazioni degli ultimi studi:</strong><br />
- del <strong>prof. don Matteo Donati</strong>, docente di <em>Teologia sacramentaria</em>, che ripercorre l’affascinante evento conciliare attraverso uno dei suoi protagonisti più autorevoli: il cardinale di Bologna Giacomo Lercaro (<em>Il sogno di una Chiesa. Gli interventi al Concilio Vaticano II del Cardinale G. Lercaro</em>, Cittadella, Assisi 2010);<br />
- del <strong>prof. p. Dario Di Giosia</strong>, docente di <em>Pastorale Giovanile e Culture contemporanee</em>, che ha dedicato la sua ricerca alla pastorale giovanile di Giovanni Paolo II (<em>La pastorale dei giovani. Uno studio sul magistero di Giovanni Paolo II</em>, LEV, Roma 2011);<br />
- della <strong>prof.ssa Laila Lucci, </strong>docente di <em>Teologia Biblica </em>e di<em> Lingua ebraica</em>, che presenta gli ultimi commentari biblici dei libri profetici di Gioele e di Amos (<em>Gioele. Introduzione, traduzione e commento</em>, S. Paolo, Cinisello Balsamo 2011; <em>Amos. Introduzione, traduzione e commento</em>, S. Paolo, Cinisello Balsamo 2012).</p>
<p><strong>2.</strong> <strong>L’intervista al p. Cesare Giraudo</strong><strong> </strong>s.j., <em>visiting professor </em>dell’Issr, sui <strong>frutti della riforma liturgica</strong> promossa dal Concilio Vaticano II, a cura del prof. d. Andrea Turchini docente di <em>Liturgia</em>.</p>
<p><strong>3. Tre puntate de </strong>“<strong><em>I giorni della Chiesa”</em>:</strong><br />
- <strong>Il battesimo nella Chiesa Cattolica, Ortodossa ed Evangelica</strong>, con particolare riferimento alle comunità che sono a Rimini;<br />
- <strong>Il Concilio Vaticano II nella Diocesi di Rimini</strong>;<br />
-<strong> Il Tempio Malatestiano</strong> <strong>tra bellezza ed educazione.</strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Su Icaro Tv </span></strong><span style="text-decoration: underline;">(canale 91)</span></p>
<p>*   <strong>Dal 29 maggio 2012</strong> i video prodotti dall’Issr “A. Marvelli” andranno in onda su <strong>Icaro-Tv </strong>il <strong>martedì </strong>alle<strong> ore 20.45 </strong>e in replica la<strong> domenica </strong>alle<strong> ore 13.30.</strong><br />
*<strong>   Il mercoledì alle ore 22.30 </strong>si possono seguire le presentazioni degli studi dei Docenti tenuti alla Libreria Pagina all’interno della rassegna “<strong><em>L’elogio del libro: incontri con l’Autore”</em>; </strong>in<strong> replica </strong>su<strong> Newsrimini (canale 614) </strong>la<strong> domenica </strong>alle <strong>ore 16.30.</strong></p>
<p>Per chi volesse <strong>tenersi</strong> <strong>aggiornato</strong> sui seminari, sulle conferenze e i corsi promossi dall’Issr, può <strong>visitare il sito <a href="http://www.issrmarvelli.it/">www.issrmarvelli.it</a>. </strong></p>
<p><strong></strong>Si ricorda, infine, che <strong>tutte le attività dell’Issr sono aperte al pubblico</strong>: chiunque, infatti, può partecipare ai seminari e/o iscriversi a singoli corsi come studente solamente uditore.</p>
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		<title>Tutti amati fino all&#8217;estremo</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/comunicati-stampa/tutti-amati-fino-allestremo/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2012 06:46:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.diocesi.rimini.it/?p=4892</guid>
		<description><![CDATA[<p><em>Omelia tenuta dal Vescovo nel corso dell'azione liturgica del Venerdì Santo.</em></p>
<p>Soffermiamoci qualche istante, fratelli e sorelle, per ascoltare l'invito che il Crocifisso ci rivolge dall'alto del patibolo: "O voi che passate per via, alzate lo sguardo e vedete se c'è un dolore grande come il mio" (Lam 1,12).</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: left;" align="center"><strong><em></em></strong><em>La Croce: evento, mistero, messaggio</em></h4>
<p style="text-align: left;" align="center">Omelia tenuta dal Vescovo nel corso dell&#8217;azione liturgica del Venerdì Santo</p>
<p><em></em> <strong><em> </em></strong>         Soffermiamoci qualche istante, fratelli e sorelle, per ascoltare l&#8217;invito che il Crocifisso ci rivolge dall&#8217;alto del patibolo: &#8220;O voi che passate per via, alzate lo sguardo e vedete se c&#8217;è un dolore grande come il mio&#8221; (Lam 1,12).</p>
<p><em>1. </em>La Croce è un evento, un mistero, un messaggio. E&#8217; innanzitutto un <em>evento</em>. Non è la bandiera di una ideologia dolorista; non è il simbolo di una rivoluzione sociale o politica; non è il distintivo di una setta esagitata o di una nicchia ristretta e faziosa; non è neppure la semplice cifra di una vita interamente e gratuitamente spesa nel totale dono di sé. La croce di Gesù è un avvenimento storico, reale e singolare, certo e documentabile: &#8220;fu crocifisso sotto Ponzio Pilato&#8221;, un avvenimento di cui ci parlano anche storici ebrei, come Giuseppe Flavio, e romani, come Cornelio Tacito.<br />
La tentazione di &#8220;svuotare la parola della croce&#8221; (1Cor 1,17) è sempre in agguato. La morte in croce di Gesù è un fatto totalmente indubitabile perché totalmente ininventabile. Lo ha capito bene san Paolo, che definisce la Croce &#8220;scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani&#8221; (1Cor 1,23). Per i giudei la Croce contraddice l&#8217;immagine di Dio, il quale coerentemente con la sua natura onnipotente &#8211; appunto, divina! &#8211; non potrebbe che manifestarsi nei segni della potenza, cioè mediante gesti sfolgoranti, risolutori, definitivi. E&#8217; questo lo schema normale, comunemente condiviso dall&#8217;attesa giudaica della venuta di Dio nella storia: tutto l&#8217;opposto della debolezza della Croce.<br />
Ma la Croce cozzava anche contro la visione religiosa e culturale dell&#8217;antichità nel suo complesso. Se per il giudeo la Croce rappresenta uno scandalo, un ostacolo insormontabile perché diametralmente opposta allo stile di Dio di cui parlano le Scritture, per il greco la Croce è stupidità totale e totale idiozia, un assurdo al quadrato. Che un Dio diventi un uomo assumendone il divenire, i bisogni e i limiti, è per il greco una follia al cento per cento. Ma è follia ancora più folle che un Dio finisca sconfitto sulla Croce. Un Dio che appare &#8220;capovolto&#8221;: non l&#8217;uomo che si svena per lui, ma lui per l&#8217;uomo. Una storia così spaventosa e raccapricciante nessuno, davvero nessuno! se la poteva neanche lontanamente immaginare.<br />
Di questo evento prendiamo la scena madre, quella dell&#8217;agonia al Getsemani. Qui ci viene svelata la passione interiore di Gesù. Mentre gli altri brani ci raccontano che cosa Gesù subisce, che cosa gli fanno, qui ci viene narrato che cosa Gesù prova nell&#8217;intimo insondabile del suo cuore. I vangeli sono sempre molto sobri nel rivelarci il mondo interiore di Gesù. Le poche volte in cui lo fanno meritano molta attenzione. Questo è uno di quei momenti.<br />
Per Gesù la passione non è solo crocifissione e morte; è il fallimento della sua missione, una missione drammaticamente spezzata: non solo incompiuta, ma miseramente fallita in un crack tragico e spaventoso. Si intuisce allora perché Gesù &#8220;cominciò a sentire paura e angoscia&#8221;. Intanto il verbo &#8220;cominciare&#8221; vuol dire che questi sentimenti non sono roba di un minuto: durano a lungo, fino all&#8217;ultimo respiro. I due termini &#8220;paura e angoscia&#8221; sono sconcertanti: un Gesù così non si era mai visto. La &#8220;paura&#8221; indica il momento in cui si è sotto shock e si rimane impietriti, completamente paralizzati. L&#8217;angoscia traduce un termine che dice di per sé &#8220;spaesamento&#8221;, come se Gesù di fronte al misterioso disegno di Dio si sentisse disorientato, &#8220;spiazzato&#8221;. La compagnia dei tre discepoli &#8211; Pietro, Giacomo e Giovanni &#8211; allude alla scena della Trasfigurazione, ma ora la rivelazione è capovolta rispetto a quella sull&#8217;alto monte: là si vedeva un uomo inondato dalla gloria di Dio, qui il Figlio di Dio appare in tutta la nudità e la misera solitudine della sua umanità.<br />
Ma ciò che si specchia nell&#8217;anima desolata di Gesù è soprattutto la sua preghiera: &#8220;Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu&#8221;. E&#8217; una preghiera semplice e intensa, dalla struttura classica: c&#8217;è l&#8217;invocazione del Padre, poi una professione di fede (tutto è possibile a te), poi una domanda (allontana da me questo calice) e poi da ultimo, la consegna, la resa, l&#8217;abbandono e l&#8217;obbedienza (non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu). Da evidenziare l&#8217;invocazione <em>Abbà</em> (Papà, Babbo caro), un modo infantile di chiamare il Padre. Proprio nel momento in cui Gesù pare inascoltato dal Padre, proprio sul punto di sperimentare il suo abbandono, lo chiama &#8220;Babbo&#8221;, un nome tenerissimo che lascia trapelare la sua incrollabile fiducia nell&#8217;amore del Padre e la sua ferma volontà di abbandonarsi a lui, qualunque cosa capiti, anche l&#8217;evento terribile e catastrofico della crocifissione. Proprio come dirà prima di morire: &#8220;Padre, nelle tue mani affido la mia vita&#8221;.<br />
Ben diverso l&#8217;atteggiamento di Socrate, che va impavido e imperturbabile incontro alla morte. Racconta Platone che mentre veniva preparata la cicuta, il maestro stava imparando a suonare un&#8217;aria sul flauto. &#8220;A che cosa ti servirà?&#8221;, gli fu chiesto. &#8220;A sapere quest&#8217;aria prima di morire&#8221;, fu la risposta. Per la sapienza greca  il confronto è a tutto vantaggio di Socrate. Il modo in cui Gesù è morto è un insuperabile scandalo, indegno non solo di un figlio di Dio, ma anche semplicemente di un uomo saggio. Detto da un credente può sembrare paradossale: l&#8217;ideale è Socrate, non Gesù.<br />
&#8220;<em>Tuttavia il mio Dio è Gesù</em>. Socrate è l&#8217;eroe, è l&#8217;eccezione, non ogni uomo.<br />
Gesù invece nel <em>Getsemani</em> è <em>ogni uomo</em>. Socrate muore come vorremmo    morire;<br />
Gesù muore come veramente si muore&#8221; (Maggioni).</p>
<p><em>2. </em>Ora passiamo dal piano dell&#8217;evento o della storia &#8211; &#8220;Cristo è morto&#8221; &#8211; per salire al piano del mistero o del significato dell&#8217;evento: : &#8220;per i nostri peccati&#8221;, &#8220;per la nostra giustificazione&#8221;. Ecco il mistero pasquale. Cristo non è morto per un incidente fortuito, non è morto per una tragica fatalità. E&#8217; morto perché si è offerto liberamente alla sua passione, ed è morto per i nostri peccati. &#8220;Erano le nostre colpe che sopportava&#8230; il castigo che ci ridona la pace è su di lui; per le sue piaghe siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sbandati come pecore, ognuno perso per la sua strada&#8221; (Is 53,4-5). Non ha pensato a salvare se stesso; non ha cercato di scendere dalla croce. Non ha salvato se stesso per salvare tutti noi.<br />
Ma per penetrare almeno un po&#8217; più a fondo nella verità &#8211; nel mistero! &#8211; di queste affermazioni, facciamoci aiutare dal nostro santo Padre Benedetto XVI:<br />
&#8220;Nella passione di Gesù, tutto lo sporco del mondo viene a contatto con<br />
l&#8217;immensamente Puro, con l&#8217;anima di Gesù Cristo e così con lo stesso Figlio di Dio. Se di solito<br />
la cosa impura mediante il contatto contagia ed inquina la cosa pura, qui abbiamo il contrario:<br />
dove il mondo, con tutta la sua ingiustizia  e con le   sue crudeltà che lo inquinano, viene a<br />
contatto con l&#8217;immensamente Puro &#8211; là Egli, il Puro, si rivela al contempo il più forte. In questo<br />
contatto lo sporco del mondo viene realmente assorbito, annullato, trasformato mediante il<br />
dolore dell&#8217;amore infinito. Siccome nell&#8217;uomo Gesù è presente il bene infinito, è ora presente ed<br />
efficace nella storia del mondo la forza antagonista di ogni forma di male, il bene è sempre<br />
infinitamente più grande di tutta la massa del male, per quanto essa sia terribile&#8221;.</p>
<p>Ecco dunque in che senso possiamo parlare di sacrificio di espiazione dei nostri peccati, da parte di Gesù. Non nel senso che da un Dio crudele venga chiesta al Figlio una espiazione infinita per potersi riconciliare con noi, ma è proprio il contrario: è il Padre che ci fa dono del Figlio, e il Figlio si è veramente donato (&#8220;abbandonato&#8221;) a noi peccatori &#8220;mentre eravamo peccatori&#8221; (Gesù si è fatto nostro cibo!) e noi gli abbiamo addossato tutti i nostri peccati. E&#8217; l&#8217;intero genere umano con tutta la massa delle sue innumerevoli colpe a pesare, come una enorme piramide rovesciata, sulle spalle del Figlio. Ed è il Figlio che con tutta questa &#8220;maledizione&#8221; sta davanti al Padre e chiede perdono per noi peccatori: &#8220;Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno&#8221;. E&#8217; il Figlio che &#8220;fa suoi&#8221; questi peccati, come se proprio li avesse commessi lui, e perciò sperimenta fino in fondo la nostra &#8220;perdita del Padre&#8221;. E&#8217; contemporaneamente il Figlio che, dall&#8217;abisso di peccato in cui si è calato per amorosa obbedienza al Padre, che abbandona nelle mani del Padre la sua vita, e così trasforma il grande No del nostro peccato nel Sì più grande della sua obbedienza al Padre.</p>
<p>Da qui scaturisce un solo messaggio: l&#8217;amore. Guardando il Crocifisso che muore per noi, possiamo capire il senso delle parole di Paolo: &#8220;Ci ha amati e ha dato se stesso per noi&#8221;. Per noi, perciò significa non solo &#8220;per colpa nostra&#8221;, ma anche &#8220;per amore nostro&#8221;. E poiché Gesù ci ha amati non solo in senso collettivo, ma in senso distributivo &#8211; ossia ha amato ognuno di noi, personalmente, singolarmente, irripetibilmente, allora possiamo passare dal &#8220;per noi&#8221; al &#8220;per me&#8221;. Come afferma lo stesso Paolo: &#8220;Mi ha amato e ha dato se stesso per me&#8221; (Gal 2,20). Nel testo della lettera ai Corinti, Paolo specifica chi è questo &#8220;me&#8221;: uno che l&#8217;ha perseguitato (1Cor 15,9); uno che l&#8217;ha odiato. Ma chi di noi qui presenti non ha la sua storia di miseria da non dover dire &#8220;per me&#8221;? Una storia fatta di tradimenti, di ostilità, di compromessi, di indifferenze. Eppure il Crocifisso ha amato proprio me e ha dato se stesso anche per me.<br />
Lasciamoci allora trafiggere dalle parole dette da Gesù a un grande mistico: &#8220;Io ho pensato a te durante la mia agonia, per te ho versato quelle gocce di sangue. Vuoi dunque che mi costi sempre il sangue della mia umanità senza che tu dia delle lacrime&#8221;?</p>
<p><em>Rimini; Basilica Cattedrale, 6 aprile 2012<br />
</em></p>
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		<title>Il vertice dell&#8217;amore</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/comunicati-stampa/il-vertice-dellamore/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2012 06:38:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Omelia pronunciata dal Vescovo nella Messa in cena Domini.</em> C'è un sogno che abita il cuore di Dio. Dio è felicità, una felicità pura, assoluta, incontaminata. Dio dà felicità: non può trattenerla per sé, non vuole godersela da solo.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: left;" align="center"><em>L&#8217;eucaristia è benedizione, comunione, sacrificio</em></h4>
<p style="text-align: left;" align="center"><em>Omelia pronunciata dal Vescovo nella Messa</em> in cena Domini</p>
<p>        C&#8217;è un sogno che abita il cuore di Dio. Dio è felicità, una felicità pura, assoluta, incontaminata. Dio dà felicità: non può trattenerla per sé, non vuole godersela da solo. Dio vuole felicità: già nelle relazioni con il Figlio e lo Spirito Santo si intravede che la felicità del Padre non è egocentrismo morboso, ma limpida, gratuita relazione d&#8217;amore. Ecco allora il sogno di Dio: dare vita a degli esseri con i quali entrare in intima comunione, generare dei figli sui quali riversare l&#8217;oceano di felicità che lui è e che lui ha. Il primo stralcio di questo &#8220;progetto-felicità&#8221; è la creazione: il Padre onnipotente dà origine all&#8217;umanità per effondere il suo amore su tutte le creature e allietarle con gli splendori della sua luce. Non ha inventato gli umani come dei piccoli automi, più freddi dei robot, ma ha immesso nel nostro DNA un desiderio lancinante di piena, appagata felicità. E quando abbiamo smarrito la sua amicizia, non ci ha abbandonati in potere della morte, ma nella sua misericordia ha mandato nella pienezza dei tempi il suo Figlio, l&#8217;Amato. Mai Gesù si è chiuso alle necessità e alle sofferenze dei fratelli, ma a tutti è venuto incontro per annunciare al mondo che Dio è Padre e ha cura di tutti i suoi figli, soprattutto dei piccoli, dei poveri, dei peccatori, degli esclusi. La sera in cui veniva tradito, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano, se lo cinse attorno alla vita, e cominciò a lavare i piedi dei discepoli. Poi prese del pane, rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli.</p>
<p><em>1. </em>Il vangelo dell&#8217;ultima cena apre finestre sull&#8217;infinito e ci rivela tre nomi dell&#8217;eucaristia.<br />
Il primo è <em>benedizione</em> o rendimento di grazie. Benediciamo il Signore perché nella santa cena ci si rivela come amore gratuito e sovrabbondante. Nel cenacolo fissiamo il nostro sguardo su un Dio che ci si mostra diverso, assolutamente inedito, fuori dal comune. Secondo l&#8217;immaginario collettivo, se Dio apparisse in forma umana in mezzo a noi, toccherebbe a noi metterci al suo servizio. Invece qui nel cenacolo l&#8217;immagine di Dio ci si rovescia a 180 gradi: è lui che si mette in ginocchio davanti a noi, per lavarci i piedi. Addirittura non solo dà da mangiare a noi (&#8220;Tu provvedi a noi il cibo a suo tempo&#8221;, canta il salmo), ma si dà e si fa mangiare da noi. Un Dio che si consuma, che scompare nell&#8217;uomo, al punto che ognuno dovrebbe dire: &#8220;Non vivo più io, vive in me il Signore&#8221;.<br />
Pietro non riesce a capacitarsi che il Signore renda ai suoi discepoli il servizio di uno schiavo e, quando tocca a lui, protesta: &#8220;Tu non mi laverai mai i piedi!&#8221;. Simone non accetta che Gesù lo serva, come non accetta che il Signore dia la vita per lui: preferisce darla lui per il Signore. Pensa che il Signore stia sopra tutti per dominare, non sotto tutti per servire. Il primo dei Dodici pensa che tocchi a lui di dover fare o dover dare qualcosa al Maestro. Poco prima Gesù gli aveva detto: &#8220;Non puoi seguirmi, per ora&#8221;. E&#8217; sempre Gesù che deve precederci. Lui è geloso di questo primato: è il Signore che ci ama per primo. Pietro invece pretende di potere e dovere andare avanti al Maestro: &#8220;Io darò la mia vita per te!&#8221;. E Gesù: &#8220;Tu darai la tua vita per me? Questa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte&#8221;. Pietro non ha capito che prima deve accogliere l&#8217;amore del Signore: soltanto dopo sarà capace di seguirlo, di amarlo a sua volta.<br />
Aveva ragione Joseph Ratzinger quando da giovane teologo scriveva: &#8220;L&#8217;uomo non raggiunge veramente se stesso tramite ciò che fa, bensì tramite ciò che riceve. Egli è tenuto ad attendere il dono dell&#8217;amore, e non può accogliere l&#8217;amore che sotto forma di gratuita elargizione&#8221;. Ecco una &#8220;struttura&#8221; fondamentale dell&#8217;amore cristiano: la prevalenza del ricevere sul fare, la precedenza del dono gratuito sulla prestazione attiva. Noi invece siamo portati ad occuparci continuamente di noi stessi, di ciò che facciamo, di ciò che offriamo, delle nostre virtù e dei nostri difetti. Invece il Signore desidera che oggi ci preoccupiamo di una cosa sola: di ricevere il suo amore, per la nostra gioia, per la gloria di Dio, per il bene di tutte le persone che ci sono vicine, di tutti i poveri che attendono un po&#8217; del nostro bene e dei nostri beni. Domandiamo oggi la grazia di essere attenti all&#8217;amore che il Signore ci offre, di capire che prima di tutto dobbiamo volgere la nostra attenzione a lui e non a noi stessi. Sì, è più importante che sia il Signore a lavare i piedi a noi che non noi a lavare i piedi a lui. Solo se gustiamo quanto è buono il Signore, allora saremo trasformati, anche senza accorgercene: la carità fraterna può germogliare solo da un cuore che ha provato quanto sia grande l&#8217;amore del Signore per noi e per gli altri. San Giovanni lo dice nella sua prima lettera: &#8220;Dio è amore. Dio ci ha amati per primo. Se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri&#8221;.</p>
<p>2. Un secondo nome dell&#8217;eucaristia è <em>comunione</em>. Nell&#8217;amore che si dona troviamo il principio di unità del mondo: il superamento di ogni egoismo, l&#8217;abbattimento di ogni separazione, l&#8217;azzeramento di ogni più dura contrapposizione. All&#8217;eucaristia finisce l&#8217;opera del Padre, che fin da principio vuole l&#8217;alleanza con tutta l&#8217;umanità: che si realizzi finalmente il regno di Dio! All&#8217;eucaristia finisce l&#8217;opera del Figlio, che vuole essere con noi per sempre, tutti i giorni, anche nei giorni del buio e della nebbia, anche nelle ore del dolore e del tormento, anche nell&#8217;ora della nostra morte. A vivere &#8211; se si riesce a vivere! &#8211; in tutta pienezza l&#8217;eucaristia, si è già nel regno. Un santo così pregava: &#8220;Signore, quel giorno che raggiungessi una vera, perfetta comunione con te e con i miei fratelli, in tutta la sua comprensione e capacità di trasformazione, portami con te, perché sarei già nel tuo regno&#8221;. Ma quando uno può dire di avere &#8220;fatto&#8221; una perfetta comunione? All&#8217;eucaristia finisce l&#8217;opera dello Spirito Santo: &#8220;Poiché mangiamo lo stesso pane, noi formiamo lo stesso corpo&#8221;. Per questo nell&#8217;invocazione allo Spirito Santo dopo la consacrazione, preghiamo che &#8220;per la comunione al corpo di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo&#8221;. Il fine della storia è che tutto il genere umano si componga nell&#8217;amore, a cominciare dalla Chiesa che è il sacramento, la premessa e la promessa dell&#8217;unità di tutti figli di Dio che sono dispersi.<br />
Un terzo nome dell&#8217;eucaristia è <em>sacrificio</em>. Corpo offerto, sangue versato&#8230; Queste espressioni richiamano la miseria che avvelena il mondo: tutti gli oppressi, i violentati, i torturati, i crocifissi in tutte le maniere. Da tutto ciò si alza un immenso grido disperato: perché l&#8217;uomo deve essere tanto distruttore dell&#8217;uomo? Grido di sangue: è l&#8217;appello alla rivincita e alla vendetta. Corpo offerto, sangue versato&#8230; Queste due espressioni prendono un altro colore nella persona di Gesù. Affermano l&#8217;amore, un amore possibile nonostante tutto. L&#8217;amore stesso di Dio! Non sono semplici immagini. Il giusto per eccellenza ha conosciuto l&#8217;abbandono, la tortura, una morte ignominiosa. Ma di una vita che gli era strappata, Gesù ne ha fatto una vita donata. Nel pasto eucaristico ha voluto affermare questa realtà. Ha voluto che fosse riaffermata ogni giorno, in un mondo di violenza, affinché per mezzo di essa conoscessimo il vero volto di Dio e affinché divenisse la nostra vita.<br />
Nell&#8217;eucaristia è racchiuso il significato più profondo e completo della vita offerta in sacrificio: quella del Figlio di Dio fatto uomo, ma anche quella di chi, comunicando al santo mistero del corpo e del sangue di Cristo, diviene sacrificio perenne gradito a Dio. Non si tratta di versare altro sangue né di martoriare alcun corpo, né il proprio né quello di altri, ma di tendere con tutte le energie a fare della vita una &#8220;eucaristia&#8221;, un memoriale gratuito di quanto è stato donato, e che deve trasparire veracemente, con volontà generosa e con spirito di autentico servizio, nelle nostre parole e nei nostri gesti. Offerta viva, appunto, e non di morte: a lode e gloria dell&#8217;unico Signore, perché tutta la nostra vita diventi un sacrificio di lode a lui gradito.<br />
Preghiamo con le parole della liturgia:<em><br />
&#8220;Signore, Dio vivente,<br />
guarda il tuo popolo radunato intorno a questo altare,<br />
per offrirti il sacrificio della nuova ed eterna alleanza;<br />
purifica i nostri cuori,<br />
perché alla cena dell&#8217;Agnello<br />
possiamo pregustare la Pasqua eterna<br />
della Gerusalemme del cielo. Amen&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: left;">Rimini, Basilica Cattedrale, 5 aprile 2012</p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>+ Francesco Lambiasi</em></strong></p>
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		<title>Anche noi &#8216;cristi&#8217; come Lui</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 15:37:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa Crismale</em></p>
<p>Gli alti silenzi della nostra cattedrale trattengono e subito rilanciano la scena madre del terzo vangelo, una scena da contemplare con gli occhi del cuore. L'evangelista Luca dà la sensazione di averla voluta riprendere quasi al rallentatore, come per farcela partecipare in diretta.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa Crismale</em></p>
<p>Gli alti silenzi della nostra cattedrale trattengono e subito rilanciano la scena madre del terzo vangelo, una scena da contemplare con gli occhi del cuore. L&#8217;evangelista Luca dà la sensazione di averla voluta riprendere quasi al rallentatore, come per farcela partecipare in diretta. Così permette anche a noi di entrare nella sinagoga di Nazaret per consentirci di ascoltare dal vivo la prima dichiarazione ufficiale del giovane profeta galileo, il cui nome era ormai sulla bocca di tutti, in verità più nei dintorni che in patria. Rileggiamo il manifesto che riporta l&#8217;autopresentazione di Gesù e che ci è rimasto stampato direttamente sul cuore: &#8220;Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l&#8217;unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio. Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato&#8221;. La solenne liturgia in corso non è una rappresentazione mimata dell&#8217;evento che quel sabato accadde nel piccolo, oscuro villaggio della Galilea, ma è celebrazione del mistero luminoso di <em>Gesù come il Cristo</em>, il consacrato nello Spirito e suo inviato a proclamare l&#8217;anno di grazia del Signore.</p>
<p><em>1. </em>&#8220;Cristo&#8221; &#8211; lo ricordiamo &#8211; non è nome di persona, ma titolo attribuito a Gesù, per qualificarlo come <em>il </em>Messia. Letteralmente &#8220;Cristo&#8221; significa &#8220;consacrato&#8221;. Di questa consacrazione la liturgia odierna ci presenta la <em>figura</em>, l&#8217;<em>evento</em>, il <em>sacramento</em>. Infatti la consacrazione o unzione è una di quelle realtà &#8211; come l&#8217;Eucaristia e la Pasqua &#8211; che attraversano tutte e tre le fasi della storia della salvezza. E&#8217; presente nell&#8217;Antico Testamento come figura, nel Nuovo come evento e nel tempo della Chiesa come sacramento. La figura annuncia, anticipa e prepara l&#8217;evento, mentre il sacramento lo celebra, lo rende presente, lo prolunga fino a noi, e lo attualizza.</p>
<p>Il brano di Isaia ci presenta l&#8217;unzione come <em>figura</em>: la consacrazione del Messia non viene effettuata con olio materiale, ma è una investitura che avviene per mezzo dello Spirito di Dio: &#8220;Lo <em>Spirito </em>del Signore è su di me; per questo mi ha consacrato con l&#8217;<em>unzione</em>&#8220;.</p>
<p>Il Nuovo Testamento non mostra esitazioni nel presentare Gesù come l&#8217;Unto o consacrato di Dio, nel quale tutte le unzioni antiche hanno trovato il loro compimento. Quando l&#8217;apostolo Pietro sta per battezzare il primo pagano della storia, il centurione Cornelio, riassume l&#8217;<em>incipit</em> dell&#8217;intera vicenda di Gesù con questa semplicissima dichiarazione: &#8220;Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret&#8221; (At 10,38). Questo <em>evento</em> si verificò al Giordano, quando &#8220;il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio, l&#8217;amato; in te ho posto il mio compiacimento&#8221; (Lc 3,21s). Si può quindi dire che, se nell&#8217;Incarnazione il Verbo &#8220;diviene&#8221; Gesù, nel battesimo al Giordano Gesù &#8220;diviene&#8221; il Cristo.</p>
<p>Nella Chiesa l&#8217;unzione è presente come <em>sacramento</em>, che ripropone il segno  preso dalla figura &#8211; l&#8217;unzione &#8211; e dall&#8217;evento del Giordano riproduce il significato. Ecco ad esempio quanto si legge in una antichissima catechesi mistagogica, rivolta ai neofiti:</p>
<p>&#8220;Divenuti partecipi di Cristo, giustamente voi siete chiamati &#8216;cristi&#8217;, perché avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo (&#8230;). Dopo che Gesù fu battezzato nel Giordano     e comunicò alle acque il profumo della sua divinità, ne risalì e discese       personalmente su di lui lo Spirito Santo. Anche a voi, quando siete risaliti dalla piscina delle sacre fonti, fu conferito il crisma, che è figura di quello che unse     Cristo, cioè dello Spirito Santo&#8221; (<em>Catechesi mistagogiche, </em>III, 1 &#8211; PG 33,1088).</p>
<p>Questa unzione-consacrazione, come sappiamo, è presente interamente nei sacramenti della cresima e della unzione degli infermi, e come parte di sacramenti, abbiamo l&#8217;unzione battesimale e l&#8217;unzione nel sacramento dell&#8217;ordine, nel suo triplice grado dell&#8217;episcopato, del presbiterato e del diaconato.</p>
<p><em>2. </em>Vorrei innanzitutto parlare dell&#8217;unzione battesimale e crismale. Nel brano appena citato san Cirillo di Gerusalemme in buona sostanza diceva che come Gesù divenne pienamente Cristo, cioè consacrato, per la sua unzione nel battesimo al Giordano, così i credenti in lui diventano e sono chiamati &#8216;cristi&#8217; cristiani, per la loro unzione, mediante la quale partecipano alla unzione di Cristo. Cristiani, per i primi padri della Chiesa, non significava tanto &#8220;seguaci della dottrina di Cristo&#8221;, come era per i pagani che, per primi, ad Antiochia dettero loro questo nome (cfr At 11,26), ma significava &#8220;unti, consacrati&#8221;, a imitazione e per partecipazione della unzione di Cristo, il consacrato per eccellenza. &#8220;Per questo ci chiamiamo cristiani, perché siamo unti con l&#8217;olio di Dio&#8221; (Teofilo di Antiochia, <em>Ad Autolico</em>, 1,12).</p>
<p>La conseguenza che scaturisce da ciò è che abbiamo in noi lo stesso Spirito che fu in Gesù di Nazaret. Che gioia dà il pensiero che in me c&#8217;è lo stesso Spirito che era in Gesù, nei giorni della sua vita terrena; che colui che fu &#8220;il suo compagno inseparabile&#8221; (san Basilio) è ora anche il mio compagno inseparabile, il dolce ospite della mia anima. Quando sentiamo una ispirazione, è la voce di Gesù che ci parla, ci consiglia, ci esorta attraverso il suo Spirito. Quando sentiamo il fiotto della preghiera che ci sgorga dal cuore, è lo Spirito di Gesù che prega in noi. Quando ci sentiamo spinti e sbilanciati nel donarci agli altri, a costo di rinunce e di pesanti sacrifici, è lo Spirito Santo che forma in noi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù.</p>
<p>Ecco il sacerdozio universale o comune, che ci unisce tutti, presbiteri, religiosi e laici. Nella costituzione <em>Lumen gentium </em>del Vaticano II, si legge:</p>
<p>&#8220;Per la rigenerazione e l&#8217;unzione dello Spirito santo i battezzati vengono consacrati<br />
a formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo per offrire, mediante tutte le<br />
opere del cristiano, sacrifici spirituali&#8230; Tutti, quindi, i discepoli di Cristo,<br />
perseverando nella preghiera e lodando Dio, offrono se stessi come vittima viva,<br />
santa, gradita a Dio&#8221; (LG 10).</p>
<p>Tutta la vita, non soltanto alcuni frammenti di essa, costituisce la materia di questa oblazione. Le gioie, non meno che i dolori. Gli impegni, non meno che le rinunce. Le angosce, non meno che le speranze. Sacrificio vivente è la vita di un papà o di una mamma, spesa in mille piccole cose per i figli e la famiglia; è la giornata di un lavoratore o di una lavoratrice cristiana, con tutte le ansie, le fatiche e lo stress che il lavoro o la sua perdita implica; è la vita di un giovane e di una giovane che devono affrontare tante lotte per non piegarsi alle seduzioni e ai ricatti del mondo; è la solitudine di tanti anziani, il dolore di tanti ammalati, la discriminazione di tanti immigrati, la miseria di tanta povera gente.</p>
<p><em>3. </em>Per finire, vorrei accennare alla unzione spirituale nella vita di noi consacrati nel sacramento dell&#8217;ordine: vescovo, presbiteri, diaconi. Anche in questo passaggio parlo della unzione spirituale non tanto nella sua accezione oggettiva e sacramentale, ma nell&#8217;ordine soggettivo e nel suo significato spirituale; quindi dell&#8217;unzione spirituale come <em>stile di vita</em>. Nel <em>Veni Creator</em> lo Spirito Santo viene chiamato &#8220;unzione spirituale&#8221; perché &#8211; si legge in una antica parafrasi dell&#8217;inno</p>
<p>&#8220;rende soavi e gioiose tutte le tribolazioni del mondo, secondo l&#8217;espressione che lo<br />
definisce riposo nella fatica e nella calura riparo: <em>in labore requies, in aestu<br />
temperies</em>&#8221; (Ps.-Bonaventura, <em>Compendio della verità teologica, </em>10).</p>
<p>Quali sono i segni di questa unzione spirituale? Eccone alcuni: un parlare di Gesù e del suo vangelo in cui si percepisce, per così dire, il fremito dello Spirito. Un annuncio che scuote, che convince di peccato, che fa ardere il cuore dei fratelli. Uno slancio nell&#8217;esercizio del ministero per cui non si ha paura di affrontare fatiche, di esporsi a rischi e pericoli, pur di testimoniare l&#8217;amore a Cristo, di servire il regno di Dio e la sua Chiesa. Unzione spirituale è la determinazione ostinata ad offrire la vita senza stancarsi e senza pentirsi, nella convinzione che &#8220;la salvezza delle anime è la legge suprema della Chiesa&#8221;. E&#8217; la passione o zelo apostolico per cui non guardiamo più alla nostra gratificazione o realizzazione, ma ci preoccupiamo solo di amare Gesù e di farlo amare. E&#8217; quella letizia interiore che ci sostiene anche nelle avversità, che ci rende forti ma mai duri e amari, ci rende dolci ma non arrendevoli e fiacchi. E&#8217; quella santa audacia che ci fa essere ardimentosi ma non temerari, fiduciosi freschi positivi e mai lamentosi tristi e ripiegati. Unzione spirituale è quel sano e solido equilibrio che non ci fa pendolare tra la frustrazione degli insuccessi e la presunzione di mete definitivamente conseguite. E&#8217; quel pieno abbandono alla volontà di Dio che ci fa prendere bene ogni cosa, che permette di scorgere sempre in ogni situazione &#8211; nella buona e anche nella cosiddetta cattiva sorte &#8211; il lato buono, nella convinzione disarmata e disarmante che &#8220;non sono tanto gli avvenimenti ciò che conta nella vita, ma ciò che grazie ad essi si diventa&#8221; (E. Hillesum). Perché tutto &#8211; davvero tutto &#8211; è grazia! Questa adesione alla realtà non è facile. Presuppone un affidamento totale del vivere, che si matura soprattutto nel crogiolo del dolore e nella nudità del fallimento, in una parola nella croce. Il pieno e docile abbandono al disegno di Dio non è facile, ma è possibile, alla scuola di Gesù, seguendolo nel suo affidarsi alle mani forti e tenere del Padre, nell&#8217;ora decisiva della sua pasqua. Prendere bene tutte le cose consente di gustare la vita proprio così com&#8217;è, riscattandola dalla vacuità e dal non-senso a cui l&#8217;insoddisfazione o il lamento finiscono per condannarla.</p>
<p>Tra poco, consacrando l&#8217;olio che dovrà servire all&#8217;unzione battesimale e crismale e a quella per i vari gradi dell&#8217;ordine sacro, il vescovo dirà:</p>
<p>&#8220;Questa unzione li penetri e li santifichi, perché liberi dalla nativa corruzione e    consacrati tempio della sua gloria, spandano il profumo di una vita santa&#8221;.</p>
<p style="text-align: left;" align="center">         Che la scia di profumo, che parte dal Giordano, entra nella sinagoga di Nazaret, passa per il cenacolo e attraversa l&#8217;intera storia della salvezza, giunga fino a noi e si spanda per tutta la nostra santa e cara Chiesa riminese</p>
<p style="text-align: left;" align="center"><em> Rimini, 4 aprile 2012 </em></p>
<p align="right"><strong><em>+ Francesco Lambiasi</em></strong></p>
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		<title>Corso fidanzati maggio &#8211; giugno 2012</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 09:38:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività Pastorale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>"PER-CORSO" DA FIDANZATI ....... A SPOSI Maggio - Giugno 2012<br />
L’Ufficio per la Pastorale della Famiglia organizza un Corso Diocesano per quelle coppie di<br />
fidanzati che non hanno la possibilità di partecipare ad altro corso interparrocchiale o vicariale<br />
nella propria zona.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;PER-CORSO&#8221; DA FIDANZATI &#8230;&#8230;. A SPOSI Maggio &#8211; Giugno 2012<br />
L’Ufficio per la Pastorale della Famiglia organizza un Corso Diocesano per quelle coppie di<br />
fidanzati che non hanno la possibilità di partecipare ad altro corso interparrocchiale o vicariale<br />
nella propria zona.</p>
<p><span style="color: #888888;"><strong>MAGGIO 2012</strong></span><br />
venerdì 4-11-18-25 ore 21,00</p>
<p><span style="color: #888888;"><strong>GIUGNO 2012</strong></span><br />
venerdì 1-8-15 ore 21,00 domenica 17 ore 17,00</p>
<p><strong>RICORDA CHE:</strong><br />
E&#8217; richiesta: puntualità e la presenza della coppia a tutti i momenti. Si svolgeranno per una durata di due ore.<br />
Gli incontri del venerdì si svolgeranno in Sala Ronci, presso i locali della Curia in via IV Novembre, 35.<br />
L&#8217;ultimo incontro si terrà presso la &#8220;Casa di Spiritualità Don Domenico Masi&#8221; a Saludecio via Pierino Albini, 15 Tel. 0541.981664 (Finito l&#8217;incontro, si concluderà con la cena).<br />
Al termine del corso sarà rilasciato un attestato di partecipazione.</p>
<p><strong>OCCORRE PRENOTARSI</strong><br />
Presso L’Ufficio per la Pastorale della Famiglia tel. 0541.1835107 martedì e giovedì ore 9-12,30<br />
oppure tutti i giorni presso la Segreteria Diocesana tel. 0541.1835100</p>
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