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	<title>Diocesi di Rimini</title>
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		<title>Itinerario Quaresimale</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 12:48:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco.santini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[“Io credo! Aiuta la mia incredulità”
Meditazioni sulla professione di fede
Itinerario Quaresimale
Ogni lunedì dal 5 Marzo al 2 Aprile 2012
Rimini, Chiesa di Sant’Agostino
&#160;
Le Meditazioni Quaresimali di questo anno pastorale saranno incentrate sulla Professione di fede dei cristiani, vale a dire sul Credo (o Simbolo apostolico). In esso sono condensati i fondamenti della fede che la stessa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Io credo! Aiuta la mia incredulità”</strong><br />
Meditazioni sulla professione di fede</p>
<p><strong>Itinerario Quaresimale<span id="more-4822"></span></strong><br />
<em>Ogni lunedì dal 5 Marzo al 2 Aprile 2012</em></p>
<p><em>Rimini, Chiesa di Sant’Agostino</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le Meditazioni Quaresimali di questo anno pastorale saranno incentrate sulla Professione di fede dei cristiani, vale a dire sul Credo (o Simbolo apostolico). In esso sono condensati i fondamenti della fede che la stessa comunità apostolica ha consegnato alla Chiesa delle origini.<br />
Dal III secolo è diventato usuale per il catecumeno recitare la confessione come testo unitario, mediante il quale egli confessa dinanzi alla comunità raccolta in assemblea la sua intenzione di affidarsi a Dio. Nel momento in cui il catecumeno viene battezzato, entra in comunione con Cristo, muore e risorge con Lui: muore l’uomo vecchio per lasciare il posto all’uomo nuovo.<br />
Ancora oggi la liturgia pasquale porta le tracce di questa grande veglia battesimale, e la storia del Credo è in fondo un ampliamento della formula battesimale.<br />
La confessione di fede è anzitutto espressione della fiducia e della relazione vitale dell’uomo con Dio; ogni simbolo-parola diventa il punto più alto di incontro dell’umanità con Dio, una rivelazione del mondo spirituale che tramite esse si esprime. Nello stesso tempo questo Simbolo apostolico costituisce anche l’inno di lode e di esaltazione dell’opera di Dio-Trinità, una perfetta sintesi delle verità fondamentali della fede cristiana.<br />
Oggi siamo chiamati a riscoprire insieme il senso di questa antica professione di fede come orientamento della vita cristiana nel mondo, come sigillo della propria vocazione battesimale che ci pone nel mondo da autentici testimoni della Bellezza pasquale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Itinerario Quaresimale </strong></p>
<p>Lunedì 5 Marzo alle ore 21<br />
<strong>Il Padre</strong>: <em>“Credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra” </em><em><br />
</em>Prof.ssa Bruna Costacurta  (Biblista, Docente di <em>Esegesi dell’Antico Testamento</em> presso la Pontificia Università Gregoriana)</p>
<p>Lunedì 12 Marzo alle ore 21<br />
<strong>Il Figlio</strong>: <em>“Credo in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore”<br />
</em>p. Enzo Bianchi (Teologo, Priore della Comunità monastica di Bose)</p>
<p>Lunedì 19 Marzo alle ore 21<br />
<strong>Lo Spirito Santo</strong>: <em>“Credo nello Spirito Santo”</em><strong><em><br />
</em></strong>p. Raniero Cantalamessa (Francescano cappuccino, teologo e biblista, Predicatore della Casa Pontificia)</p>
<p>Lunedì 26 Marzo alle ore 21<br />
<strong>La Chiesa</strong>: <em>“Credo la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati”</em><strong><em><br />
</em></strong>p. Elia Citterio (Teologo spirituale e patrologo, Comunità dei Fratelli contemplativi di Gesù)</p>
<p>Lunedì 2 Aprile alle ore 21<br />
<strong>La vita eterna</strong>:<strong><em> </em></strong><em>“Credo la risurrezione della carne, la vita eterna”<br />
</em>S.E. Mons. Francesco Lambiasi (Vescovo di Rimini)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Note informative</p>
<p>Gli incontri, aperti a tutti, si svolgeranno per 5 lunedì consecutivi durante il periodo quaresimale presso la Chiesa di Sant’Agostino, nel centro storico di Rimini, via Cairoli 14 (parcheggio in piazza Malatesta). Ogni meditazione sarà preceduta dalla lettura di un passo evangelico e dall’ascolto di un brano musicale.</p>
<p>Per ulteriori informazioni rivolgersi alla Segreteria Diocesana:<br />
Via IV Novembre, 35 – 47921 Rimini, tel. 0541-1835100, fax 0541-24024; <a href="mailto:segreteria@diocesi.rimini.it">segreteria@diocesi.rimini.it</a> (oppure alla segreteria dell’ISSR “Alberto Marvelli” della Diocesi di Rimini (tel 0541-751367 <a href="mailto:direzione@isrmarvelli.it">direzione@isrmarvelli.it</a>)</p>
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		<title>L&#8217;essenza del cristianesimo</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 09:28:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Omelia tenuta dal Vescovo in occasione del 7° anniversario della morte di don Giussani e del 30° anniversario del riconoscimento di Comunione e Liberazione<br />
Rimini, Basilica Cattedrale, 20 febbraio 2012</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><em>Omelia tenuta dal Vescovo in occasione del 7° anniversario della morte di don Giussani e del 30° anniversario del riconoscimento di Comunione e Liberazione</em><br />
Rimini, Basilica Cattedrale, 20 febbraio 2012</p>
<p>         Nella sera dalle ombre più lunghe della storia, quando stava per scoccare l&#8217;ora delle tenebre, in cui Gesù veniva tradito e Giuda e i sommi sacerdoti facevano mercato del suo corpo, l&#8217;evangelista Giovanni registra l&#8217;accorato discorso di addio rivolto dal Maestro ai discepoli smarriti e frastornati. Il vangelo che ci è stato proclamato riporta un frammento di quell&#8217;ardente dialogo, in cui per due volte risuona pressante l&#8217;invito di Gesù: &#8220;Non sia turbato il vostro cuore&#8221; (Gv 14,1.27).</p>
<p>Perché i discepoli del Signore non devono avere paura? Perché devono persino rallegrarsi della sua partenza? Perché la Chiesa non deve mai smarrire la speranza, soprattutto di fronte alle aggressioni sfrontate e alle ambigue seduzioni del mondo? La risposta è semplice e rasserenante: perché i discepoli non sono e non saranno mai &#8220;orfani&#8221;. Perché Gesù ha promesso ai suoi, prima di partire, quattro doni: la forza e la tenerezza della comunione, una presenza nuova di Dio, l&#8217;azione efficace dello Spirito, la sua pace. Quattro promesse di doni, un solo donatore: lo Spirito Santo.</p>
<p>&#8220;Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà&#8221;. Ecco la prima promessa: il dono della comunione. La carità cristiana è la corrente che scorre sul filo della &#8216;resistenza&#8217;, che lega in relazione Gesù e i discepoli, i discepoli tra di loro, e con Dio Padre. L&#8217;amore evangelico non è un sentimento effimero e generico. E&#8217; una vita che ha il volto e il cuore dello Spirito, il quale nella Scrittura è detto &#8216;comunione&#8217; (cfr 2Cor 13,13). Nella santa Trinità lo Spirito Santo è l&#8217;unico a portare un nome che è comune a tutte e tre le Persone, perché tutto in Dio è &#8216;spirito&#8217; e tutto è &#8216;santo&#8217; , mentre solo il Padre si può chiamare Padre e solo il Figlio si può chiamare Figlio. Lo Spirito Santo è lo Spirito del Padre e del Figlio, e dunque è la comunione che lega il Padre e il Figlio, la scaturigine di ogni comunione tra di noi, e tra noi e Dio. &#8220;Il Padre e il Figlio hanno voluto che noi avessimo comunione tra noi e con loro per mezzo di ciò che è comune in seno ad essi e hanno voluto riunirci in unità per quello stesso dono che essi hanno in comune tra di loro&#8221;, scrive sant&#8217;Agostino (PL 38,454). Ma bisogna sempre ricordare che la scintilla del gran fuoco della comunione piove dall&#8217;alto, come il fuoco della Pentecoste. E&#8217; l&#8217;amore di Dio per l&#8217;uomo ad avere sempre il primato. Affermava il vostro Fondatore: &#8220;La carità di Dio per l&#8217;uomo è una commozione: un dono di sé che vibra, si agita, si muove, si realizza nella realtà di una commozione. Dio che si commuove! Dio che si commuove per il nostro niente!&#8221;. E qual è l&#8217;effetto di questa comunione?</p>
<p>Ecco la seconda promessa. &#8220;Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui&#8221;. Il discepolo diventa addirittura la casa di Dio, il suo tempio santo. Quando Salomone consacrò il tempio, compose una preghiera intrisa di stupore: “Come è possibile che Colui che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere, abiti in questa casa?”. Con Gesù noi abbiamo ben più di Salomone, ben più del tempio: Dio non abita più nel tempio di Gerusalemme, ma preferisce piantare la sua tenda nei nostri cuori. &#8220;Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?&#8221; (1Cor 3,16)? Noi non siamo mai soli: Dio è sempre con noi, abita in noi. E&#8217; comunque un mistero, di fronte al quale scatta stupefatta la domanda: &#8220;Come è possibile?&#8221;. Anche questo capolavoro della misteriosa, realissima presenza di Dio porta la firma dello Spirito Santo. Infondendo nei nostri cuori la carità, lo Spirito Santo non infonde solo una virtù, fosse pure la più grande delle virtù, ma infonde se stesso. Il dono di Dio è l&#8217;inabitazione in noi del Donatore stesso, e con lui, dell&#8217;intera Trinità.</p>
<p>Ma c&#8217;è una terza promessa di Gesù: &#8220;Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa&#8221;.</p>
<p>&#8220;Chi può non lasciare le parole di Gesù come erranti ai bordi della nostra coscienza? Chi può non farci ripetere queste parole, ma farcele dire come espressione di un&#8217;esperienza iniziale, incoativa, ma già reale di eternità? Chi può incominciare a farci penetrare queste parole?&#8221;, si chiedeva Don Giussani. E rispondeva netto: &#8220;Chi può introdurre nel mistero di Cristo, chi ci può dare accesso alla contemporaneità di Cristo è lo Spirito di Cristo&#8221;. Ecco il frutto della inabitazione dello Spirito Santo in noi: ci guida verso la verità tutta intera non dicendoci altro, né andando oltre quello che Gesù ci ha detto, ma facendoci percepire la verità di quanto ci ha rivelato. Lo Spirito del Risorto non completa l’insegnamento di Gesù, ma ne rende trasparente la pienezza, ne svela la perenne attualità. Questo avviene in modo particolare attraverso la lettura della sacra Scrittura. Il concilio ci ricorda: “La sacra Scrittura è parola di Dio in quanto scritta per opera dello Spirito Santo”, e perciò essa “fa risuonare la voce dello Spirito” (DV 9; 21). E’ amando che si capisce la Parola. Lo Spirito Santo non è un ripetitore a distanza: quando leggo la sacra Bibbia in comunione con la Chiesa, è il suo soffio che mi fa sentire in quella parola la voce stessa di Cristo che mi parla: “il vangelo è la bocca stessa di Cristo”, affermava s. Agostino. Non si tratta di autosuggestione: il Paraclito non mi fa leggere la parola ispirata “<em>come se</em> Cristo mi parlasse ora”, ma mi fa ascoltare la parola che Cristo stesso mi sta dicendo ora.</p>
<p>E, infine, Gesù promette ai suoi il dono della pace. Non come la promette e la dà il mondo. La pace di Gesù è a 180 gradi dalla finta pace del mondo, basata sui mastodontici, ma fragili e friabili piloni dell&#8217;egoismo, della menzogna e della violenza. La pace di Gesù ha il costo più alto, la croce. Ma è un costo che frutta il ricavo più prezioso, la gioia della Pasqua. La pace di Cristo non è il <em>nirvana</em> del Buddhismo. Il nirvana viene interpretato come negazione e fine della sofferenza attraverso l&#8217;estinzione di ogni desiderio. La pace cristiana non è negazione, ma affermazione e compimento di tutti i desideri di bene che lo Spirito accende nei nostri cuori.</p>
<p>La pagina che abbiamo ascoltato custodisce l’essenza del cristianesimo. “Se uno mi ama”. Tutto si ricentra sul sentimento più importante del mondo divino e più dirompente del mondo umano: l’amore. Non è una formula, ma una persona: lo Spirito del Risorto, che ci fa sentire Cristo come nostro contemporaneo. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”. Questa parola non esprime un ordine, ma apre una possibilità; non declina un verbo all&#8217;imperativo, ma al futuro, che esprime il rispetto emozionante di Dio, che bussa alla porta del cuore e attende: se ami, farai. E subito rovescia il nostro modo di pensare. Noi avremmo detto: se osservi la mia parola arriverai ad amarmi, senza avvertire che questa logica capovolge il Vangelo, perché vede Dio come uno specchio su cui far rimbalzare i propri meriti, Dio della legge e non della grazia. Un detto medioevale afferma: «I giusti camminano, i sapienti corrono, gli innamorati volano». L&#8217;amore libera una energia, una luce, un calore, una gioia in tutto ciò che fai, e ti pare di volare. Solo se hai scoperto la bellezza di Cristo partirà la spinta a vivere il suo Vangelo. Perché la nostra vita non avanza con i testacoda della nostra volontà, ma per una passione. E la passione nasce da una bellezza. L&#8217;amore per Gesù sgorga dalla bellezza del suo volto, dalla sua vita buona, bella e beata. La vita più umana che ci sia, la vita nuova del vangelo.</p>
<p align="right"><strong><em> + Francesco Lambiasi</em></strong></p>
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		<title>Tutto a gloria di Dio</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 09:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Omelia tenuta dal Vescovo nel corso dell'ordinazione dei diaconi permanenti Roberto Antonini, Davide Caroli, Giorgio Pieri, e della candidatura al diaconato di Luigi Brusi<br />
Rimini, Basilica Cattedrale, 19 febbraio 2012</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><em>Omelia tenuta dal Vescovo nel corso dell&#8217;ordinazione dei diaconi permanenti </em>Roberto Antonini, Davide Caroli, Giorgio Pieri, <em>e della candidatura al diaconato di </em>Luigi Brusi<br />
Rimini, Basilica Cattedrale, 19 febbraio 2012</p>
<p>            Un manifesto. Si potrebbe definire il manifesto della spiritualità cristiana. Ce lo aspetteremmo di molte parole, riportate a lettere grandi, e invece ci si presenta come un piccolo brano, formulato con tono dimesso, un programma spirituale disteso su appena tre versetti. E&#8217; ritagliato da una delle più lunghe lettere di san Paolo &#8211; la prima ai Corinzi &#8211; e ci è stato proclamato poco fa nella seconda lettura. A causa della sua modesta estensione, rischia di passare inosservato, mentre ha tutti crismi per meritare un&#8217;attenzione duplicata,: in effetti in poche righe l&#8217;Apostolo concentra una breve <em>summa </em>del codice etico del cristiano nella storia. Permettetemi di rileggerlo ora, in una versione un po&#8217; più sciolta:</p>
<p>&#8220;Fratelli, quando mangiate o bevete o quando fate qualsiasi altra cosa, fate          tutto per la gloria di Dio. Però agite in modo da non scandalizzare nessuno: né           Ebrei, né pagani, né cristiani. Comportatevi come me, che in ogni cosa cerco di       piacere a tutti. Non cerco il mio interesse, ma quello di tutti, perché tutti siano   salvati&#8221; (1Cor 10,31-33).</p>
<p><em>1. Fate tutto a gloria di Dio</em></p>
<p><em>            </em>Di questo minuscolo frammento stupisce il messaggio diretto e il linguaggio chiaro e tondo: &#8220;fate tutto a gloria di Dio&#8221;. Nell&#8217;espressione &#8220;gloria di Dio&#8221; l&#8217;accostamento del vocabolo &#8216;gloria&#8217; al santo nome di Dio potrebbe suscitare serie riserve e non poche perplessità. Nel linguaggio corrente infatti &#8216;gloria&#8217; dice &#8216;fama&#8217;, &#8216;celebrità&#8217;, &#8216;onore&#8217;. Di qui la domanda: che Dio è un Dio che avrebbe bisogno del tributo del nostro incenso? E, visto che è Dio stesso a dire in lungo e in largo nella Bibbia di agire per la sua gloria, la domanda si reduplica e si fa persino temeraria: come può essere buono e santo un Dio che agirebbe unicamente per il proprio esclusivo interesse?</p>
<p>Il cortocircuito nasce da un grezzo antropomorfismo: quello di attribuire al soggetto &#8216;Dio&#8217; una parola &#8211; &#8216;gloria&#8217; &#8211; intesa però secondo l&#8217;accezione umana, di prestigio, rinomanza, notorietà. Se così fosse, allora il termine gloria sarebbe vocabolo davvero indecente da abbinare a Dio. Oppure avrebbe ragione il perfido Seduttore, il serpente antico, il quale ha tentato ed è riuscito &#8211; da maestro dei maestri del sospetto &#8211; a inoculare nella mente dell&#8217;uomo e della donna la torbida immagine di un Dio geloso della propria onnipotenza, pericoloso concorrente della nostra realizzazione, che avrebbe rinchiuso gli umani nello squallido carcere del mondo per rappresaglia contro la loro inalienabile libertà.</p>
<p>Al contrario, Gesù ci ha rivelato il volto di un Dio estroverso, in estasi gratuita, permanente, in incessante uscita-al-di-fuori-di-sé &#8211; questo significa &#8216;estasi&#8217; &#8211; un Dio determinato dal solo scopo di agire in favore degli uomini, spinto dall&#8217;unico desiderio di rendersi presente per soccorrerli, soprattutto se umili e perfino indegni. Cos&#8217;è questo se non amore? Un amore purissimo, che pensa solo a dare, e non a dare per dovere, né a dare per poi avere, ma a dare solo per amore. Le prove? Sono le grandi opere di Dio. La prima, la creazione, ci mostra un Dio che ci ha creati per amarci, prima e più che per essere da noi amato. Non ci ha creati per aumentare la propria gloria, ma solo per riversare su di noi la sua gioia. Inoltre l&#8217;incarnazione ci rivela un Dio &#8220;che ha tanto amato il mondo da aver dato il proprio figlio&#8221;, ricorda l&#8217;evangelista Giovanni (Gv 3,16), il quale riporta pure quella parola solenne del Figlio: &#8220;Non c&#8217;è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici&#8221;, dove &#8216;amici&#8217; si deve intendere nel senso di quanti, già nemici, sono stati amati al punto da diventare amici. Come specifica Paolo:</p>
<p>&#8220;A stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe   morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel         fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi&#8221; (Rm 5,7-8).</p>
<p>Ecco dunque come Dio rivela la sua gloria: non prendendo, ma donando; non guadagnandoci qualcosa, ma rimettendoci tutto, perfino il tesoro più caro, la vita di suo Figlio. Dio mostra la sua gloria non sacrificando i suoi figli al proprio onore, ma sacrificando se stesso per la loro felicità. Un Dio la cui identità consistesse nell&#8217;affermare il proprio valore sarebbe un Dio prodotto dalla mente dell&#8217;uomo. Sarebbe un Dio pensato come proiezione all&#8217;infinito di ciò che l&#8217;uomo vorrebbe essere. Tutte le religioni affermano che l&#8217;uomo si deve sacrificare per Dio, ma solo il cristianesimo annuncia un Dio che si sacrifica per l&#8217;uomo.</p>
<p>Possiamo sottoscrivere allora la celebre espressione di sant&#8217;Ireneo: &#8220;La gloria di Dio è la vita dell&#8217;uomo&#8221;. In parole povere: la gloria di Dio è l&#8217;uomo che vive, è l&#8217;uomo riuscito, che raggiunge tutta intera la sua pienezza. Il vescovo Romero riprendeva e precisava l&#8217;espressione di Ireneo: <em>Gloria Dei vivens pauper. </em>In altre parole: Dio trova la sua gloria amando l&#8217;uomo che è povero, indigente, &#8220;quell&#8217;essere-di-bisogno che è bisogno di avere e di essere&#8221; (A. Rizzi). Una formula audace arriva ad affermare: non è perché l&#8217;uomo è amabile che Dio lo ama, ma Dio lo ama per renderlo amabile.</p>
<p><em>2. Sia che mangiate sia che beviate</em></p>
<p><em>            </em>Fare tutto a gloria di Dio significa pertanto vivere, pensare, parlare, agire facendo in modo che tutta la nostra vita dia a Dio la maggior gloria possibile (<em>Ad maiorem Dei gloriam</em>), e quindi non avere come fine dei nostri pensieri, delle nostre parole e opere, niente altro se non ciò che dà veramente gloria a Dio. Concretamente, amando lui nei nostri fratelli e amando i nostri fratelli per amore suo. E&#8217; quanto afferma Paolo quando ci esorta ad avere &#8220;gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l&#8217;essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo&#8221; (Fil 2,5-7).</p>
<p>Ecco: noi diamo gloria a Dio imitando suo Figlio e assumendo anche noi la condizione di servi. Tutto questo, però, non solo nelle situazioni eccezionali e straordinarie, ma nel quotidiano, giorno dopo giorno. Il vangelo infatti non è una proposta eccezionale fatta a persone eccezionali disponibili a scelte eccezionali, e comunque anche le scelte eccezionali maturano &#8211; e non potrebbe essere altrimenti &#8211; nella ferialità ordinaria del cammino della vita, passo dopo passo. La paradossalità della vita cristiana consiste nel fatto che il radicalismo evangelico va vissuto nella concretezza, nella complessità, nella fatica, nel monotono grigiore della quotidianità. &#8220;Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce <em>ogni giorno </em>e mi segua&#8221;, afferma Gesù secondo Luca (9,23). Ogni giorno, anche nella situazioni più consuete e minute, come possono essere il mangiare e il bere o qualsiasi altra attività, perfino la più anonima e opaca.</p>
<p><em>3. Senza cercare il mio interesse</em></p>
<p>Ecco un altro modo plastico ed efficace per dire che cosa significa &#8220;fare tutto per la gloria di Dio&#8221;. Se Dio trova la sua gloria decentrandosi e mettendosi a servizio dell&#8217;uomo, se Gesù si mette &#8211; lui! &#8211; a lavare i piedi dei discepoli e dice di essere venuto per servire, non per farsi servire, allora lo stile del servizio per il cristiano è coestensivo all&#8217;intera esistenza, dall&#8217;inizio alla fine.</p>
<p>Servire è verbo di identità prima che di azione. E se nella classifica dei soggetti del verbo, il primo è Dio, allora servire è molto più che un verbo regale: è verbo divino. Il servizio è un essere, prima che un fare. Pertanto il grembiule del servizio non si può indossare a giorni alterni; è la divisa che non può mai rimanere nel guardaroba del discepolo. Servire non è un frammento del nostro tempo o del nostro agire, non è una serie di prestazioni dovute, ma è semplicemente un modo di essere, di essere cristiani e basta. Questo sta a dire che non si possono vivere alcuni spazi dell&#8217;esistenza come servizio e altri come ricerca di sé. E sta a dire ancora che non si può servire per il fine di diventare grandi e importanti, per ricevere lode, onore e gloria. Servire gli altri per la propria realizzazione o gratificazione sarebbe una distorsione subdola e ipocrita, una lampante contraddizione tra l&#8217;azione oggettiva &#8211; il servizio ha per fine il bene dell&#8217;altro &#8211; e l&#8217;intenzione soggettiva che strumentalizza l&#8217;altro per il proprio, personale tornaconto. Servire gli altri per amore di Dio, non servirsene: questo è l&#8217;ideale di ieri e di sempre per un cristiano.</p>
<p>Mentre mi avvio verso la conclusione, mi rendo conto che il percorso di questa riflessione sul brano paolino ha finito per curvare verso il tema del servizio, un tema che si inserisce perfettamente nel contesto dell&#8217;ordinazione dei tre diaconi permanenti a cui stiamo per procedere. In effetti i diaconi sono chiamati ad esprimere, secondo la loro grazia specifica, la <em>diaconia</em>, ossia il servizio-ministero di Gesù Cristo, servo del Padre, servo di tutti,</p>
<p>&#8220;ricordando così anche ai presbiteri e ai vescovi, la natura ministeriale del loro sacerdozio, e animando con essi, mediante la Parola, i sacramenti e la        testimonianza della carità, quella <em>diaconia </em>che è vocazione di ogni discepolo di      Gesù e parte essenziale del culto spirituale della Chiesa&#8221; (<em>I diaconi permanenti nella Chiesa italiana</em>, 1993, n. 7).</p>
<p>Carissimi Roberto, Giorgio, Davide, vi auguriamo di assaporare in tutti i giorni della vostra diaconia la gioia del servizio. Ricordate sempre che questa gioia va continuamente irrorata dall&#8217;acqua viva della parola di Dio, va alimentata dal corpo e sangue di Cristo, va riscaldata dal fuoco della carità, per far fiorire il deserto spesso arido e torrido della nostra società, gravemente affetta dalla patologia più seria: l&#8217;egoismo.</p>
<p>Non dimenticate mai il segreto del circolo virtuoso della <em>diaconia</em>: chi coltiva dentro di sé la gioia del servizio, la può dare raddoppiata agli altri. E, a sua volta, chi la duplica e la moltiplica per gli altri, la centuplica dentro di sé.</p>
<p align="right"><strong><em>+ Francesco Lambiasi</em></strong></p>
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		<title>Si può essere felici con Dio solo?</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 07:45:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><em>Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa per la Vita Consacrata. </em> Rimini, Basilica Cattedrale, 2 febbraio 2012.   Uno schianto al cuore. Deve essere stato un colpo duro, durissimo per la giovane Madre ascoltare l'annuncio scioccante del vecchio Simeone, mentre teneva tra le braccia il suo dolce neonato, di appena quaranta giorni.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa per la Vita Consacrata. </em> Rimini, Basilica Cattedrale, 2 febbraio 2012.</p>
<p>Uno schianto al cuore. Deve essere stato un colpo duro, durissimo per la giovane Madre ascoltare l&#8217;annuncio scioccante del vecchio Simeone, mentre teneva tra le braccia il suo dolce neonato, di appena quaranta giorni. Dopo averlo proclamato luce delle genti e gloria di Israele, quel santo vegliardo aveva subito aggiunto: &#8220;Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione&#8221;. Al timbro stridulo di quelle parole, nel tenero cuore di Maria si mescolava il sibilo anticipato di una misteriosa spada di dolore che le avrebbe trapassato l&#8217;anima. Ma dopo un primo, interminabile attimo di panico, tutto lascia pensare che la fede abbia riportato nell&#8217;intimo più intimo della Vergine Madre una inalterabile pace. Dal giorno dell&#8217;annuncio di Gabriele, Maria aveva ormai imparato che i misteri dolorosi preludono e preparano immancabilmente quelli gloriosi. E dal giorno della presentazione del Bambino al tempio la santa Vergine avrà senz&#8217;altro conservato nel cuore le parole di Simeone, marcate da quell&#8217;abbinamento incrociato, fatto di sofferenza e di gioia, di morte e di risurrezione. Ed è più che legittimo sostenere che anche in quella quarantesima sera dopo il parto Maria avrà cantato il suo inno preferito, il <em>Magnificat</em>.</p>
<p><em>1. La gioia della chiamata</em></p>
<p><em>         </em>Collocata a mezza via tra il Natale e la Pasqua, la festa della Presentazione del Signore viene puntualmente rivissuta nelle date solenni della nostra vita di battezzati: dalla prima pasqua (il battesimo) all&#8217;ultima pasqua (la morte) si ha una continua presentazione al tempio. Questa poi si realizza in modo particolare quando si risponde a una chiamata di Cristo a seguirlo più da vicino, come avviene nella <em>vita consacrata</em>. La vostra vita, sorelle e fratelli, dice per il solo, nudo fatto di esserci, che il nostro pellegrinaggio terreno è un continuo andare &#8216;incontro&#8217; al Cristo che viene.</p>
<p>Questa rilettura dell&#8217;evento che stiamo celebrando provoca una domanda che riguarda in modo particolare voi consacrati: ma è proprio vero che <em>si può essere felici con Dio solo?</em> Alla scuola di Maria, insuperabile modello di ogni forma di consacrazione, è possibile modulare una risposta che va in una triplice direzione.</p>
<p>La vita consacrata permette di gustare innanzitutto <em>la gioia della chiamata.</em> E&#8217; la lieta notizia, la verità luminosa e appagante della vocazione. Per essere chiamati alla vita consacrata, bisogna prima ancora essere stati chiamati alla vita, all&#8217;esistenza nuda e cruda. Ma per essere chiamati ad esistere, occorre innanzitutto essere amati. Se siamo stati destinati alla vita e alla consacrazione è allora segno indubbio che siamo stati doppiamente amati. E amati a prescindere da ogni nostro merito, da ogni nostra attività, da ogni nostra più personale e intrasmissibile prerogativa. Noi non potevamo essere amabili prima di essere, ossia prima di esistere. Dunque il fatto stesso che noi esistiamo, sta a dire con indubbia evidenza che siamo stati amati. Ricordiamo san Giovanni: &#8220;Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi&#8221; e &#8220;ci ha amati per primo&#8221; (1Gv 4,10.19). Questo amore divino che si esprime nella duplice &#8211; ma in fondo unitaria &#8211; chiamata alla vita e alla vita cristiana, passa attraverso la fortezza dell&#8217;amore paterno e la tenerezza di quello materno, ma l&#8217;amore di Dio è infinitamente più gratuito di quello dei nostri genitori. Infatti Dio non ci ha creati perché soffriva di solitudine o per ricavare da noi qualche vantaggio o per compensarsi di qualche incolmabile vuoto. Non ci ha creati per aumentare la sua gloria, ma per riversare su di noi la sua misericordia. Ora, nella chiamata alla vita religiosa l&#8217;amore divino si declina in modo particolarissimo secondo le note dell&#8217;<em>amore sponsale</em>. Una delle letture preferite specialmente da voi consacrate nella Messa per la professione religiosa è l&#8217;ardente pagina del profeta Osea: &#8220;Ecco l&#8217;attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore&#8221; (2,16). Non è forse la certezza gratificante della chiamata la radice mistica di una incontenibile gioia?</p>
<p><em>2. La gioia della consacrazione</em></p>
<p>La presentazione al tempio significava la consacrazione a Dio del primogenito. E il gesto ne confermava l&#8217;appartenenza al Signore, secondo il libro dell&#8217;Esodo (13,2). Dell&#8217;evento l&#8217;evangelista Luca coglie soprattutto l&#8217;aspetto sacrificale: &#8220;Portarono il bambino a Gerusalemme <em>per offrirlo al Signore</em>&#8220;. L&#8217;offerta sacrificale, come consegna incondizionata e irreversibile della vittima, prelude alla Pasqua. La vita consacrata è una esistenza tutta pasquale: inizia formalmente con la professione dei voti, in cui il consacrato o la consacrata rivive il proprio battesimo, come immersione nella morte di Cristo e come rinascita nella sua risurrezione. E&#8217; sempre assai suggestivo il rito della prostrazione dei consacrandi durante il canto della litanie dei santi. In qualche ordine femminile la monaca rimane prostrata a terra con le braccia allargate a forma di croce. Il messaggio è lampante: si muore al mondo e alle sue passioni, ai suoi miraggi e alle sue seduzioni ingannatrici, e si risorge alla vita nuova, per vivere secondo i sentimenti e gli atteggiamenti che furono in Cristo Gesù. E&#8217; l&#8217;esperienza della gioia pasquale, che mette al primo posto l&#8217;affidarsi a Dio, il quale per noi vuole solo vita e salvezza, e a volte chiede di &#8220;preferire la croce alla gioia&#8221;, come ha fatto per il Figlio suo (Ebr 12,2), in vista di una gioia superiore.</p>
<p>L&#8217;esperienza di Teresa di Lisieux è illuminante: &#8220;Ho sofferto da quando mi trovo al mondo. Ma se nella mia infanzia soffrivo con tristezza, adesso non è più così che io soffro, ma nella pace e nella gioia: sono veramente felice di soffrire&#8221;. Questo non è morboso masochismo, ma cristianesimo allo stato puro. Soffrire sapendo di essere nelle mani del Padre è fonte di una serenità inossidabile, &#8220;che intender non può chi non la prova&#8221;.</p>
<p>L&#8217;esperienza di Gesù dice che la gioia vera, duratura, senza nubi è la gioia pasquale, quella gioia che viene dalla certezza che la vita non è fatta per la morte, ma la morte è fatta per la vita. Che non si vive per soffrire, ma si soffre per vivere.</p>
<p><em>3. La gioia dell&#8217;attesa</em></p>
<p>&#8220;Fratelli, non siate tristi come gli altri che non hanno speranza&#8221;, scriveva san Paolo (1Ts 4,13), e san Francesco cantava: &#8220;Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto&#8221;. Per un cristiano, la gioia è coestensiva alla speranza: siamo lieti ogni giorno di sperare e speriamo un bel giorno di essere lieti per sempre. La gioia nella speranza genera la perseveranza nella prova. Esorta san Paolo: &#8220;Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera&#8221; (Rm 12,12). La preghiera ottiene pace e serenità, anche quando occorre resistere agli assalti della persecuzione, anche quando si urta contro il muro di gomma dell&#8217;indifferenza, anche quando si ha l&#8217;impressione di &#8220;lavorare in perdita&#8221;, e si attraversa il tunnel dell&#8217;insignificanza e del grigiore opprimente.</p>
<p>La stella polare del nostro pellegrinaggio in questa valle di lacrime è l&#8217;attesa della patria celeste, e tocca in modo particolare alle consacrate e ai consacrati tenere lo sguardo orientato verso quella &#8220;super-nova&#8221; &#8211; come l&#8217;ha definita papa Benedetto &#8211; che è la speranza. Non abbiate paura, sorelle e fratelli, di chi vi accusa di essere degli alienati, di evadere dall&#8217;impegno storico, di scaricarvi di dosso le responsabilità legate alla città terrena. La verità è un&#8217;altra: è la svalutazione della gioia dell&#8217;attesa della patria celeste che produce automaticamente la svalutazione della gioia del pellegrinaggio terrestre. Non si tratta di disprezzare le cose terrene per inseguire quelle eterne, ma di valutare con sapienza i beni della terra nella continua ricerca di quelli del cielo. Infatti &#8220;l&#8217;attesa dell&#8217;aldilà non deve indebolire, ma piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente&#8221; (GS 39).</p>
<p>Fratelli e sorelle, oggi nel mondo e nella Chiesa si accusa un vistoso deficit di gioia. Ma chi di noi può scagliare al riguardo la prima pietra? Non dipende forse anche da noi cristiani &#8211; pastori, consacrati, laici &#8211; che la croce, anziché diventare la scala mobile per la gioia, venga troppo spesso ridotta a uno scivolo per impantanarsi nella palude della tristezza? Il mondo non reclama da noi gesti epici né parole roboanti: si aspetta soltanto di vederci stampata in faccia la certezza di sentirci amati. La gente si attende di percepire nell&#8217;intimo di ognuno di noi il mormorio di sottofondo dell&#8217;invincibile fiducia di essere dei salvati. Forse dobbiamo ritrovare la grammatica di base della gioia: reimparare a sorridere. Spesso, anche senza accorgercene, gli altri ci vedono camminare ripiegati e inquieti. Sarà per una comprensibile stanchezza, sarà pure per preoccupazioni, amarezze e acciacchi, ma troppo spesso, purtroppo, ci mostriamo nervosi, pessimisti e perfino tristi. In un tempo incline al lamento, dobbiamo stare attenti a non diventare anche noi scorbutici e scontrosi. Dobbiamo vigilare per non rischiare di fare cattiva pubblicità a quello che chiamiamo, ben a ragione, &#8220;il nostro Sposo&#8221;. Abbiamo bisogno di rimetterci alla scuola del divin Maestro, che ci dà lezioni gratuite di felicità e ci allena a fare esercitazioni di perfetta letizia.</p>
<p>Carissimi fratelli e sorelle, &#8220;la luce vera che illumina ogni uomo che viene nel mondo, è venuta. Tutti siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui. Riceviamo esultanti nell&#8217;animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna&#8221; (san Sofronio).</p>
<p>Che il divino Bambino presentato al tempio faccia brillare il suo volto su di voi consacrati, vi benedica per tutto il bene che fate e che siete per noi, e vi dia pace! Che Maria, a Vergine del <em>Magnificat</em>, vi aiuti ad essere la nostra inesauribile riserva di gioia!</p>
<p>Il mondo ha diritto alla nostra gioia, perché ha diritto alla testimonianza della risurrezione.</p>
<p align="right"><strong><em>+ Francesco Lambiasi</em></strong></p>
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		<title>XXIII Convegno Diocesano dei catechisti</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 10:52:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività Pastorale]]></category>
		<category><![CDATA[Calendario Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Catechistico Date e Documenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[<strong class="event-summary"><em>Evento programmato</em>: 29 gennaio 2012; 15:00;  </strong>Catechisti: travolti dalla gioia del battesimo
“Il cielo si aprì e scese su di Lui lo Spirito santo” (Lc 3,22)

Si terrà domenica 29 gennaio in Sala Manzoni dalle ore 15.00 il XXIII Convegno Diocesano dei Catechisti. Il convegno sarà l’occasione per il Vescovo Mons. Francesco Lambiasi di incontrare tutti i catechisti della Diocesi e di rivolgere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='ec3_iconlet ec3_past'><table><tbody><tr class='ec3_month'><td>gen</td></tr><tr class='ec3_day'><td>29</td></tr><tr class='ec3_time'><td>15:00</td></tr></tbody></table></div>
<p><strong>Catechisti: travolti dalla gioia del battesimo</strong><br />
“Il cielo si aprì e scese su di Lui lo Spirito santo” (Lc 3,22)</p>
<p>Si terrà domenica 29 gennaio in Sala Manzoni dalle ore 15.00 il XXIII Convegno Diocesano dei Catechisti. Il convegno sarà l’occasione per il Vescovo Mons. Francesco Lambiasi di incontrare tutti i catechisti della Diocesi e di rivolgere a loro la sua parola sulla gioia cristiana che scaturisce dal Battesimo, sacramento che ci innesta nella vita di Gesù risorto.</p>
<p>I Catechisti nella Diocesi di Rimini sono circa 2.460 ed in grandissima parte sono donne con un’età compresa tra i 30 ed i 50 anni. Questi ultimi anni hanno visto la Diocesi impegnata, secondo le linee della Conferenza Episcopale Italiana, nel rilancio della Catechesi della Iniziazione Cristiana e della formazione dei catechisti stessi. Alla luce degli Orientamenti Pastorali dell’Episcopato Italiano per il prossimo decennio, “Educare alla vita buona del Vangelo”, risulta importante avviare un tempo di discernimento per far sì che, mentre si sperimenta la difficoltà in cui si dibatte l’opera educativa, vengano messe pure in luce tutte quelle domande inespresse e le potenzialità nascoste con una attenzione tutta particolare alle singole persone.</p>
<p>Sulla scia del tema lanciato dal Vescovo stesso per questo anno pastorale: Immersi nel suo amore, i catechisti della Diocesi di Rimini cercheranno di cogliere l’importanza del loro Battesimo nel compito educativo, non tanto come nozioni da impartire ma come testimonianza viva della propria esperienza di Cristo e della Chiesa. Guiderà il momento di preghiera don Daniele Giunchi, parroco a San Domenico Savio e Assistente Diocesano di Azione Cattolica settore Giovani. Don Carmelo Sciuto, Assistente di Studio dell’Ufficio Catechistico Nazionale che aiuterà a riflettere sul Battesimo ricevuto come sorgente di gioia e speranza. Il convegno sarà introdotto dal Direttore dell’Ufficio Catechistico Diocesano Don Giuseppe Giovanelli. In chiusura il Vescovo rivolgerà il suo personale pensiero ai catechisti della Diocesi.</p>
<p>Per informazioni UCD 0541.1835105</p>
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		<title>Alla ricerca di Dio. Le tre tappe del cammino dei Magi.</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 10:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[Omelia tenuta dal Vescovo alla &#8220;Messa dei popoli&#8221;
- Rimini, Basilica Cattedrale, Epifania del Signore, 2012 -
Cercavano un Dio tra le stelle, si ritrovarono un piccolo, povero bambino che vagiva in una stalla. Lo pensavano ricco, importante e onnipotente, e se lo sono visto davanti fragile, indifeso e sconosciuto. La storia dei Magi non finisce di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Omelia tenuta dal Vescovo alla &#8220;Messa dei popoli&#8221;</p>
<p>- Rimini, Basilica Cattedrale, Epifania del Signore, 2012 -</p>
<p>Cercavano un Dio tra le stelle, si ritrovarono un piccolo, povero bambino che vagiva in una stalla. Lo pensavano ricco, importante e onnipotente, e se lo sono visto davanti fragile, indifeso e sconosciuto. La storia dei Magi non finisce di stupire<span id="more-4783"></span>: più che i colori fiabeschi dei loro sgargianti vestiti orientali, colpisce la serie di aspri contrasti che attraversano il racconto. I lontani si avvicinano, i vicini si allontanano. I pagani raggiungono le vette più alte della fede, i presunti credenti o sedicenti tali piombano nei bui meandri della diffidenza. Il salvatore del mondo è e rimane un bambino vulnerabile e disarmato, esposto agli artigli di Erode, un minuscolo reuccio di provincia.</p>
<p>Ma qual è la lieta notizia dell&#8217;Epifania? La si potrebbe articolare nelle seguenti proposizioni: Dio si lascia sempre trovare da chi lo cerca con cuore sincero; Gesù è l&#8217;unico Salvatore di tutto l&#8217;uomo, di tutti gli uomini, di tutti i tempi; la fede è una luce accesa in noi dalla lampada della parola di Dio; con Cristo o senza Cristo, tutto cambia, e se lo incontri, cambi la via, e la vita cambia.</p>
<p>1. Da Babilonia a Gerusalemme</p>
<p>Ripercorriamo ora brevemente le tre tappe raggiunte dai Magi nel loro cammino di ricerca, per arrivare ad incontrare Dio nel piccolo bambino di Betlemme e ad adorarlo come il re-Messia.</p>
<p>La prima tappa la possiamo immaginare a Babilonia, ed è rappresentata dall&#8217;apparire della stella. Forse erano anni ed anni che questi studiosi di astronomia stavano lì a calcolare ellissi e parabole nella rotazione degli astri, ma quando hanno scoperto quella nuova stella hanno capito due verità fondamentali. Una è che nella ricerca di Dio la ragione è tutt&#8217;altro che inutilizzabile, anzi ricopre un ruolo insostituibile. Se apriamo su Dio il &#8220;grande angolare&#8221; che è il cielo, allora si scopre la verità del salmo che recita: &#8220;I cieli narrano la gloria di Dio / e l&#8217;opera delle sue mani annuncia il firmamento&#8221;. Il primo libro che Dio ha scritto è il creato: è un&#8217;opera colossale, fatta non di parole ma di cose, che solo la ragione umana può decifrare, e così arrivare alla legittima conclusione: dunque Dio c&#8217;è. Lo riconosceva lo stesso padre dell&#8217;Illuminismo, I. Kant, quando affermava che due cose lo riempivano di stupore: il cielo stellato sopra di sé e la coscienza morale dentro di sé. L&#8217;osservazione del firmamento ha il potere di portare la nostra mente al suo limite estremo, sulla soglia del mistero. Ci dà le vertigini. La sola Via Lattea contiene non meno di cento miliardi di stelle, e pensare che i nostri telescopi più potenti possono osservare dieci miliardi di galassie. La stella più remota che si conosca dista da noi quattordici miliardi di anni luce e, per farci un&#8217;idea di cosa questo significhi, basti pensare che il sole &#8211; che è lontano dalla terra quasi centocinquanta miliardi di kilometri &#8211; impiega poco più di otto minuti per farci giungere la sua luce. La verità che Dio c&#8217;è è stata la prima scoperta dei Magi. Ma quando è apparsa quella stella imprevedibile per i loro computi matematici, hanno capito che la ragione umana, se non vuole naufragare nell&#8217;assurdo, deve osare di farsi sorprendere dal mistero. Se Dio si rivelasse solo agli scienziati, allora per arrivare a lui ci vorrebbero studi complicati e lauree superspecialistiche. Ma Dio ama rivelarsi a tutti i puri i cuore, a cominciare dai piccoli e dai semplici. Come non rallegrarsi alla luce di questa sfolgorante verità?</p>
<p>2. Da Gerusalemme a Betlemme</p>
<p>La seconda tappa del cammino dei Magi è rappresentata dal loro arrivo a Gerusalemme. La stella li aveva portati fin là, e là i Magi hanno scoperto la luce di un&#8217;altra stella, la parola di Dio. Per farci arrivare a sé, Dio ha scritto un altro grande libro: la sacra Scrittura. Per scoprire il luogo preciso dove è nato il re Messia, i capi dei sacerdoti del Tempio e gli esperti della santa legge di Dio l&#8217;hanno appreso dal rotolo del profeta: a Betlemme di Giudea. Per metterci sulla rotta di Dio, abbiamo bisogno della stella della sua parola. Ecco il messaggio che ci viene rivolto nella seconda lettera di s. Pietro: &#8220;Abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l&#8217;attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino&#8221; (2Pt 1,19). Come non immaginare i Magi colpiti da un altro soprassalto di gioia, nello scoprire che quel Libro misterioso, posseduto gelosamente da Israele, riportava una parola destinata anche a loro? Sì, non possiamo fare a meno della parola di Dio, contenuta nella sacra Bibbia. Affermava s. Agostino: &#8220;Come neppure la notte può spegnere le stelle del cielo, così la malvagità degli uomini non può cancellare l&#8217;incrollabile firmamento delle sacre Scritture&#8221;.</p>
<p>La terza tappa raggiunta dai Magi è Betlemme, e lì, prima di prostrarsi in adorazione e di aprire i loro forzieri, i Magi devono aver fatto un altro salto di gioia, quando si sono ritrovati davanti al bambino e a sua madre Maria. No, non sono rimasti delusi o scandalizzati da quella scoperta. Lì si è imposta a loro l&#8217;immagine di un Dio piccolo, povero, impotente, bisognoso di tutto. Non era un bambino prodigio, con uno scettro d&#8217;oro tra le mani, o con una bacchetta magica che sprizzava scintille fiammanti per trasformarle all&#8217;istante in monete d&#8217;oro o in stelle e astri del cielo. Un piccolo bambino, come il piccolo di Maria, non poteva mettere paura a nessuno, e i bambini dei Magi &#8211; figli o nipoti &#8211; avrebbero voluto certamente averlo come fratellino e compagno di giochi. Un Dio &#8220;figlio&#8221; affidato alle mie, alle nostre cure, la cui presenza e la cui possibilità di esprimersi e di agire dipende anche da me. Insomma un figlio da far crescere in noi, da proteggere e custodire, sulla cui vita in me e in ognuno, tutti noi siamo chiamati a vigilare con una cura dalle tonalità di un sentimento paterno e materno. Questo deve essere stata l&#8217;adorazione dei Magi. Ecco la spiegazione suggestiva che di questa parola &#8211; adorazione &#8211; ha dato papa Benedetto: &#8220;Viene da una parola latina che dice contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio, e quindi in fondo amore, perché colui che adoriamo è amore&#8221;.</p>
<p>3. Vangelo della carità e carità del vangelo</p>
<p>Non posso terminare questa omelia senza un riferimento a voi, carissimi fratelli e sorelle, immigrati da tante parti del mondo, che partecipate a questa santa Messa dei Popoli. Mi ispiro per questo al messaggio del santo Padre per la Giornata Mondiale del Migrante 2012, dal tema: &#8220;Migrazioni e nuova evangelizzazione&#8221;.</p>
<p>Per la nostra comunità diocesana riminese sono due le strade che da anni stiamo percorrendo per dare concretezza ed efficacia al mandato della nuova evangelizzazione. La prima è il vangelo della carità. Sappiamo bene che la crisi finanziaria affligge in modo preoccupante voi, più ancora di noi italiani, soprattutto con i drammatici problemi della casa e del lavoro. Su questa strada la Caritas diocesana e le Caritas parrocchiali sono impegnate a contribuire per trovare soluzioni che favoriscano il rispetto della dignità di ogni persona umana, la tutela dei nuclei familiari, l&#8217;accesso a una dignitosa sistemazione, al lavoro e all&#8217;assistenza.</p>
<p>La seconda strada è quella della carità del vangelo. Anche qui cerchiamo di assistere le due comunità cattoliche più consistenti &#8211; quella greco-ucraina e quella greco-rumena &#8211; con la presenza stabile rispettivamente di due sacerdoti. Curiamo momenti specifici per le altre comunità, come la peruviana, la messicana e quella di Santo Domingo. Ma oltre che aiutare voi tutti a condividere la comune fede cattolica, insieme a voi possiamo valorizzare &#8220;l&#8217;opportunità provvidenziale dell&#8217;odierno fenomeno migratorio&#8221; (Benedetto XVI) sia per condividere l&#8217;impegno dell&#8217;evangelizzazione e della formazione cristiana per i vostri bambini e giovani, sia per farci aiutare da voi nella nuova evangelizzazione dei nostri cristiani che hanno bisogno di riscoprire la bellezza della fede in Gesù Cristo e nella sua Chiesa.</p>
<p>Su ambedue queste strade, possiamo e dobbiamo andare avanti, insieme con voi. Aiutateci ad aiutarvi, per fare di più e fare meglio.</p>
<p>Che Maria, la stella della nuova evangelizzazione, ci illumini, ci guidi, ci accompagni!</p>
<p>+ Francesco Lambiasi</p>
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		<title>Imparare a diventare fratelli</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 10:32:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della celebrazione eucaristica per la Giornata Mondiale della Pace
Rimini, Basilica Cattedrale, 1 Gennaio 2012 -
Una parola fra molte brilla nella nostra liturgia e la illumina tutta: è la parola benedizione. Abbiamo proclamato poco fa: &#8220;Dio ci benedica con la luce del suo volto&#8221;. La benedizione è una fontana di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della celebrazione eucaristica per la Giornata Mondiale della Pace<br />
Rimini, Basilica Cattedrale, 1 Gennaio 2012 -</p>
<p>Una parola fra molte brilla nella nostra liturgia e la illumina tutta: è la parola benedizione. Abbiamo proclamato poco fa: &#8220;Dio ci benedica con la luce del suo volto&#8221;. La benedizione è una fontana di luce che zampilla dall&#8217;alto, ma non è una luce diffusa e impersonale: scaturisce dal volto stesso di Dio.<span id="more-4781"></span> Spesso, invece, nell&#8217;immaginario collettivo &#8220;benedizione&#8221; è diventata parola opaca e spenta: evoca soltanto forme superficiali di religiosità, formule imparaticce borbottate in fretta, cerimonie meccaniche e ripetitive. Al contrario, nel vocabolario biblico la benedizione è un dono che ha un rapporto con la vita e il suo mistero: indica le meraviglie della generosità divina e l&#8217;intensità dello stupore che la sua gratuita e feconda benevolenza suscita nella creatura. La benedizione è sia dono che parola: è &#8220;bene-dizione&#8221;: non appartiene alla sfera dell&#8217;avere, ma a quella dell&#8217;essere; non deriva dall&#8217;azione dell&#8217;uomo, ma dalla creazione di Dio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. La benedizione è strettamente collegata al tema della pace: &#8220;Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace&#8221;. Siamo così ricondotti al mistero del Natale:</p>
<p>&#8220;Il Natale del Signore è il natale della pace&#8221;, scrive s. Leone Magno, e commenta: &#8220;Per onorare la presente festa che cosa possiamo trovare di più confacente, fra tutti i doni di Dio, se non la pace, quella pace che fu annunciata la prima volta dal canto degli angeli alla nascita del Signore? La pace genera i figli di Dio, nutre l&#8217;amore, crea l&#8217;unione; essa è riposo dei beati, dimora dell&#8217;eternità. Suo proprio compito e suo beneficio particolare è di unire a Dio coloro che separa dal mondo del male&#8221;.</p>
<p>Benedizione e pace sono due parole che si leggono in trasparenza sul volto di Maria, la Madre di Dio. Lei è la benedetta fra tutte le donne e nel suo grembo, come canta Dante, &#8220;&#8230; si raccese l&#8217;amore / per lo cui caldo ne l&#8217;eterna pace / così è germinato questo fiore&#8221;. San Paolo ci ha ricordato l&#8217;evento centrale della nostra salvezza: &#8220;Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l&#8217;adozione a figli&#8221; (Gal 4,4-5).</p>
<p>Vorrei ora brevemente riflettere sul tema della pace &#8211; in sintonia con il messaggio del Papa per questa 45.a Giornata Mondiale della Pace &#8211; ponendomi una domanda preliminare: in che senso un cristiano, precisamente in quanto cristiano, può contribuire al tema della pace? La risposta è di una chiarezza brillante, ma il suo messaggio è ancora più luminoso: incarnando nel mondo quell&#8217;ideale di pace che Gesù è venuto a portare agli uomini e che risuonò sulla grotta: &#8220;pace in terra agli uomini, amati dal Signore&#8221;.</p>
<p>Al tempo di Gesù, tutto il mondo sembrava vivere finalmente l&#8217;aurora di un&#8217;era di pace: sorgeva sul mondo il sole della pax romana, che Ottaviano Augusto aveva instaurato in tutto l&#8217;orbe dopo due secoli di guerre interminabili e sanguinose. Era la pace frutto della guerra; era il silenzio delle armi, perché Roma ormai aveva vinto, e si poteva definitivamente chiudere il tempio di Giano, perché Marte, il dio della guerra, aveva assegnato alle aquile romane il dominio sul mondo intero.</p>
<p>In quel tempo, in Palestina, la parola pace risuonava in un significato del tutto diverso: &#8220;Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio&#8221;. L&#8217;uomo che annunciò questa pace, fu messo a morte proprio come perturbatore della pace pubblica, come ribelle e sovversivo: &#8220;Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare i tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re&#8221;, dissero di lui consegnandolo a Pilato (Lc 23,1). Evidentemente la sua pace non combaciava con quella di Cesare, che voleva la quiete dell&#8217;ordine stabilito e imponeva la servile sottomissione dei moltissimi poveri sotto il giogo dei pochissimi ricchi e potenti.</p>
<p>Che cos&#8217;era dunque la pace nuova di Gesù? San Paolo, riflettendo nella luce dello Spirito sul mistero della morte di Gesù, arriva a dire che Gesù stesso &#8220;è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva (&#8230;) eliminando in se stesso l&#8217;inimicizia&#8221; (Ef 2,14ss). Ecco la pace che Cristo ci ha comunicato: Gesù non ha folgorato i nemici che lo hanno portato alla morte, ma li ha perdonati. In questo modo non ha distrutto i nemici, ma l&#8217;inimicizia, e l&#8217;inimicizia non l&#8217;ha distrutta fuori, ma dentro di sé. Questa pace non si ferma entro il confine del singolo cristiano, poiché da essa nasce una comunità di pace, facendo dei due acerrimi nemici &#8211; ebrei e pagani &#8211; &#8220;un popolo solo&#8221;, la Chiesa, lievito e fermento di una umanità nuova, riconciliata nella pace.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. Nel momento di consegnare il messaggio del Papa per questa giornata &#8211; dal titolo: &#8220;Educare i giovani alla giustizia e alla pace&#8221; &#8211; vorrei riprendere un passaggio del testo, dedicato alla educazione dei giovani alla libertà, valore prezioso e delicato, ma oggi minacciato da un ostacolo particolarmente insidioso all&#8217;opera educativa, qual è il relativismo etico che</p>
<p>&#8220;non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l&#8217;apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione, perché separa l&#8217;uno dall&#8217;altro, riducendo ciascuno a ritrovarsi chiuso dentro il proprio io&#8221; (n. 3).</p>
<p>E&#8217; vero: c&#8217;è una libertà &#8220;negativa&#8221;, che consiste nel non essere &#8220;invasi&#8221; dagli altri e nel potersi gestire in modo del tutto autonomo e volontario, a patto che non li &#8220;invadiamo&#8221; a nostra volta: è la libertà da loro. Ma c&#8217;è un&#8217;altra libertà che, invece, possiamo chiamare &#8220;positiva&#8221;, e riguarda la possibilità di essere realmente e integralmente uomini. E&#8217; la libertà con gli altri. Nel primo modello le diverse libertà si escludono a vicenda: dove comincia l&#8217;una, finisce l&#8217;altra. Nel secondo caso, al contrario, la libertà dell&#8217;uno comincia dove comincia la libertà dell&#8217;altro e finisce dove quella finisce.</p>
<p>L&#8217;educazione deve tener conto di entrambi questi aspetti &#8211; negativo e positivo della libertà &#8211; che, di per sé, non si escludono a vicenda, ma possono e devono essere complementari. E&#8217; giusto infatti che la legittima autonomia personale sia tutelata, e venga promosso il diritto di ciascuno di fare le proprie scelte, secondo coscienza, ma educando i giovani ad assumersi il rischio che l&#8217;autonomia non sconfini in un&#8217;autogestione della libertà a proprio uso e consumo, e che per coscienza individuale non si finisca per intendere il proprio volubile capriccio: insindacabile, incosciente, irresponsabile. Ma, per altro verso, sarà importante far percepire al giovane che egli è veramente libero solo quando non si chiude nel bozzolo dorato di un&#8217;autoreferenzialità ripiegata e soffocante, ma è capace di aprirsi agli altri e di prendersene cura.</p>
<p>Insomma si tratta di smascherare i miti di una società individualista che identifica unilateralmente la libertà con l&#8217;autonomia, lasciando sistematicamente in ombra quell&#8217;altro aspetto costitutivo per cui essa è anche responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Infatti non è vero che le parole che dico, le scelte che compio, i gesti che faccio, i doveri che ometto, le regole che non rispetto &#8220;sono fatti miei&#8221;. L&#8217;individualismo non è cattivo, è semplicemente falso. E&#8217; completamente falso che siano &#8220;fatti miei&#8221; le trasgressioni delle regole più elementari della convivenza civile, quali ad esempio quelle relative al traffico stradale o al deposito dei rifiuti. E non è affatto vero che sono &#8220;fatti miei&#8221; le trasgressioni dei doveri fondamentali, come quello della competenza e dell&#8217;onestà nell&#8217;esercizio della professione. Non è indifferente che un medico, un sacerdote o un professore sia preparato o meno nell&#8217;ambito della sua materia, come non è affatto irrilevante &#8211; al fine della giustizia e della pace sociale &#8211; che un politico favorisca il sistema clientelare, o si attenga invece alle procedure democratiche e persegua il bene comune della collettività. In positivo, la decisione di un giovane di fare il maestro elementare o il proposito di andare a fare il missionario in Africa rientrano nell&#8217;ambito di quelle scelte che incideranno sulla vita di migliaia di persone.</p>
<p>Ma oggi è anche urgente educare alla cittadinanza mondiale e all&#8217;interculturalità. La famosa battuta secondo cui il battito di una farfalla a Tokyo può provocare un uragano in Australia rivela tutta la sua verità nelle vicende dell&#8217;economia, ma è valida anche per i processi culturali, sociali e addirittura spirituali. E&#8217; anche di fondamentale importanza diffondere la consapevolezza che le differenze etniche e culturali non sono una minaccia, bensì una risorsa, a patto che esse non si limitino a coltivare rapporti di buon vicinato, come gli isolotti di un arcipelago, secondo il modello di una pura e semplice multiculturalità, ma che si sforzino di comunicare e interagire, trovando il modo di contribuire alla costruzione e alla continua revisione di un orizzonte comune di valori condivisi.</p>
<p>Ora preghiamo.</p>
<p>&#8220;Dio della pace, non ti può comprendere chi ama la discordia, non ti può accogliere chi ama la violenza: dona a chi edifica la pace di perseverare nel suo proposito, e a chi la ostacola di essere sanato dall&#8217;odio che lo tormenta, perché tutti si ritrovino in te, che sei la vera pace.</p>
<p>Signore Gesù, donaci lo Spirito del tuo amore, perché insieme con la Vergine Maria diventiamo costruttori della pace, che ci hai lasciato come segno della tua presenza in mezzo a noi.</p>
<p>Santa Maria, madre di misericordia e di pace, ottienici da Gesù, il frutto benedetto del tuo grembo, lo Spirito di carità e di concordia, perché diventiamo operatori della pace che il tuo Figlio ci ha consegnato come suo dono&#8221;.</p>
<p>+ Francesco Lambiasi</p>
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		<title>&#8220;Vediamo questo avvenimento&#8221;. Natale: cosa è accaduto, come e perché?</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 11:14:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[Omelia pronunciata dal Vescovo nella Messa del giorno di Natale
Rimini, Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2011
Qual è il sentimento più appropriato per il Natale, forse la paura? No, di certo. E&#8217; vero che le profezie annunciavano che quando Dio sarebbe venuto a visitare la terra, le montagne avrebbero tremato, gli abissi si sarebbero sconvolti, sarebbe scoppiato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Omelia pronunciata dal Vescovo nella Messa del giorno di Natale<br />
Rimini, Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2011</em></p>
<p>Qual è il sentimento più appropriato per il Natale, forse la paura? No, di certo. E&#8217; vero che le profezie annunciavano che quando Dio sarebbe venuto a visitare la terra, le montagne avrebbero tremato, gli abissi si sarebbero sconvolti, sarebbe scoppiato l&#8217;uragano. Ma il messaggio dell&#8217;angelo ai pastori è tutt&#8217;altro che allarmante: &#8220;Non temete, non abbiate paura&#8221;. <span id="more-4778"></span>Non è certamente il sacro terrore la risposta al messaggio del Natale. Sarà allora il ricordo struggente di una infanzia perduta, di una pace impossibile, di una innocenza irrecuperabile? No, a Natale non siamo condannati ad ammalarci di malinconia. L&#8217;angelo questa notte ci ha annunciato &#8220;una grande gioia&#8221;, e la gioia sta alla nostalgia come il giubilo sta al rimpianto. La reazione giusta di fronte alla Parola fatta carne, davanti a quel bambino avvolto in fasce e adagiato nella mangiatoia, è lo stupore, che i pastori provano come un brivido a pelle e che contagiano a quanti incontrano: &#8220;Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori&#8221;. Sì, è lo stupore la reazione proporzionata all&#8217;evento stupefacente del Natale. Altrimenti rischiamo di cadere nella stanca, passiva ripetitività di una routine piatta e annoiata.</p>
<p>Tentiamo allora di &#8220;vedere questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere&#8221;, come dicono i pastori di Betlemme, ponendoci alcune domande che ci aiutano a scavare nel messaggio del Natale.</p>
<p>1. Che cosa è realmente avvenuto a Natale?</p>
<p>A una lettura di superficie si dovrebbe dire che è avvenuto poco, infinitamente troppo poco. Se si rappresentano in scala i 4,5 miliardi di anni di vita della terra con un anno solare, si osserva che i mammiferi vi compaiono solo a metà dicembre, un protouomo verso le nove di sera del 31 dicembre, l’homo sapiens una decina di minuti prima di mezzanotte, il sapiens sapiens tre minuti prima di capodanno e la civiltà neolitica durante l’ultimo minuto. Socrate, Alessandro Magno e Gesù Cristo si accalcano nell’ultima manciata di secondi. Quindi la nascita di Gesù di Nazaret, riportata in questa scala, occuperebbe appena un millesimo di secondo. E se ogni millesimo di secondo si può paragonare a un microscopico granellino di sabbia tra i miliardi di miliardi di granellini che compongono la sconfinata distesa della storia, allora si potrebbe dire che nel meccanismo perfettamente oliato del sistema è caduto un granello infinitesimale, ma sufficiente a cambiare il corso dell&#8217;umanità.</p>
<p>Abbiamo ascoltato: &#8220;Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto Legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, perché ricevessimo l&#8217;adozione a figli&#8221; (Gal 4,4). In modo ancora più scultoreo l&#8217;evangelista Giovanni proclama: &#8220;Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi&#8221; (Gv 1,14).</p>
<p>Ecco che cosa è avvenuto a Natale: Dio è finalmente venuto in mezzo a noi. L&#8217;atteso non ha portato ritardo, il promesso è arrivato puntualissimo. Se questo è vero, allora è altrettanto vero che ormai tutto cambia.</p>
<p>A Natale cambia l&#8217;indirizzo di Dio: la sua residenza non è più a Gerusalemme, nel sacro recinto del magnifico tempio ricostruito da Erode, ma a Betlemme, in Galilea, e perciò sotto ogni latitudine della terra, dovunque nasce vive lotta e spera un figlio d&#8217;uomo.</p>
<p>A Natale cambia il senso della storia: non verso una inarrestabile decadenza, ma verso una pienezza insuperabile. E cambiano i protagonisti degli eventi che contano veramente: chi decide il destino dell&#8217;uomo non è l&#8217;imperatore di Roma e neanche suo figlio, ma quel piccolo bambino che è appena nato fragile e povero a Betlemme. La storia riparte dagli ultimi.</p>
<p>A Natale cambia il canale di comunicazione tra Dio e l&#8217;uomo: Dio non parla più attraverso i profeti, ma tramite il Figlio fatto uomo. &#8220;Dio che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio&#8221; (Ebr 1,1s).</p>
<p>2. Come è avvenuto?</p>
<p>Se Natale è quell&#8217;evento che realmente è, come è avvenuto quanto è avvenuto? Se a Natale Gesù ci ha portato Dio, come ce lo ha portato? Se a Natale in Gesù ci ha parlato Dio, come ci ha parlato? Dobbiamo rispondere: non da Dio. Il Figlio di Dio ci ha parlato di Dio, ci ha portato Dio, ma non da Dio, bensì da uomo. &#8220;Pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l&#8217;essere come Dio, ma svuotò se stesso, diventando simile agli uomini&#8221; (Fil 2,6s). Se Gesù fosse venuto da Dio, non si sarebbe fatto capire, non si sarebbe fatto realmente intercettare. E&#8217; venuto in forma di uomo, ma in quale di forma di uomo è venuto?</p>
<p>Se fosse toccato a Mosè preparare il protocollo della sua visita, forse lo avrebbe immaginato come un generale invincibile, capace di sbaragliare tutti i faraoni del mondo, impegnato a tagliare in due tutti i mari della terra per farvi passare all&#8217;asciutto gli umiliati, i poveri e gli oppressi.</p>
<p>Se fosse toccato a Giovanni Battista dettargli l&#8217;agenda, probabilmente lo avrebbe fatto venire come un giudice inflessibile, che insedia il tribunale di Dio per fare pulizia nella sua aia e incenerire le erbacce della sporcizia umana con fuoco inestinguibile.</p>
<p>Se fosse toccato a rabbi Gamaliele, il maestro di Saulo di Tarso, forse lo avrebbe fatto venire come un rabbi erudito e ben ferrato, che distribuisce pillole di saggezza dall&#8217;alto della sua cattedra magistrale a discepoli affamati di regole e di rubriche, per non incorrere neanche nell&#8217;infrazione più minuziosa.</p>
<p>Se fosse toccato a Caifa, forse gli avrebbe fissato un protocollo esatto e meticoloso per un sommo sacerdote d.o.c. che si voglia scrupolosamente impeccabile sotto il profilo della più puntigliosa purità rituale e cultuale.</p>
<p>Se fosse toccato a Simone lo Zelota, forse gli avrebbe scritto il copione del Messia, certo, ma di un Messia che avrebbe dovuto spodestare la coorte romana agli ordini di Ponzio Pilato, per restaurare il glorioso regno di Israele.</p>
<p>Niente di tutto questo. Il Figlio di Dio è apparso in mezzo a noi non da Dio, ma da uomo, anzi &#8220;assumendo una condizione di servo, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce&#8221; (Fil 2,7.8). &#8220;Da ricco che era, si è fatto povero&#8221; per noi (2Cor 8,9). E&#8217; venuto come un piccolo bambino, inerme e bisognoso di tutto. Un bambino come tanti, che i pastori devono poter riconoscere come fosse un loro figlio, il quale, quando nasceva, veniva &#8220;avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia&#8221;, quindi senza alcun tratto strabiliante da esibire. Lo straordinario del Natale è il paradosso che la manifestazione del divino si priva di ogni straordinarietà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Perché è avvenuto?</p>
<p>Lo ripeteremo tra poco, in ginocchio: &#8220;per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo&#8221;. Gesù si è fatto come noi per farci come lui. Si è unito al destino di ogni uomo per associare ogni uomo al proprio destino. L&#8217;evento dell&#8217;incarnazione è la prova del nove del più gratuito amore da parte di Dio, che &#8220;ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito&#8221;. E l&#8217;assoluta gratuità della venuta di Gesù in mezzo a noi è ulteriormente confermata dal &#8220;sacrificio&#8221; che questa &#8220;operazione&#8221; gli è costata, come canta estasiato s. Alfonso: &#8220;Ahi quanto ti costò l&#8217;avermi amato!&#8221;.</p>
<p>Non possiamo però dimenticare che l&#8217;evento del Natale sia un evento datato, non solo all&#8217;origine ma anche nella ricorrenza. Il Natale è avvenuto più di duemila anni fa in uno dei periodi più crudi della storia, ma anche oggi la sua ricorrenza cade in un momento drammatico, a causa della devastante crisi finanziaria.</p>
<p>Non c&#8217;è Natale senza gioia, ma è possibile la gioia in questo Natale? Se lo chiediamo al nostro beato Alberto Marvelli, ci potrebbe rispondere che anche gli ultimi Natali della sua vita sono stati particolarmente critici. Erano i Natali della guerra, dei bombardamenti aerei e navali che hanno distrutto Rimini al 90%, procurando oltre mille vittime civili. Poi sono venuti gli anni difficili e pesanti della ricostruzione e Alberto è stato l&#8217;ingegnere manovale della carità. Cosa ha permesso ad Alberto di esprimere tanta solidarietà, sia a livello individuale che ecclesiale e politico? A mio avviso sono stati due fattori: la coscienza di appartenere al popolo di Dio, la gioia come frutto della carità cristiana.</p>
<p>Gesù non è venuto ad aprire un&#8217;accademia di devoti, ma per fare di noi il suo popolo. A noi popolo di Dio in cammino tocca testimoniare il plus-valore della fede nel messaggio del Natale, che è questo: Dio è Padre e sa far convergere al bene tutto, anche le prove più dure. Gesù è il Signore della storia e, se ci lasciamo guidare da lui, abbiamo motivo di sperare nel futuro. Noi siamo tutti figli dell&#8217;unico Padre e siamo chiamati ad essere la luce del mondo.</p>
<p>La gioia del Natale dunque è possibile, purché le nostre lampade abbiano a portata di mano l&#8217;ossigeno della fede, il combustibile della carità, la scintilla della speranza. Che questa fiamma riaccesa a Natale non si spenga mai più: nel nostro cuore, nella nostra città, nel nostro paese, nel mondo intero.</p>
<p>+ Francesco Lambiasi</p>
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		<title>L&#8217;incanto del Natale. Lo stupore di diventare figli</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 11:12:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa della Notte di Natale
Rimini, Basilica Cattedrale, 2011
Nel presepe classico della tradizione italiana c&#8217;è un personaggio che non può assolutamente mancare: lo stupìto. E&#8217; un pastorello che tiene la mano a visiera sugli occhi: viene generalmente posizionato su una collinetta di muschio, e guarda incantato, a debita distanza, la scena [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa della Notte di Natale<br />
Rimini, Basilica Cattedrale, 2011</em></p>
<p>Nel presepe classico della tradizione italiana c&#8217;è un personaggio che non può assolutamente mancare: lo stupìto. E&#8217; un pastorello che tiene la mano a visiera sugli occhi: viene generalmente posizionato su una collinetta di muschio, e guarda incantato, a debita distanza, la scena stupefacente della natività. <span id="more-4774"></span>Nel lessico cristiano, alla voce stupore si trova un rimando: &#8220;vedi alla voce Natale&#8221;. E&#8217; così: a Natale non ci si imbatte in un Dio che incute terrore, semina panico, scaglia implacabile folgori e fulmini, come un Giove eternamente infuriato che stringe in una mano un fascio di saette fiammeggianti, sempre pronte per l&#8217;uso. No, il primo messaggio che l&#8217;angelo rivolge ai pastori sommersi dalla luce che piove dal cielo e intimoriti per quello spettacolo grandioso è invece rassicurante: &#8220;Non temete: ecco vi annuncio una grande gioia&#8221;. E il segno per identificare quel neonato come il Salvatore Messia e Signore, non è una serie infinita di effetti speciali. Il segno è piuttosto un normalissimo bebé, &#8220;avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia&#8221;, né più né meno come un cucciolo qualunque di una qualunque coppia di pastori appena nato: tenero e fragile come loro, che dorme e succhia il latte come loro, che come loro ha per culla una ordinaria, semplicissima mangiatoia.</p>
<p>1. Di Dio non dobbiamo avere più paura</p>
<p>Passano gli anni, ma del Natale non riusciamo a stancarci. Non è forse perché la ricorrenza risveglia in noi sentimenti di tenerezza, di misericordia, di fiducia? Certo, ma a me sembra che il motivo di tanto fascino sia ancora più profondo: il Natale viene puntualmente a ricordarci che di Dio non dobbiamo avere paura. Un bambino incute forse terrore a qualcuno? No, perché può guardarti solo dal basso. E&#8217; chi ci guarda dall&#8217;alto in basso che ci mette paura. Ecco il mistero del Natale: Dio non è un sovrano altezzoso che ci guarda dall&#8217;alto del suo irraggiungibile piedistallo. Scende nel nostro abisso. &#8220;Per noi uomini discese dal cielo&#8221;, anzi è sceso ancora più giù di tutti noi, ed è venuto a dirci: &#8220;Non abbiate paura. Io sono nato per voi. Non abbiate paura: il Padre mio vi ama&#8221;.</p>
<p>Questa è la lieta notizia del Natale: Dio è nostro Padre e noi siamo i suoi figli. Parola di Gesù! &#8220;Guardate quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!&#8221;, scrive sbigottito l&#8217;apostolo Giovanni. Sono parole percorse da una vertigine mozzafiato, quasi di incredula sorpresa: &#8220;quale grande amore!&#8221;. In effetti quello di Dio Padre è un amore così grande che più grande non si può. Lo stupore è dovuto al fatto che l&#8217;attributo di Padre sia per Dio non uno dei tanti che gli si possano o debbano attribuire &#8211; come l&#8217;Infinito, l&#8217;Immenso, l&#8217;Eterno, l&#8217;Onnipotente eccetera &#8211; ma che Padre sia il suo nome proprio, e che noi siamo suoi figli per davvero!</p>
<p>Noi cristiani siamo talmente abituati a dire e a ridire che siamo figli di Dio, che ormai questa formuletta è diventata una sorta di chewing-gum che più si mastica e più perde sapore. Quando si dice l&#8217;abitudine: è proprio vero che la nemica mortale dello stupore è l&#8217;assuefazione. Per farci capire la grandezza smisurata e l&#8217;indicibile bellezza dell&#8217;essere figli di Dio, san Paolo ci sbalordisce ulteriormente facendoci ascoltare lo stesso grido di Gesù, il quale, quando pregava, si rivolgeva a Dio chiamandolo Abbà, Papà mio, Babbo caro. Ecco la prova che siamo figli, esplode Paolo: è il fatto che quel grido di tenerezza lanciato da Gesù &#8211; Abbà &#8211; ora risuona nei nostri cuori. La conclusione che ne tira l&#8217;Apostolo è abbagliante: quindi non siamo più schiavi. Nemmeno di Dio siamo più schiavi! Comportarci da schiavi nei suoi confronti è cosa che lo colpisce al cuore e lo offende a morte. Vivere da figli o invece da schiavi fa una bella differenza. Questa differenza la si onora già dal tono di voce che usiamo per parlare di Dio o per parlare a Dio. Se Dio viene creduto come Padre-Papà, allora il tono di voce dirà affidamento a lui. Se invece Dio viene pensato come un Faraone, allora la voce dirà assoggettamento. Il Faraone è uno che rende schiavi. E lo schiavo è uno al quale il Faraone toglie la vita, perché ai suoi occhi non è nessuno. Oppure qualcuno, gliela toglie, per eccesso di zelo, volendo così compiacere il Faraone.</p>
<p>2. Solo il Dio di Gesù è veramente Padre</p>
<p>Tra il tenero affidamento di un figlio al babbo e l&#8217;assoggettamento sottomesso di un servo al suo signore scorre tutta la differenza che fa del cristianesimo una religione unica, talmente originale da essere diversa da tutte le altre.</p>
<p>Il Dio cristiano è del tutto originale rispetto alle divinità pagane. E&#8217; vero che i latini chiamavano Giove, Juppiter &#8211; nome che deriva da Zeus Pater &#8211; ma intendevano per &#8220;padre&#8221; l&#8217;autorità superiore, e niente più. Ad esempio, in Omero, nello stesso verso Giove è invocato insieme come &#8220;nostro padre e sovrano supremo&#8221; (Odissea, 1,45). Del resto, appena si pensi a ciò che significava nel mondo latino la figura severa del paterfamilias, che aveva diritto di vita o di morte su tutti i singoli membri del gruppo familiare &#8211; dalla moglie agli schiavi &#8211; ci si rende conto che l&#8217;antichità ignorava anche la sola idea di una figura paterna esclusivamente connotata dalla bontà, ma vi congiungeva sempre quella di potere.</p>
<p>Il Dio cristiano è originale rispetto all&#8217;Islam. Secondo il Corano, Allàh non ha mai generato nessuno. Nell&#8217;elenco tradizionale dei Novantanove Nomi di Allàh, quello di Padre è totalmente assente. E&#8217; vero che ogni sura del Corano inizia con la formula &#8220;Nel nome di Allàh clemente e misericordioso (ar-Rachmàn waar-Rachìm)&#8221;, ma la clemenza e la misericordia qui invocate non sono quelle di un padre affettuoso, bensì quelle di un sovrano benevolo.</p>
<p>Il Dio cristiano è originale anche rispetto al Dio ebraico: il Dio di Mosè, di Davide, di Isaia, per quanto clemente e misericordioso, è pur sempre un Dio che quando viene a visitare la creazione, i monti si sciolgono come cera, e nessuno può vederlo senza rimanerne tramortito. Gesù invece ci presenta un Dio in cui la paternità &#8211; una paternità tenera e misericordiosa, addirittura &#8220;materna&#8221; &#8211; è assolutamente primaria: basti pensare alla parabola del figlio prodigo, che dovrebbe essere meglio etichettata del padre misericordioso, in cui la bontà del padre non ha limiti, neanche le sfacciate pretese di un figlio snaturato, neanche il suo comportamento depravato, neanche il suo &#8211; alla fin fine &#8211; interessato ravvedimento.</p>
<p>3. Giovani, aiutateci a fissare la stella di Natale</p>
<p>Permettetemi ora, fratelli e sorelle, di dedicare in conclusione un pensiero ai giovani. Lo sappiamo: i giovani di oggi si sentono orfani. Si percepiscono disorientati in universo illimitato, si ritrovano soli e smarriti nel villaggio globale. I maestri del nulla hanno loro insegnato che discendono dalla scimmia e sono destinati ad andare a finire nella buia voragine dello zero assoluto. E i giovani sono le vittime più esposte e più indifese di questa catastrofica crisi finanziaria che sta scippando loro un futuro all&#8217;altezza di una piena umanità.</p>
<p>Vorrei allora rivolgermi ai giovani cristiani e lanciare questo messaggio dall&#8217;umile e povera capanna di Betlemme.</p>
<p>Cari giovani, da troppi anni il Natale in Occidente era diventato il Natale del dell&#8217;abbondanza extra-large, del consumismo godereccio, addirittura dello spreco più sfacciato. Ora voi avete la possibilità di far vedere a noi adulti che di fronte a questa crisi non siete rassegnati. Magari sarete pure giustamente indignati, ma vi sentite anzitutto impegnati a coglierne le opportunità e a raccoglierne le sfide che essa rilancia, per riscoprire valori come la speranza, la sobrietà, la solidarietà. Diteci con il linguaggio dei comportamenti coerenti e con il lessico dei fatti concreti che non è Natale per chi fa tragedie per non riuscire a fare bella figura con i regali dispendiosi degli altri anni. Non è Natale per chi si commuove alla televisione di fronte ai bambini ridotti a pelle e ossa per il dramma della fame, e poi è scontento di una tavolata meno affollata di prelibatezze. Non è Natale per chi ha paura di andare in giro senza vestiti griffati all&#8217;ultima moda, ma con le scarpe e i jeans dell&#8217;anno scorso e con il vecchio modello di telefonino.</p>
<p>Ma soprattutto fateci vedere che siete ancora capaci di lasciarvi afferrare da quel brivido di stupore che ci regala il Natale di Gesù, lo stupore di quanti lo hanno accolto e nel battesimo sono stati immersi nel suo amore, sono diventati figli di Dio e si riconoscono fratelli nel suo nome. Fateci vedere con fatti di vangelo che credete nella possibilità di realizzare la società del gratuito, come hanno dimostrato gli &#8220;angeli del fango&#8221; nei giorni dell&#8217;alluvione di Genova, come ci hanno fatto toccare con mano i giovani della GMG di Madrid, così come ci stanno facendo vedere i tantissimi giovani impegnati nel mondo delle associazioni e del volontariato, come pure i non pochi giovani di talento che stanno dando il loro contributo ad uscire dal tunnel della crisi non per tornare alla situazione precedente, ma per cambiare rotta e avviarci verso la società del bene comune e dell&#8217;economia di comunione.</p>
<p>La gioia del Natale sia la prova del nove della vostra fiducia e la luce della stella cometa aiuti voi &#8211; e noi adulti attraverso di voi &#8211; a non tenere la testa bassa, nemmeno quando è buio.</p>
<p>+ Francesco Lambiasi</p>
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		<title>Rivolti verso il Volto</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 14:45:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong><em>Omelia tenuta dal Vescovo in occasione della professione perpetua di Sr Serena Vasconi della Congregazione delle Suore Francescane dell'Immacolata di Palagano</em><br />
</strong>Villa Verucchio, 4 dicembre 2011</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><strong><em>Omelia tenuta dal Vescovo in occasione della professione perpetua di Sr Serena Vasconi della Congregazione delle Suore Francescane dell&#8217;Immacolata di Palagano</em><br />
</strong>Villa Verucchio, 4 dicembre 2011<strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Due voci attraversano il campo uditivo del vangelo appena proclamato: la voce aspra e tagliente di Giovanni Battista e quella non meno asciutta ma felice dell&#8217;evangelista Marco. Giovanni annuncia la venuta dell&#8217;Atteso; Marco proclama l&#8217;identità del Venuto. Il Battista grida la buona notizia dell&#8217;arrivo imminente di Uno &#8220;più forte di lui&#8221;. L&#8217;evangelista comunica il lieto messaggio o &#8220;vangelo&#8221; di quell&#8217;Uno ormai venuto in mezzo a noi: è Gesù, il Messia (Cristo), il Figlio di Dio in persona. Ambedue richiedono la conversione, ambedue reclamano che si prenda sul serio l&#8217;evento prossimo venturo o già avvenuto. Ma per il primo la conversione richiesta a quanti accorrevano al Giordano è la <em>condizione </em>perché l&#8217;incontro con il Messia accada. Per l&#8217;altro, l&#8217;evangelista, la conversione è piuttosto la <em>conseguenza </em>del fatto che l&#8217;evento è già accaduto. Oggi carissimi fratelli e sorelle, a queste due voci, se ne aggiunge una terza. Non è una voce &#8220;fuori campo&#8221;: è la voce di suor Serena, che davanti a questa assemblea, promette oggi un sì totale, senza calcoli e senza riserve, senza pretese e senza rimpianti, insomma senza <em>se</em> e senza <em>ma. </em>Oggi questa nostra sorella dichiara solennemente il suo sì radioso e raggiante, al suo unico Sposo e Signore.</p>
<p><em>1. </em>Cara suor Serena, mi hai raccontato che la tua vita trascorreva tranquilla &#8211; come quella di tanti altri nel tuo paesino, Guastalla, nella bassa reggiana &#8211; tra famiglia, scuola, parrocchia, calcio e danza classica. Poi hai cominciato ad avvertire che tutto questo non ti bastava. Come mai? eppure si trattava di cose tutt&#8217;altro che brutte e cattive. Ma né l&#8217;onestà e neanche la bontà ci regalano la felicità. Tu ti portavi dentro un&#8217;arsura bruciante: eri assetata di un amore puro, incontaminato, assoluto. Negli anni in cui una ragazza custodisce in corpo e in cuore la promessa della donna che sarà, devi avere sperimentato la spina dell&#8217;inappagamento e deve averti preso la vertigine del nulla. A che serve amare, lavorare, sacrificarsi &#8211; ti sarai detta &#8211; se poi la morte mi fa lo sgambetto dietro una curva e in un attimo mi scippa tutto quello che ho amato, scoperto, sognato e faticosamente costruito? Stavi per dare ragione ad Emil Cioran, filosofo rumeno, il quale a proposito della morte, ha scritto: &#8220;Non c&#8217;è un altro problema. Non ho fatto niente nella mia vita proprio perché ero al tempo stesso liberato e paralizzato da quel pensiero della morte. Non si può avere un mestiere quando si pensa alla morte; si può soltanto vivere come ho vissuto io, al margine di tutto, come un parassita&#8221;. No, finire per vivere &#8220;al margine di tutto, come un parassita&#8221;, a te proprio non andava.</p>
<p>Fu allora che ti raggiunse una notizia, la buona notizia. Non fu una formula ferrea, troppo gelida e dura per accendere il cuore. Non fu un sogno al cardiopalmo che, appena apri gli occhi alla vita, ti si scioglie tra le mani come un cubetto di ghiaccio. Fu una bella notizia, la più bella, questa: che Uno ti aveva amato e aveva sacrificato la sua vita per salvare la tua. Fu allora che ti lasciasti abbagliare dal suo Volto e incontrasti l&#8217;amore. Me lo hai raccontato tu: &#8220;E&#8217; stato il fermarmi per tanto tempo davanti al Crocifisso della mia chiesa a farmi apprendere l&#8217;amore con il quale ero amata, e come questo amore era superiore all&#8217;amore stesso per un ragazzo. L&#8217;amore di Cristo ha superato l&#8217;amore per una creatura!&#8221;. E come per ogni folgorazione d&#8217;amore, tu ti porti tatuata sul cuore la data dell&#8217;incontro fatale: era il 4 ottobre 2002.</p>
<p>E la morte? La morte è un fatto della vita.<em> </em><em>In my beginning is my end </em>(Nel mio inizio è la mia fine). E&#8217; stato così anche per lui, il tuo amatissimo Sposo crocifisso, l&#8217;unico tra i fondatori di grandi religioni a morire martire, ma senza neanche l&#8217;aureola del martirio. Sì, lui è morto per dare tutto, e tutto ha dato. Neanche il suo corpo ha tenuto per sé, neanche l&#8217;ultima stilla di sangue ha trattenuto: <em>Prendete, mangiate; prendete, bevete. </em>Perché il tuo Amato è fatto così: non chiede sacrifici per sé, ma sacrifica se stesso per te. Ma è anche l&#8217;unico ad essere tornato vivo dal regno dei morti, ed è tornato a noi più vivo di prima. Gesù di Nazaret è realmente e corporalmente risorto, e perciò di lui tu non solo puoi dire: &#8220;Mi ha amato con un cuore di carne e ha dato se stesso per me&#8221;, ma: &#8220;Anche oggi mi ama con cuore d&#8217;uomo e mi amerà ancora, domani e tutti i giorni, fino al mio ultimo respiro&#8221;. Non dubitarne mai: lui non farà della tua vita una fine, ma il passaggio per una vita senza fine:<em> In my end is my beginning</em> (Th. S. Eliot).</p>
<p><em>2. </em>Quel giorno fatale, il tuo giorno più lungo prima di questo di oggi davvero indimenticabile, tu hai aperto il guscio della tua piccola conchiglia e vi ha visto dentro brillare la perla preziosa: la perla del segreto della vita. Il segreto è l&#8217;amore di Gesù. Ti sei sentita amata, gratuitamente e teneramente amata dal tuo Amato; hai creduto al suo amore; ti sei buttata tra le sue braccia in uno slancio vertiginoso e gli hai sussurrato tra lacrime di gioia: &#8220;Prima di conoscere te, io non esistevo&#8221;. E cosi hai sperimentato quanto siano vere anche per te quelle sue parole che non passeranno mai, anche quando il cielo e la terra passeranno: &#8220;Serena, io sono venuto perché tu abbia la vita e l&#8217;abbia in pienezza&#8221; (cfr Gv 10,10). Deve essere stato proprio così: lui ha pronunciato il tuo nome e tu hai provato a pelle il brivido dell&#8217;innamoramento. Di schianto hai realizzato che la tua vita non si sarebbe più impantanata nella palude della noia, non si sarebbe più persa tra le sabbie mobili di una specie di anoressia esistenziale, non sarebbe più discesa ineluttabilmente verso il baratro del nulla. Anzi hai visto la tua vita risalire la china e &#8220;scorrere verso l&#8217;alto&#8221; (Giovanni Paolo II). Perché la vera vecchiaia è l&#8217;egoismo; la sclerosi più grave è l&#8217;indurimento del cuore; la paresi totalmente irrecuperabile è il congelamento dell&#8217;anima.</p>
<p>Quel giorno fortunato tu, suor Serena carissima, hai mosso i primi passi sul sentiero ripido della conversione. Domanda: ma come ci si converte? Risposta: la conversione è tutta questione di cuore. Dunque ci si converte come ci si innamora. E quando una ragazza come te si innamora di uno Sposo di sangue come Gesù, allora davanti a sé non si ha più il miraggio della nostra piccola poltrona, del nostro nido caldo dorato, mentre fuori di noi geme il pianto dei depressi e urla il dolore dei disperati. Così hai finito per innamorarti dei poveri, gli amici dello Sposo, i suoi prediletti. E amando loro, hai messo la tua fragile spalla sotto la loro croce, ma a quel punto hai trovato il tesoro, il favoloso tesoro della gioia. Allora hai dato via tutto, hai scommesso sull&#8217;amore del tuo Gesù, e invaghita di lui, hai scoperto che croce non è uguale a meno vita, meno amore, meno felicità. Hai invece indovinato la formula magica dell&#8217;appagamento: <em>&#8220;più Dio è uguale a più Io&#8221;</em>.</p>
<p>Così la pianticella della tua giovane vita ha cominciato a fiorire. A proposito mi torna qui alla mente quanto scriveva Dietrich Bonhoeffer, nel carcere di Tegel, prima di venire impiccato dai nazisti. Scriveva: &#8220;Non ci interessa una vita che non faccia fiorire l&#8217;umano. Un divino cui non corrisponda il rigoglio dell&#8217;umano, non merita che ad esso ci dedichiamo&#8221;.</p>
<p>Mi hai anche scritto: &#8220;In questi tre anni a Villa Verucchio, l&#8217;immersione nel quotidiano di tante famiglie e di tanti ragazzi ha realizzato il dono di Dio nella mia vita: il desiderio di spendermi per gli altri per condividere con ciascuno la ricchezza che ho conosciuto e sperimentato. La chiamata di Dio è per stare con lui e per andare verso i fratelli, e se questa passione è davvero dono suo, sono certa che ne permetterà la realizzazione&#8221;.</p>
<p>Queste parole raccontano il tuo sogno, ma dicono pure la nostra preghiera. Sogno e preghiera nutrite dalla grande, indefettibile promessa: &#8220;Nulla mai potrà separarci dall&#8217;amore di Cristo&#8221;, ha scritto s. Paolo, ma questa è la verità di Dio sulla tua vita. <em>Nulla &#8211; mai</em>: due parole minuscole, ma firmate dal tuo Sposo a caratteri di sangue e che a noi, cara suor Serena, ci fanno fare salti di gioia. Beata te che hai creduto! Fortunata te che ti sei lasciata sedurre dal Volto del più bello tra i figli dell&#8217;uomo e non hai più potuto fare a meno di seguirlo. Lascia che ti diciamo anche noi: nulla mai ti potrà separare dal Suo amore. Aiutaci ad augurarti: nulla mai guasti la tua festa! E sarà festa anche per tutti noi.</p>
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<p align="right"><strong><em>+ Francesco Lambiasi</em></strong></p>
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