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	<title>Diocesi di Rimini</title>
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		<title>Corpus Domini 2013</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/comunicati-stampa/corpus-domini-2013/</link>
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		<pubDate>Sat, 25 May 2013 10:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>“Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”</p>
<p>Giovedì 30 maggio è in programma la tradizionale, solenne processione cittadina del<br />Corpus Domini presieduta dal Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>“Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”</p>
<p>Giovedì 30 maggio è in programma la tradizionale, solenne processione cittadina del<br />Corpus Domini presieduta dal Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi.</p>
<p>Alle ore 20.30, S. Messa concelebrata presieduta dal Vescovo, presso la Chiesa di<br />San’Agostino in Rimini. Seguirà la processione che si snoderà lungo via Sigismondo,<br />piazza Cavour, corso d’Augusto, per terminare con la benedizione solenne all’Arco<br />d’Augusto intorno alle ore 22.<br />Di seguito, l’Omelia che il Vescovo Francesco Lambiasi pronuncerà alla città – come<br />sempre in tale occasione – al termine della processione del Corpus Domini.</p>
<p>Durante la processione guidano il canto e le preghiere le Sorelle Povere di Santa Chiara<br />(suore Clarisse), collegate dal Monastero Natività di Maria di via San Bernardino di<br />Rimini alla processione attraverso un impianto apposito.</p>
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		<title>Santa Messa per la scuola</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/comunicati-stampa/santa-messa-per-la-scuola-3/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 06:29:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività Pastorale]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola Date e Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;
Mercoledì 8 maggio 2013, alle ore 18,30 nella Basilica Cattedrale di Rimini, S. Messa per la Scuola presieduta da S.E. Mons. Francesco Lambiasi. Sono invitati i dirigenti scolastici, i docenti, gli studenti, il personale non docente e la cittadinanza tutta.
Alle ore 17 il Vescovo incontrerà i dirigenti scolastici delle Scuole di ogni ordine e grado [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Mercoledì 8 maggio 2013, alle ore 18,30 nella Basilica Cattedrale di Rimini, S. Messa per la Scuola presieduta da S.E. Mons. Francesco Lambiasi. Sono invitati i dirigenti scolastici, i docenti, gli studenti, il personale non docente e la cittadinanza tutta.</p>
<p>Alle ore 17 il Vescovo incontrerà i dirigenti scolastici delle Scuole di ogni ordine e grado presso la Sala San Gaudenzo (di fianco alla Cattedrale). Dopo il saluto del Vescovo interverrà Don Daniele Saottini &#8211; Responsabile del Servizio Nazionale per l’insegnamento della religione cattolica della C.E.I. – presentando una riflessione dal titolo <i style="mso-bidi-font-style: normal;">“Rapporto Fede e Ragione: il contributo dell’I.R.C.”, </i>sintesi del recente Convegno nazionale per i direttori degli uffici diocesani per l’I.R.C.</p>
<p>Per informazioni Ufficio Diocesano Scuola:<br />tel. 0541-1835161<br /> e-mail: <a href="mailto: uds@diocesi.rimini.it">uds@diocesi.rimini.it</a></p>
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		<title>Spirito Santo e gioia</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/vescovo/spirito-santo-e-gioia/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 07:02:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p class="MsoNormal"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;">"Accogliamo la Parola con la gioia dello Spirito Santo". </b>Messaggio d'indirizzo rivolto dal Vescovo ai partecipanti della 36.ma Convocazione del Rinnovamento nello Spirito</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;">&#8220;Accogliamo la Parola con la gioia dello Spirito Santo&#8221;</b></p>
<p class="MsoNormal">Messaggio d&#8217;indirizzo rivolto dal Vescovo ai partecipanti della 36.ma Convocazione del Rinnovamento nello Spirito</p>
<p class="MsoNormal"> Lo slogan che avete scelto per questa vostra 36.a convocazione nazionale non viene da un&#8217;agenzia pubblicitaria, né da un centro studi della comunicazione. Viene da lontano, addirittura da san Paolo &#8211; è firmato proprio di suo pugno &#8211; ma viene ancora da più lontano, anzi da più vicino&#8230; Viene dallo Spirito Santo in persona. In verità riporta alla lettera un mezzo versetto della Prima Lettera ai Tessalonicesi: &#8220;Accogliamo la Parola con la gioia dello Spirito Santo&#8221; (1,6). Questa è parola di Paolo e, insieme, parola di Dio!</p>
<p class="MsoNormal"><span style="mso-tab-count: 1;">                </span>Lasciatemi definire questo versetto come un piccolo catechismo sulla gioia cristiana. Infatti i tre vocaboli fondamentali del tema della convocazione <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>- Parola, gioia, Spirito Santo &#8211; disegnano il &#8216;triangolo&#8217; della gioia cristiana: al vertice svetta lo Spirito Santo e ai due angoli di base ci sono la Parola e la gioia. Data la mancanza di tempo mi limito a perlustrare brevemente un solo lato di questo triangolo &#8216;magico&#8217;: quello che unisce il vertice &#8211; lo Spirito Santo &#8211; alla gioia. Nel Nuovo Testamento Spirito Santo e gioia formano una combinazione fortunata, compongono un binomio indissolubile. Ecco una striscia di citazioni: &#8220;Il frutto dello Spirito è gioia e pace&#8221; (Gal 5,22). &#8220;Il regno di Dio è&#8230; gioia e pace dello Spirito&#8221; (Rm 14,17). &#8220;I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo&#8221; (At 13,52). Questa gioia può tracimare al punto da far sospettare che i discepoli, a Pentecoste, siano ubriachi fradici (At 2,13). Prima ancora, Gesù stesso aveva trasalito di gioia nello Spirito Santo (Lc 10,21). Spirito, gioia, parola: ecco tre nomi diversi di un unico dono.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="mso-tab-count: 1;">                </span>Quando comparve il cristianesimo nel bacino del Mediterraneo, il mondo romano stava paurosamente rotolando sulla china di un precipizio spaventoso. Fu il cristianesimo a salvare quel mondo ormai decrepito. E il vangelo rappresentò una ondata irrefrenabile di giovinezza e di incontenibile letizia. Oggi noi viviamo in un&#8217;epoca definita &#8220;delle passioni tristi&#8221;. Ma lo Spirito Santo non si è reso latitante, non se ne è andato in pensione. Anzi ci sta facendo vivere i sussulti di una nuova primavera. Quanti di noi, dopo il gesto profetico di papa Benedetto, hanno sospirato: &#8220;Se il Signore ci desse un altro Francesco d&#8217;Assisi&#8221;. E, a sorpresa, ce l&#8217;ha dato! Cantiamo grazie allo Spirito Santo, e diciamo grazie a Benedetto, e, ancora, grazie al nuovo Francesco.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="mso-tab-count: 1;">                </span>Questa convocazione ha luogo anche quest&#8217;anno a Rimini: siate i benvenuti! E anche quest&#8217;anno la vostra convocazione ha luogo nel tempo di Pasqua. In questi giorni, fateci sentire, fratelli e sorelle, le note effervescenti dell&#8217;alleluia pasquale. Nella nostra città passeggia la tristezza, imperversa la noia, dilaga l&#8217;angoscia. E l&#8217;alleluia della nostra Chiesa è troppo fiacco per rispondere alla sfida di tanta gente che ci domanda, con le parole riportate nel rotolo di Isaia: &#8220;Fateci vedere la vostra gioia!&#8221; (cfr 66,5). Su un muro della nostra università ho trovato inciso un urlo disperato e raggelante: &#8220;Produci, consuma, crepa!&#8221;. Aiutateci, voi del RnS, a raccogliere urli e grida della nostra Città e a tradurli nell&#8217;alleluia della risurrezione. Sui nostri pentagrammi con tanti, troppi diesis in chiave, aiutateci collocare le note dell&#8217;exsultet pasquale. Ma prima ancora aiutateci a risorgere, noi cristiani, per primi. A risorgere dal peccato alla vita nuova, dalla tristezza alla gioia. Nel cenacolo, la sera della sua passione, Gesù aveva detto ai suoi: &#8220;Voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà (più) togliervi la vostra gioia&#8221; (Gv 16,22). La Pasqua è un vero &#8216;passaggio&#8217;: non solo dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla libertà. E&#8217; un passaggio anche dalla tristezza alla gioia.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="mso-tab-count: 1;">                </span>E&#8217; vero: la tristezza non è un peccato, ma un errore certamente lo è. Comunque è un male che non perdona o, se non è un peccato &#8216;morale&#8217;, è senz&#8217;altro un peccato &#8216;teologico&#8217;. Voglio dire che la tristezza è una offesa alla verità, una eresia vera e propria, anzi l&#8217;eresia più nefasta, perché nega la verità più luminosa del cristianesimo: la risurrezione, una verità talmente &#8216;vera&#8217; da non avere mai avuto bisogno di essere definita dogmaticamente in un concilio.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="mso-tab-count: 1;">                </span>Ma la Parola &#8211; se noi l&#8217;accogliamo con la gioia dello Spirito Santo &#8211; ci dice che è vero per davvero che Dio è amore e che ci ha amato talmente tanto da consegnarci il suo Figlio unigenito. E&#8217; vero per davvero che Gesù ci ha amato talmente tanto da dare la sua vita per noi, e ci ha fatti suoi fratelli e amici. E&#8217; vero per davvero che l&#8217;amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="mso-tab-count: 1;">                </span>Fratelli e Sorelle, accogliamo la Parola con la gioia dello Spirito Santo. Allora non faremo fatica a debellare il virus della tristezza. Allora non cadremo nella contraddizione di chi pretende di portare il messaggio della gioia con il linguaggio dell&#8217;angoscia, e non correremo il rischio del testacoda di chi presume di annunciare l&#8217;evento strabiliante della risurrezione con una patetica faccia da funerale. Allora non ci faremo vincere dal male, ma vinceremo il male con un bene più grande. Allora sapremo offrire speranza al nostro mondo postmoderno e riusciremo a superare la paura della crisi, senza sprofondare nelle sabbie mobili di miraggi frustranti, senza far precipitare i nostri sogni negli strapiombi di incubi paurosi.</p>
<p class="MsoNormal"><span style="mso-tab-count: 1;">                </span>Permettetemi di chiudere con un augurio un po&#8217; strano. Vi auguro di essere &#8216;portatori sani&#8217; del virus più potente, quello trasmesso sulla terra da un certo Gesù di Nazaret. E&#8217; il virus della gioia. Ma non dimenticate mai che &#8211; lo diceva un mistico medievale mussulmano &#8211; &#8220;colui, del quale Gesù è la malattia, non guarirà mai&#8221;.</p>
<p class="MsoNormal"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"> </b>Rimini Fiera, 25 aprile 2013</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: right;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="mso-tab-count: 10;">                                                                                                                     </span>+ Francesco Lambiasi</b><br />
Vescovo di Rimini</p>
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		<title>Al via il 33° Campo Lavoro missionario</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/attivita-pastorale/al-via-il-33-campo-lavoro-missionario/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Apr 2013 10:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività Pastorale]]></category>
		<category><![CDATA[Missionario date e documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12.0pt;">“Cambiare noi per cambiare il mondo”.</span><span style="font-size: 12.0pt;"> Con lo slogan di sempre, sabato 13 e domenica 14 aprile, torna il Campo Lavoro missionario, la grande raccolta di materiali usati per finanziare progetti umanitari dei missionari riminesi. Tra le finalità di quest’anno, cinque progetti all’estero e un contributo alla Caritas per sostenere famiglie in stato di disagio</span></p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Con lo slogan di sempre, sabato 13 e domenica 14 aprile, torna il Campo Lavoro missionario, la grande raccolta di materiali usati per finanziare progetti umanitari dei missionari riminesi. Tra le finalità di quest’anno, cinque progetti all’estero e un contributo alla Caritas per sostenere famiglie in stato di disagio.</p>
<p>L’anno scorso, svuotando cantine e soffitte, <span style="font-size: 12.0pt;">sono state raccolte 175 tonnellate di ferro e metalli vari, 152 tonnellate di indumenti usati, 30 di rifiuti elettronici, 76 tonnellate di carta. Con un utile finale di oltre <span style="mso-bidi-font-weight: bold;">165 mila di euro, serviti per finanziare 11 progetti. Quest’anno si replica con 6 destinazioni già definite (ma non escluso che altre se ne possano aggiungere, se il bilancio finale lo consentirà).<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>A</span>ccanto al tradizionale sostegno a progetti umanitari da realizzare nei paesi poveri del mondo (quest’anno Sri Lanka, Tanzania, Venezuela, Etiopia, Albania), il Campo Lavoro 2013 prevede anche un contributo alla Caritas diocesana per sostenere famiglie riminesi in difficoltà economica. Come gli anni scorsi, il Campo coinvolgerà l’intero territorio della Diocesi con quattro punti di raccolta allestiti a Rimini, Riccione, Bellaria, Villa Verucchio dove confluiranno le tonnellate di materiali raccolti presso le abitazioni (150 mila sono i sacchi distribuiti quest’anno ad altrettante famiglie). Tra raccolta, trasporto, separazione e smaltimento dei materiali, si stima che il Campo Lavoro 2013 impegnerà complessivamente oltre un migliaio di volontari.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></p>
<p>Le destinazioni principali</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12.0pt; mso-bidi-font-weight: bold;">Tra i progetti 2013 viene confermato l’aiuto alla <b>missione diocesana in Albania</b> per sostenere progetti di reinserimento di minori </span><span style="font-size: 12.0pt;">provenienti da situazioni di degrado e abbandono. Segue poi il completamento della scuola di Karansi: ultimo progetto di “<b style="mso-bidi-font-weight: normal;">Cattolica per la Tanzania</b>”, l’associazione cattolichina da anni impegnata in iniziative di aiuto nel paese africano.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Sempre tra le finalità principali, figura poi il progetto Asili popolari della parrocchia di <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">San Martin de Porres a La Guaira,</b> un grosso quartiere popolare di Caracas, in Venezuela, dove c’è la necessità di garantire un modesto contributo economico alle mamme assistenti impegnate nel doposcuola della missione. Completano la lista delle priorità all’estero il contributo per la costruzione della nuova chiesa dei <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">Frati Cappuccini dell’Emilia-Romagna</b> in Etiopia e per l’acquisto di un pulmino da parte dell’associazione <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">Papa Giovanni XXIII in Sri Lanka</b> che servirà per trasportare al lavoro ragazze del posto impegnate nel laboratorio di cucito aperto dalla missione. Venendo alle destinazioni locali, viene previsto per la prima volta quest’anno un<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>contributo alla <b style="mso-bidi-font-weight: normal;">Caritas diocesana</b> da destinare all’associazione “Famiglie insieme” che eroga piccoli prestiti a tasso minimo a famiglie in stato di bisogno. L’anno scorso l’associazione ha concesso prestiti per 300 mila euro a 320 famiglie riminesi, soprattutto per far fronte a bollette ed affitti in arretrato, ma le richieste, in tempo di crisi, sono in continuo aumento.</span><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"></b></p>
<p class="MsoNoSpacing"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14.0pt;">La raccolta nelle scuole. La carica dei 5 mila</span></b></p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12.0pt;">In attesa dell’apertura del Campo, si è intanto conclusa la raccolta nelle scuole con i tanti oggetti, giocattoli, libri, indumenti, portati da casa dai bambini. L’iniziativa ha coinvolto a tappeto il mondo delle scuole materne oltre a numerose scuole elementari di Rimini e Riccione, per un totale di oltre 5 mila alunni che hanno partecipato al progetto educativo proposto dal Campo. Tema di quest’anno il binomio “diritti/doveri”, inteso quale binomio inscindibile perché “ad ogni diritto si accompagna un dovere”. Con l’aiuto di materiali didattici i bambini sono stati sollecitati a riflettere su quanto diversa (e fortunata) sia la propria condizione di vita, se raffrontata con quella dei coetanei che abitano a sud dell’equatore. E non per suscitare sensi di colpa, bensì sollecitare atteggiamenti di responsabilità. Ad esempio, se ho la fortuna di vedermi riconosciuto il “diritto” all’istruzione (disatteso in tante parti del mondo), avrò poi il “dovere” di rispettare la scuola, le attrezzature, gli ambienti, il lavoro degli insegnanti, ecc.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span></span></p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14.0pt;">Istruzioni per la raccolta</span></b></p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12.0pt;">Il Campo Lavoro raccoglie carta e cartone di ogni tipo, ferro e metalli vari, indumenti, scarpe, pelletteria, libri, giocattoli, biciclette, piccoli elettrodomestici e oggetti per la casa. Per difficoltà di smaltimento, non si potranno invece consegnare mobili, materassi, pneumatici, vetro, bombole del gas, televisori, monitor e frigoriferi. Il sacco giallo distribuito nelle abitazioni dovrà essere utilizzato solo per indumenti, scarpe e pelletteria. Per il resto dovranno essere preparati scatoloni a parte, indicandone il contenuto. Materiali particolari e ingombranti potranno essere consegnati direttamente ai Centri di raccolta, oppure se ne potrà richiedere il ritiro chiamando il Centro più vicino ai seguenti numeri:</span><br />
<i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; mso-bidi-font-family: AGaramond-Semibold; mso-fareast-language: IT;">Rimini, Piazzale ex Mercato Ortofrutticolo </span></i><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; mso-bidi-font-family: AGaramond-Semibold; mso-fareast-language: IT;">Via Emilia<span style="mso-tab-count: 1;">          </span>Tel. 345.3376016 &#8211; 346.6860775<br />
Bellaria, Parrocchia Santa Margherita, </span></i><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; mso-bidi-font-family: AGaramond-Semibold; mso-fareast-language: IT;">Via San Mauro, 1<span style="mso-tab-count: 1;">      </span>Tel. 348-9146293<br />
Riccione, Chiesa di San Francesco, </span></i><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; mso-bidi-font-family: AGaramond-Semibold; mso-fareast-language: IT;">Viale Avellino, 6<span style="mso-tab-count: 2;">             </span>Tel. 0541-606008 338-1210898<br />
Villa Verucchio, Piazzale Vecchia chiesa </span></i><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; mso-bidi-font-family: AGaramond-Regular; mso-fareast-language: IT;">Via Casale, 101<span style="mso-tab-count: 1;">     </span>Tel. 328-7760898</span></i><i style="mso-bidi-font-style: normal;"></i></p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14.0pt;">I mercatini dell’usato</span></b></p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12.0pt;">Libri, elettronica, oggetti per la casa, abbigliamento vintage. Da sempre i mercatini del Campo costituiscono una grossa occasione per collezionisti o per chi semplicemente vuol fare buoni affari. Con gli oggetti migliori raccolti nel corso della due giorni, anche quest’anno saranno allestite bancarelle dell’usato dove per pochi spiccioli si potrà comprare di tutto e di più. I mercatini funzioneranno a Rimini, Riccione, Bellaria, Villa Verucchio e, per la prima volta, anche a Cattolica.</span></p>
<p> <b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 14.0pt;">Attenti alle truffe</span></b></p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12.0pt;">Purtroppo, come gli anni scorsi, anche quest’anno giungono notizie su persone che in questi giorni, spacciandosi per volontari, si presentano presso le abitazioni, chiedendo di ritirare materiali destinati al Campo Lavoro. Si tratta di tentativi di truffa che invitiamo a segnalare alla segreteria del Campo. Si ricorda in proposito che la raccolta si svolgerà solo ed esclusivamente nelle giornate del 13 e 14 aprile e che gli operatori incaricati saranno riconoscibili attraverso apposito talloncino. Suggeriamo anche, nei limiti del possibile, di non accumulare all’esterno dell’abitazione materiali destinati al Campo, nei giorni precedenti alla raccolta, in quanto vengono riferiti diversi casi di furto avvenuti nottetempo. </span></p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: center;" align="center"><span style="font-size: 12.0pt;"> </span><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 12.0pt;">Info e aggiornamenti su www.campolavoro.it</span></b></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Veglia in memoria dei Missionari Martiri</title>
		<link>http://www.diocesi.rimini.it/attivita-pastorale/veglia-in-memoria-dei-missionari-martiri-2/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 10:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività Pastorale]]></category>
		<category><![CDATA[Missionario date e documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il 9 Aprile ore 21 in Cattedrale, presieduta dal Vescovo Mons. Francesco Lambiasi, si svolgerà la Veglia di preghiera in memoria dei Missionari martiri e in preparazione al Campo Lavoro Missionario.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 9 Aprile ore 21 in Cattedrale, presieduta dal Vescovo Mons. Francesco Lambiasi, si svolgerà la Veglia di preghiera in memoria dei Missionari martiri e in preparazione al Campo Lavoro Missionario.<br />
Si tratterà di un momento di preghiera in cui siamo invitati a pregare in memoria dei tanti missionari e missionarie, laici e religiosi, famiglie e operatori pastorali, che donano la vita per il Vangelo, in diverse parti del mondo.<br />
Celebrare la memoria dei martiri serve a noi cristiani per ricordare che la Testimonianza è una condizione che ci riguarda tutti e alla quale tutti siamo chiamati.<br />
Le Pontificie Opere Missionarie scelsero Mons. Oscar Arnulfo Romero, vescovo salvadoregno, ucciso il 24 marzo 1980 in Salvador perché si oppose con forza e decisione al governo militare che massacrava i più poveri e ne calpestava i diritti. Dal 1992 la Chiesa Italiana celebra la giornata di preghiera  e digiuno in memoria dei Martiri Missionari il 24 marzo.<br />
A Rimini ala celebrazione è stata spostata al 9 aprile per  iniziare con un momento forte di spiritualità il già tradizionale Campo Lavoro missionario che si realizzerà in tutta la Diocesi nel fine settimana seguente, sabato 13 e domenica 14 aprile.<br />
Quest’anno dedicheremo la veglia di preghiera ai martiri albanesi nel ventesimo anniversario della visita del Beato Papa Giovanni Paolo II a quel paese e l’inizio del processo di canonizzazione di tanti testimoni della fede di cui può vantarsi la Chiesa albanese ed ancora tanto sconosciuti.<br />
Vi aspettiamo numerosi a questo appuntamento del 9 aprile in Cattedrale, certamente ne usciremo consolidati nella fede.</p>
<p><em>Don Aldo Fonti</em></p>
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		<title>Mors tua, vita nostra</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Apr 2013 19:56:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="CENTER"><i>Crocifisso per la sua debolezza, Risorto per la potenza di Dio</i></p>
<p align="CENTER">Omelia del Vescovo per la Messa del Giorno di Pasqua</p>
<p>Tra le parole pronunciate dal nuovo vescovo di Roma nel suo magistero semplice e diretto, quella che forse ha registrato l'impatto più intenso sull'opinione pubblica e che senz'altro le riassume tutte è stata la parola <i>tenerezza</i>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Crocifisso per la sua debolezza, Risorto per la potenza di Dio</em></p>
<p>Tra le parole pronunciate dal nuovo vescovo di Roma nel suo magistero semplice e diretto, quella che forse ha registrato l&#8217;impatto più intenso sull&#8217;opinione pubblica e che senz&#8217;altro le riassume tutte è stata la parola <i>tenerezza</i>. Papa Francesco non ha avuto paura di attribuirla a Dio; anzi ne ha fatto il tratto più marcato del suo volto: Dio non solo prova tenerezza per le sue creature, ma è tutto amore, è tutta misericordia; è gratuita, toccante tenerezza. Questa parola papa Francesco continua a declinarla con gesti e atteggiamenti che valgono una enciclica.</p>
<p><i>1. </i>Nel Dio della tenerezza noi riconosciamo il Dio dei nostri padri: di Abramo, Isacco, Giacobbe. Riconosciamo il Dio di Mosè, quale si rivela sul Sinai, nel roveto ardente: un Dio che non rimane freddo e ingessato di fronte alla miseria dei suoi figli, anzi dichiara apertamente: &#8220;Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi aguzzini: conosco le sue sofferenze&#8221; (Es 3,7). Quando poi Mosè, in marcia alla testa del popolo di Israele, torna sul Sinai, Dio gli si rivela parlando il linguaggio della tenerezza: &#8220;Il Signore, il Signore, Dio di tenerezza e di misericordia, lento all&#8217;ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni&#8221; (Es 34,6s).</p>
<p>Certo, Dio non passa la spugna sul peccato; deve fare i conti con la miseria di Israele, &#8220;un popolo di dura cervice&#8221;, irriducibilmente ostinato e ribelle, ma la reazione di Dio è improntata alla più commossa e commovente compassione. &#8220;Come potrei abbandonarti &#8211; dice in uno struggente oracolo del profeta Osea -, come consegnarti ad altri, Israele? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione&#8221; (11,8). Letteralmente, dove si legge &#8220;il mio intimo&#8221;, dovremmo più esattamente tradurre &#8220;le mie viscere&#8221;, perché questo Dio, immaginato secondo il linguaggio antropomorfico come un padre, in realtà ha un &#8216;grembo&#8217; materno. Ed è proprio all&#8217;immagine di Dio-madre, che si riferisce il grande Isaia, in un oracolo in cui, quasi scusandosi della sua debolezza, Dio si pone una domanda a risposta scontata: &#8220;Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai!&#8221; (49,15).</p>
<p>Ma nella lingua &#8216;materna&#8217; di Dio, tenerezza fa rima con debolezza: è una commozione &#8216;viscerale&#8217; per il niente della sua creatura il sentimento che rende Dio fragile e vulnerabile. Vedere la persona amata distruggersi con le proprie mani e non potere far nulla! Ne sa qualcosa il padre o la madre che vede il figliolo spegnersi giorno dopo giorno a causa della droga o dell&#8217;anoressia, e non poterne neanche parlare con lui, per paura di perderlo del tutto. Certo, Dio, che è onnipotente, potrebbe impedire tanto male, ma finendo per distruggere l&#8217;uomo, distruggendo la sua libertà, e quindi finendo per distruggere anche se stesso, perché Dio è amore, e dunque è &#8216;scrupolosamente&#8217; rispettoso della nostra libertà.</p>
<p><i>2. </i>Ma finché si restava nei soli confini dell&#8217;Antico Testamento non si poteva neanche lontanamente immaginare fin dove sarebbe arrivata la sofferenza di Dio per le sorti dell&#8217;umanità ferita dal peccato. Per scoprirlo e toccare con mano, c&#8217;era bisogno che questa misteriosa sofferenza prendesse volto e corpo nella passione di Cristo. La croce di Cristo è la suprema manifestazione della debolezza di Dio. Gesù &#8211; scrive Paolo &#8211; &#8220;fu crocifisso <i>per la sua debolezza</i>&#8221; (2Cor 13,4).</p>
<p>Di fronte alla croce i capi del popolo, i soldati, i malfattori crocifissi con lui, la gente che assiste a quell&#8217;orrendo spettacolo, tutti vomitano, con amari toni di scherno, l&#8217;oltraggio più beffardo: &#8220;Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso&#8221;. Paradossalmente, proprio dicendo che &#8220;non può salvare se stesso&#8221;, essi dicono la sua verità. E&#8217; la verità di uno che non può più salvare se stesso, non perché non ne abbia il potere, ma perché vi ha liberamente rinunciato per amore. La croce sta a dire che gli uomini hanno vinto Dio, ma Dio si è preso la rivincita risuscitando Gesù: Cristo fu crocifisso per la sua debolezza, &#8220;ma vive <i>per la potenza di Dio</i>&#8221; (2Cor 13,4), perché &#8220;ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini&#8221; (1Cor 18,25). Alla volontà dell&#8217;uomo di annientarlo, Dio ha risposto con altrettanta volontà non di distruggere l&#8217;uomo, ma di salvarlo: &#8220;Io sono il vivente: non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva&#8221; (Ez 33,11). Dio ha vinto senza smentire la logica della debolezza, senza lasciarsi trascinare sul terreno del nemico: il Crocifisso &#8220;oltraggiato, non rispondeva con oltraggi&#8221; (1Pt 2,23). Al grido della ferocia: &#8220;Crocifiggilo!&#8221;, ha risposto con il grido della misericordia: &#8220;Padre, perdonali!&#8221; (Lc 23,34).</p>
<p>E il Padre ha stravinto sulla malvagità umana non incenerendo i mandanti e i carnefici del Figlio, ma riconciliando a sé l&#8217;umanità malvagia. Scrive san Paolo: &#8220;Quando eravamo ancora nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo&#8221; (Rm 6,10). &#8220;Quando eravamo ancora nemici&#8221;: Dio non ha preteso il ravvedimento dei suoi figli per riconciliarsi con loro; ma li ha portati al ravvedimento attraverso un amore totalmente gratuito, attraverso la misericordia e il perdono.</p>
<p>Il vangelo della Pasqua è il vangelo della tenerezza. Gesù che aveva additato il Padre come modello di misericordia, chiede la misericordia ai suoi discepoli: &#8220;Avete inteso che fu detto: <i>Amerai il tuo prossimo</i> e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli&#8221; (Mt 5,43-46). Quanto Cristo chiede (e dona!) ai suoi discepoli, supera ogni logica umana. Non vendicarsi &#8211; passi pure! &#8211; ma addirittura &#8216;amare&#8217; i nemici, &#8216;pregare&#8217; per loro! Questo, per ogni sia pure più illuminata ragione, è troppo. Davvero troppo!</p>
<p><i>3. </i>Rispetto alla generazione del &#8217;68 &#8211; una società &#8216;contro&#8217; i padri &#8211; oggi viviamo in una società &#8216;senza&#8217; più padri. Purtroppo ciò avviene quando si annebbia la certezza di Dio Padre, di tutti. Ma un mondo senza Padre diventa uno sconfinato, squallido orfanotrofio. La rivoluzione francese nel suo celebre trinomio, oltre alla <i>liberté</i> e alla <i>égalité</i>, aveva incluso anche la <i>fraternité</i>. Ma quale autentica ed effettiva fraternità è possibile, quando Dio viene scambiato con un destino cieco e dispotico, con un caso volubile e capriccioso? Quanto non è solida ma paurosamente friabile la base di una qualche &#8216;laica&#8217; solidarietà o di una qualche algida filantropia?! Se non c&#8217;è un Padre comune, perché mai dovremmo chiamarci e sentirci tutti fratelli? E se non siamo fratelli, quale vincolo può tenerci saldamente uniti, se non l&#8217;interesse o l&#8217;utile di alcuni contro gli altri? E non si scatena allora la guerra di tutti contro tutti?</p>
<p>Quando Gesù è morto, si è squarciato il velo del tempio, simbolo di quel velo che copriva il volto di Dio, e così nel Figlio, fatto tutto tenerezza e misericordia, abbiamo contemplato il volto del Padre &#8220;ricco di misericordia&#8221;, che ci consola con ogni consolazione in ogni nostra sofferenza, angoscia e tribolazione.</p>
<p>Lo scenario sociale, culturale e politico &#8211; quest&#8217;ultimo, davvero indecente e indicibile, di questi tempi tanto duri e bui &#8211; appare sempre più ispirato al detto medievale, poi ripreso e teorizzato dal Machiavelli:<i> Mors tua vita mea. </i>La cinica menzogna di questo slogan viene oggi sdoganata con parole impure e agghiaccianti: sospetto, opportunismo, disprezzo, aggressione, volgarità. La logica evangelica è diametralmente opposta: <i>Mors mea vita tua. </i>Non c&#8217;è logica più umana di questa. E&#8217; la logica che ha consentito al nostro paese di uscire dalla guerra e di darsi una carta costituzionale, fondata su valori che i nostri padri ritenevano intramontabili, mentre noi ci vediamo costretti ad assistere impotenti alla loro penosa, irreversibile agonia. E sono valori maiuscoli: fiducia, lealtà, rispetto, cooperazione, responsabilità.</p>
<p>Questa è la lingua di Francesco d&#8217;Assisi, di papa Francesco: è la stessa lingua parlata in vita, in morte e nella sua vita risorta dallo stesso Gesù. Noi tutti, rivolgendoci al Crocifisso-Risorto, possiamo gridare: <i>Mors tua, vita nostra. </i>Sì, la sua morte è la nostra vita: lo è stata e lo sarà ancora. Perché là dove ognuno dice all&#8217;altro: &#8220;prima tu, poi io&#8221;, là finisce la morte, germoglia la vita, fiorisce il &#8216;noi&#8217;.</p>
<p>Ed esplode, irrefrenabile, la gioia della Pasqua.</p>
<p style="text-align: left;" align="right"><i><i>Rimini, Basilica Cattedrale, 31 marzo 2013</i></i></p>
<p align="right"><i>+ Francesco Lambiasi</i></p>
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		<title>Immersi nel suo amore</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Mar 2013 20:44:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie]]></category>
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		<description><![CDATA[<p align="CENTER"><i>"Siamo stati battezzati nella sua morte"</i></p>
<p><em>Omelia del Vescovo pronunciata nel corso della Veglia Pasquale</em> <i>1. </i>Che cosa siamo venuti a fare qui questa notte? La risposta più ovvia è: a fare Pasqua. Ma che cosa significa fare Pasqua?</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><i>&#8220;Siamo stati battezzati nella sua morte&#8221;</i></p>
<p style="text-align: left;" align="center">Omelia del Vescovo pronunciata nel corso della Veglia Pasquale</p>
<p><i>1. </i>Che cosa siamo venuti a fare qui questa notte? La risposta più ovvia è: a fare Pasqua. Ma che cosa significa fare Pasqua? Ecco, fratelli e sorelle, non significa: rievocare un evento sepolto nel passato. Noi non siamo qui riuniti per una più o meno nostalgica commemorazione, ma per una celebrazione, per un&#8217;azione talmente efficace e potente da rendere reale ed effettivo, qui e ora, l&#8217;evento celebrato.</p>
<p>Che differenza c&#8217;è tra un&#8217;azione e una commemorazione? Facciamo qualche esempio. La sera del giovedì santo noi abbiamo ricordato sia la lavanda dei piedi, sia l&#8217;istituzione dell&#8217;eucaristia. Ma la lavanda l&#8217;abbiamo semplicemente ricordata a modo di &#8216;sacra rappresentazione&#8217;, quindi con un rito dal significato prettamente storico e morale: ricordare il gesto compiuto da Gesù, esortarci alla sua imitazione. L&#8217;istituzione dell&#8217;eucaristia, invece, l&#8217;abbiamo celebrata a modo di <i>ri-presentazione</i>, cioè attraverso un rito che ce l&#8217;ha resa presente. Altro esempio: la Via Crucis di ieri sera è stata rappresentata in tante parti, nelle chiese, per le strade, in ospedale, sul lungomare. La morte di Gesù, invece, ci è stata ri-presentata nell&#8217;azione liturgica.</p>
<p>Insomma, la differenza è questa: attraverso un &#8216;pio esercizio&#8217; devozionale commemoriamo un evento già accaduto, che, come tale, resta confinato nel passato mentre noi siamo e restiamo immersi nel nostro presente. Invece una celebrazione liturgica è una vera e propria &#8216;azione&#8217;, perché rende presente quell&#8217;evento e noi siamo resi presenti ad esso. Dunque la nostra veglia non è una semplice memoria della Pasqua, ma un &#8216;memoriale&#8217;, ossia una liturgia che ci fa partecipare effettivamente e concretamente al mistero celebrato. Con una differenza rispetto a tutti gli altri misteri o eventi salvifici della vita terrena di Gesù, compresa la sua morte. La risurrezione di Gesù infatti è un evento, che è iniziato per dire così nel tempo &#8211; la scoperta del sepolcro vuoto e le prime apparizioni del Risorto risalgono al mattino della domenica di Pasqua, e dunque sono fatti cronologicamente datati &#8211; ma la Pasqua è un avvenimento che per natura sua ha proiettato Gesù nella gloria del Padre. E poiché Gesù ora vive nell&#8217;eternità e l&#8217;eternità abbraccia tutta la durata del tempo, la nostra celebrazione vigiliare ci fa partecipare a quell&#8217;evento, che è davvero ancora in corso e non finisce più, poiché tocca efficacemente l&#8217;intera vicenda dei tempi. Se ci venisse rivolta la domanda: ma quando è risorto Gesù? potremmo rispondere benissimo: Oggi.</p>
<p><i>2. </i>Dunque siamo qui per compiere un&#8217;azione. E l&#8217;azione da compiere è questa: essere battezzati nella morte e risurrezione di Cristo. Ascoltiamo l&#8217;apostolo Paolo che scrive: &#8220;O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova&#8221; (Rm 6,3-4).</p>
<p>A questo passo si ispirava l&#8217;antica prassi battesimale: i catecumeni scendevano tre gradini del battistero e a ogni gradino facevano la triplice rinuncia a Satana. Poi si veniva immersi nell&#8217;acqua della vasca battesimale, e questa immersione stava a significare una partecipazione reale e un effettivo coinvolgimento nella morte di Gesù. Infatti la preposizione <i>in</i>,<i> </i>retta dal verbo battezzare o essere battezzati, non indica uno stato, ma un trasferimento &#8220;da&#8230; a&#8230;&#8221;, un passaggio di proprietà, anzi un affidamento, un&#8217;adesione intima e personale, una compartecipazione. Secondo Paolo, il cristiano, col battesimo viene, per così dire, abbracciato e avvolto da Cristo, il quale passa a costituire il suo nuovo spazio vitale. Poi, dopo l&#8217;immersione, c&#8217;era l&#8217;emersione, che esprimeva la risurrezione: si salivano i tre gradini, uno alla volta, e ad ogni gradino si faceva la triplice professione di fede: nel Padre, nel Figlio, nello Spirito Santo. E&#8217; per questo profondo significato che il battistero veniva chiamato &#8220;sepolcro e madre&#8221;: sepolcro, perché lì si era stati sepolti con Cristo nella sua morte; madre, perché lì si era risorti con Cristo nella sua risurrezione. Si diventa cristiani non per nascita, ma per rinascita.</p>
<p><i>3. </i>E&#8217; quanto state per ricevere voi, carissimi catecumeni. Ma per noi che siamo già cristiani fin quasi dalla nascita, tutto questo non è già avvenuto il giorno del nostro battesimo? Cosa ci resta ancora da fare che non sia stato già compiuto? E&#8217; vero, ma in questo Anno della Fede dobbiamo ricordare che il battesimo è la porta o inizio del cammino di fede. Abbiamo ascoltato san Paolo: &#8220;Come Cristo fu risuscitato dai morti, così anche noi possiamo <i>camminare in una vita nuova</i>&#8221; (Rm 6,3-4). All&#8217;inizio del nostro cammino di fede c&#8217;è stata per noi la fede della Chiesa, ma poi man mano che siamo cresciuti c&#8217;è stata o ci doveva essere la nostra fede personale. Quanti battezzati vivono come se non lo fossero mai stati! E anche noi che ci professiamo credenti, quante volte non operiamo scelte coerenti con il nostro battesimo! Se noi, pur frequentando la chiesa, pur celebrando i sacramenti, pensiamo come pensano tutti, parliamo come parlano tutti, ci comportiamo come si comportano tutti, ci rattristiamo come quanti non hanno speranza, dove sono i segni di vita nuova &#8211; di vita bella, buona e beata &#8211; una vita ispirata e nutrita dal vangelo?</p>
<p>Fratelli e sorelle, dobbiamo morire al peccato. Cosa significa? Sant&#8217;Agostino lo esprimeva con una metafora. Dobbiamo uscire da Babilonia. Babilonia &#8211; spiegava &#8211; è la città costruita sull&#8217;amore di sé, spinto fino al disprezzo di Dio: è la città di Satana. Babilonia è la menzogna, il vivere per se stessi, per il proprio piacere, per la propria gloria, per l&#8217;affermazione, la gratificazione e la realizzazione del proprio io a danno e a spese degli altri, fino a fare il male agli altri e perfino a se stessi. A questa Babilonia spirituale allude la parola di Dio, quando dice: &#8220;Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli&#8221; (Ap 18,4). Non si tratta di uscire materialmente dalla città o di sottrarsi alla rete di solidarietà con gli uomini. Si tratta di uscire da una situazione morale malsana e nociva, per sé e per gli altri. Non è una fuga dal mondo, ma una fuga dal peccato.</p>
<p>In questa notte in ogni comunità cristiana della nostra Diocesi &#8211; come nella Chiesa madre di Roma e in tutte le Chiese del mondo &#8211; è stato acceso un fuoco. Un fuoco nella notte oscura! Attira coloro che sono perduti. Riscalda chi ha freddo. Cristo è la luce del mondo, lui che ha detto: &#8220;Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso&#8221; (Lc 12,49). Lo stesso Cristo ha detto: &#8220;Il Figlio dell&#8217;uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?&#8221; (Lc 18,8). La troverà nelle nostre terre, di antichissima evangelizzazione?</p>
<p>Il nuovo Papa Francesco ha raccolto il testimone della nuova evangelizzazione da Benedetto XVI. I suoi gesti e le sue parole vanno riscontrando una simpatia e un entusiasmo che lasciano ben sperare. Purché, noi figli della Chiesa, ci decidiamo a rimettere mano a una radicale inversione ad U della direzione del nostro cammino, e non ci limitiamo a dire: W il Papa!</p>
<p><i>Rimini, Basilica Cattedrale, 30 marzo 2013</i></p>
<p align="right"><b><i>+ Francesco Lambiasi</i></b></p>
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		<title>Il Crocifisso nei crocifissi in carne ed ossa</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Mar 2013 16:11:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 6.0pt;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Bookman Old Style','serif'; mso-bidi-font-family: Calibri;"><em>“Ne usci sangue e acqua”</em></span></p>
<p>C’è un dettaglio nel racconto della passione secondo Giovanni, un particolare che a prima vista ci potrebbe apparire irrilevante, ma sul quale l’evangelista sembra fare di tutto per attirare la nostra attenzione.</p>
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<p style="text-align: left;" align="center"><i>&#8220;Ne uscì sangue ed acqua&#8221;</i></p>
<p>         C&#8217;è un dettaglio nel racconto della passione secondo Giovanni, un particolare che a prima vista ci potrebbe apparire irrilevante, ma sul quale l&#8217;evangelista sembra fare di tutto per attirare la nostra attenzione. E&#8217; il particolare della fuoriuscita dal fianco del Crocifisso di un fiotto di sangue ed acqua. Per esprimere il fatto, a Giovanni basta un versetto: &#8220;Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue ed acqua&#8221;. L&#8217;evangelista insiste molto su questo fatto: non spiega il simbolismo del sangue e dell&#8217;acqua, ma ne fa oggetto di una testimonianza solenne: &#8220;Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate&#8221;. Ancora una volta l&#8217;evangelista Giovanni non si ferma al nudo dato di cronaca, ma lo interpreta come una freccia direzionale che indica di andare oltre, per coglierne il senso profondo.</p>
<p><i>1.</i> Alla radice del brano c&#8217;è l&#8217;evocazione storica della prassi di eutanasia che i soldati applicavano ai crocifissi: spezzando gli arti inferiori, si accelerava il soffocamento e la fine del disgraziato. Su Gesù, già spirato, i soldati romani infieriscono con questa specie di brutale constatazione di decesso. L&#8217;acqua e il sangue del pericardio &#8211; o forse, secondo la tradizione popolare i due composti fondamentali dell&#8217;organismo umano, sangue ed acqua &#8211; assurgono ora a simbolo. E Giovanni ne spiega il valore religioso attraverso due citazioni bibliche. La prima è un ovvio riferimento all&#8217;agnello pasquale, le cui ossa dovevano restare intatte (Esodo 12,10). Giovanni vede in questo fatto di &#8216;cronaca&#8217; un significato più profondo. Gesù, morto alla vigilia di Pasqua, è il vero agnello pasquale, che ora è al centro della Pasqua cristiana.</p>
<p>La citazione successiva è desunta dal libro del profeta Zaccaria e non si ferma alle poche parole citate, ma vuole alludere a una pagina intera, secondo la tecnica di citazione orientale. In quella pagina (Zc 12,10-13,1) tutto il popolo d&#8217;Israele si converte contemplando un uomo sacrificatosi per gli altri. Ma si aggiunge anche l&#8217;evocazione dell&#8217;acqua che sgorgava dal lato del tempio e che si irradiava idealmente per tutto il deserto di Giuda fecondandolo. L&#8217;evangelista vede quest&#8217;acqua fecondatrice presente ora proprio nell&#8217;acqua del costato di Cristo.</p>
<p>Questa parola di Zaccaria spinge ad andare più in profondità. Un primo grado di questo processo di penetrazione lo troviamo nella Prima Lettera di Giovanni, che riprende con vigore il discorso dell&#8217;acqua e del sangue usciti dal costato di Gesù: &#8220;Egli è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l&#8217;acqua soltanto, ma con l&#8217;acqua e il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è verità. Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l&#8217;acqua e il sangue, e questi tre sono concordi&#8221; (5,6ss). Ma che cosa simboleggia il sangue e cosa l&#8217;acqua? Il sangue indica la vita quando circola nel corpo, e quando è versato è segno di morte. Questo sangue effuso indica tutta la vita del Figlio, che sia in vita che in morte è stata tutta offerta al Padre, per la salvezza dei fratelli, fino al dono di sé sulla croce. In questo sangue donato e versato è racchiuso il mistero di Gesù, fino alla &#8216;ora&#8217; suprema, in cui tutto è compiuto: il Figlio ha amato il Padre e i fratelli  oltre ogni limite, oltre la morte. L&#8217;acqua è il simbolo di quello Spirito, di cui Gesù stesso aveva parlato &#8220;nell&#8217;ultimo giorno, il grande giorno della festa (delle tende), quando Gesù, ritto in piedi, gridò: Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva&#8221;. Commenta l&#8217;evangelista Giovanni: &#8220;Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato&#8221; (7,37-39).</p>
<p>Ma dobbiamo spingerci ancora oltre. In una delle sue <i>Catechesi</i>, san Giovanni Crisostomo, spiegava così il passo della trasfissione del costato: &#8220;Carissimo, non passare troppo facilmente sopra a questo mistero: ho detto che quell&#8217;acqua e quel sangue sono simbolo l&#8217;una del battesimo, l&#8217;altro dell&#8217;eucaristia. Ora la Chiesa è nata da questi due sacramenti, da questo bagno di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo per mezzo del battesimo e dell&#8217;eucaristia. E i simboli del battesimo e dell&#8217;eucaristia sono usciti dal costato. Quindi è dal suo costato che Cristo ha formato la Chiesa, come dal costato di Adamo fu formata Eva&#8221; (<i>Catech</i>. 3,13-19). Come dal fianco di Adamo addormentato esce Eva, così dal fianco del &#8216;nuovo Adamo&#8217; addormentato nasce la sposa. L&#8217;umanità nuova, che risponde all&#8217;amore con l&#8217;amore, nasce dalla ferita d&#8217;amore di un Dio trafitto.</p>
<p>Ecco i tre grandi doni che ci vengono dalla croce di Gesù: lo Spirito Santo, la Chiesa, la vita sacramentale. E&#8217; per questo che noi tra poco saremo invitati a venerare la Croce. In passato la devozione della dei cristiani verso la Croce si esprimeva in pratiche penitenziali &#8211; pensiamo alla Via Crucis, in meditazione della passione del Signore. Tutto questo è giusto e salutare, e faremo bene a non trascurarlo in nome, magari di una pietà che si ritiene più &#8216;illuminata&#8217;.</p>
<p><i>2. </i>Ma c&#8217;è da fare un grosso passo avanti. Il Crocifisso sul quale noi appuntiamo lo sguardo non esiste più in verità. Quello della Croce fu un evento della vita di Gesù, un atto che è accaduto nel tempo, quindi finito con la morte. Ma ora Cristo &#8216;esiste&#8217; nella gloria, come Crocifisso-Risorto. Lo fece capire l&#8217;angelo alle donne, il giorno di Pasqua: &#8220;So che cercate Gesù Nazareno, il crocifisso; ebbene, non c&#8217;è più, è risorto&#8221; (Mc 16,6). Quello che noi incontriamo oggi nella celebrazione della passione del Signore, nella comunione eucaristica, è il Cristo Signore.</p>
<p>Ma questa celebrazione non può rimanere chiusa in se stessa. Perché Gesù &#8211; e qui sta il vero mistero &#8211; è ancora tra noi crocifisso. E ci resterà per sempre; ci sarà sempre un crocifisso, cioè un essere che soffre sulla croce, fino alla fine del mondo. Chi è e dov&#8217;è, perché noi possiamo andare ad abbracciarlo e quasi a schiodarlo dalla croce? E&#8217; Gesù stesso, ma nei suoi poveri, nelle sue membra sofferenti, abbandonate, oppresse. Questo è oggi, il crocifisso che esiste attualmente: è il Cristo totale, Capo e corpo, e se il Capo è già risorto ed è &#8220;nella gloria del Padre&#8221;, il corpo, invece, è ancora sulla croce.</p>
<p>In uno scritto anonimo tra i più antichi del cristianesimo &#8211; del II secolo &#8211; si legge: &#8220;Noi dobbiamo vegliare, fratelli, perché Lui è in prigione per noi anche in questo momento; è nelle tombe, nei ceppi, nelle carceri, tra le offese e sotto processo; in breve è in tutti noi &#8211; ci si riferiva ai martiri del tempo delle persecuzioni ancora in corso &#8211; perché con quelli che soffrono, soffre anche Lui&#8221; (<i>Atti di Giovanni</i>).</p>
<p>Allora, come si esprimerà la nostra devozione alla Croce? Certo, con il bacio dell&#8217;adorazione, che però non è semplicemente un gesto devoto, ma l&#8217;incontro con colui che ci ha amati fino alla fine. Ancora di più si esprimerà con la comunione eucaristica. Ma allora dobbiamo tenere presenti le parole molto forti di s. Agostino, il quale immagina un dialogo tra Gesù e un cristiano, pieno di venerazione per Cristo: lo esalta, lo bacia, adorna il suo altare, ma non si accorge dei fratelli che ha intorno a sé, non fa nulla per essi, anzi contribuisce a farli soffrire. A quel cristiano, un cristiano che potrebbe essere ognuno di noi, Gesù dice: &#8220;Che fai? Tu ti dai da fare per baciarmi il capo e non ti accorgi che mi stai calpestando i piedi con scarpe chiodate&#8221;. I piedi di Gesù Cristo sono le membra sofferenti del suo corpo mistico, i suoi fratelli poveri, malati, emarginati, perseguitati, dei quali un giorno dirà: &#8220;Tutto quello che avete fatto a questi miei fratelli, lo avete fatto a me&#8221;, sia in bene che in male.</p>
<p>Con quale coerenza noi cristiani rivendichiamo la presenza del crocifisso nelle scuole, se poi non lo riconosciamo, non lo abbracciamo, non lo soccorriamo nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli crocifissi, disseminati lungo i sentieri della vita? Quale testimonianza diamo a quanti vengono a visitarci in casa, se vedono che noi abbiamo appeso a qualche parete un crocifisso di legno o di plastica, ma poi non sappiamo riconoscere il Cristo crocifisso nei tanti crocifissi in carne ed ossa che ci sono attorno noi?</p>
<p>Rimini, Basilica Cattedrale, 29 marzo 2013</p>
<p align="right"><b><i>+ Francesco Lambiasi</i></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La verità di Gesù: donare la vita</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 20:36:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p align="CENTER"><i>Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa "in cena Domini"</i></p>
<p>E' giunta l'ora. Che cosa fa uno di noi quando sta per scoccare l'ora della propria fine? Fa testamento: si fa portare carta e penna e scrive le sue ultime volontà. E Gesù?</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><i>Omelia tenuta dal Vescovo nella Messa &#8220;in cena Domini&#8221;</i></p>
<p>E&#8217; giunta l&#8217;ora. Che cosa fa uno di noi quando sta per scoccare l&#8217;ora della propria fine? Fa testamento: si fa portare carta e penna e scrive le sue ultime volontà. E Gesù? Si arma di brocca e catino, prende un asciugamano, se lo cinge alla vita e si mette a lavare i piedi dei discepoli. L&#8217;evangelista Giovanni è l&#8217;unico a stendere -e lo fa quasi alla moviola &#8211; il racconto della lavanda dei piedi. E&#8217; anche l&#8217;unico a dedicare ben cinque capitoli alle poche ore passate al cenacolo da Gesù e compagni. E in tutti quei lunghi capitoli &#8211; ecco ancora un&#8217;altra originalità &#8211; è l&#8217;unico dei quattro evangelisti a non spendere neppure mezza riga per raccontare il gesto di Gesù che spezza il pane e lo condivide con i commensali, distribuisce tra loro la coppa di vino rosso e istituisce l&#8217;eucaristia. Perché questa singolarità? Non risulta sproporzionata tanta attenzione all&#8217;umile gesto della lavanda dei piedi?</p>
<p><i>1. </i>Come abbiamo visto, al termine della lavanda, Gesù stesso si preoccupa di spiegare quel gesto così insolito, compiuto per giunta in un modo del tutto insolito: in genere era collocato <i>prima</i> della cena, mentre Gesù lo compie <i>durante</i> la cena. E per farlo usa il termine &#8216;esempio&#8217;: &#8220;Vi ho dato un <i>esempio</i>, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi&#8221;. Dunque si tratterebbe di un modello da imitare? Certamente sì, e Gesù stesso lo dice. E&#8217; da notare però cheil vocabolo greco soggiacente &#8211; <i>ypodeigma </i>- certamente significa esempio e modello, ma può significare anche dimostrazione e rivelazione. Con il suo gesto Gesù vuole proporre ai suoi discepoli stupiti molto di più che un insegnamento morale o presentare un imperativo etico. Il Maestro intende rivelare e rendere trasparente la logica &#8211; di amore, di gratuità, di servizio &#8211; che ha ispirato tutta la sua vicenda. Insomma la lavanda dei piedi è una vera e propria teofania: Gesù, ci svela il Padre, ma prima di rivelarci cosa e come dobbiamo fare noi, ci rivela come è fatto Dio. Dio è fatto così: è amore che si dona a fondo perduto. Tutte le religioni dicono che se Dio dovesse presentarsi in forma umana, dovremmo essere noi a lavargli i piedi. Solo il vangelo ci fa vedere il Figlio di Dio che si mette a lavare, lui, i piedi ai suoi. Il pensiero va all&#8217;inno a Cristo servo che circolava nelle primitive comunità cristiane, e che Paolo incastona nella sua Lettera ai Filippesi: Cristo Gesù &#8220;pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l&#8217;essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall&#8217;aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce&#8221; (Fil 2,6-8).</p>
<p><i>2. </i>Ecco dove sta la radice del nostro peccato: sta in un modo falso di pensare Dio. Siamo figli di Adamo: abbiamo creduto anche noi alla parola del serpente, che ci ha dipinto Dio come nostro nemico e antagonista, come geloso della propria gloria e invidioso della nostra gioia. Lavando i piedi ai suoi fratelli e ordinandoci di imitarlo, Gesù ci restituisce alla verità su Dio. Questa: Dio è amore incondizionato, che si mette a servizio dell&#8217;uomo, fino a dare la vita per tutti noi. Dio ci ama gratis, nonostante la nostra ostilità nei suoi confronti, a prescindere dai nostri presunti meriti. Il Padre di Gesù non rivela la sua grandezza elevandosi sopra gli uomini, ma mettendosi con le mani del Figlio a lavare i piedi dei suoi figli. Gli uomini credono di farsi grandi mettendosi sopra gli altri, ma questa è una grandezza volgare: punta a servirsi degli uomini, mira a farsi servire dagli uomini, anziché servire gli uomini. Inoltre Gesù non compie il suo gesto di servizio <i>nonostante </i>la consapevolezza della sua dignità, ma proprio <i>perché </i>ne è pienamente consapevole.&#8221;Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola&#8230;&#8221;.    Ponendo la lavanda dei piedi al centro dell&#8217;ultima cena, là dove gli altri evangelisti raccontano l&#8217;istituzione dell&#8217;eucaristia, san Giovanni spiega il segno &#8211; l&#8217;eucaristia &#8211; e rivela il significato della croce. &#8220;La lavanda dei piedi anticipa l&#8217;acqua che sgorgherà dal suo fianco, il boccone dato a Giuda manifesta la comunione piena del Figlio con ogni perduto e il comando dell&#8217;amore realizza la vita nuova che il Signore è venuto a portare sulla terra&#8221; (S. Fausti).</p>
<p>Al termine della lavanda dei piedi, Gesù non si toglie il grembiule, ma si mette a sedere &#8211; diremmo noi, sale in cattedra &#8211; nell&#8217;atteggiamento del maestro e consegna il suo comandamento, che è nuovo, radicalmente nuovo: &#8220;Come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri&#8221;. Questa formulazione del comandamento dell&#8217;amore, Gesù l&#8217;aveva espressa, appena dopo la lavanda, con la formula: &#8220;Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri&#8221;. Si dà piena equivalenza tra il comandamento di lavarsi i piedi gli uni gli altri e il comandamento di amarsi gli uni gli altri.</p>
<p><i>3. </i>Ma ora dobbiamo ricostruire tutta la filiera &#8216;evento-sacramento-comandamento&#8217;. L&#8217;evento dell&#8217;ultima cena è la lavanda dei piedi; il sacramento è l&#8217;eucaristia; il comandamento è l&#8217;amore fraterno. E&#8217; lo stesso Gesù che pone quel &#8216;gesto simbolico&#8217; qual è la lavanda dei piedi. E&#8217; lo stesso Gesù che fa del pane spezzato il sacramento del suo corpo &#8211; una vita che si lascia spezzare per amore nostro &#8211; e del sangue versato fa il sacramento della sua morte. E&#8217; lo stesso Gesù che consegna ai suoi discepoli il comandamento dell&#8217;amore fraterno. Di questo amore la lavanda è come una parabola in azione e l&#8217;eucaristia il segno-strumento &#8211; il sacramento &#8211; della morte e risurrezione del Signore.</p>
<p>Il pane spezzato e offerto e il vino versato sono simboli già di per sé trasparenti e si riferiscono senza dubbio alla passione e alla croce. Ma non si limitano a predire la passione e la croce, bensì ne svelano il significato. Se vista in superficie la passione di Gesù sembra essere semplicemente il frutto della malvagità degli uomini; letta in profondità, alla luce del gesto eucaristico, mostra di essere un preciso e consapevole dono che Gesù fa di se stesso.</p>
<p>Donare la vita è la verità di Gesù. La sua morte patita per noi è stata la conclusione di una intera vita vissuta per noi. Gesù muore come ha vissuto: &#8220;per le moltitudini&#8221; (Mc 14,24). Ma non bisogna mai dimenticare che l&#8217;eucaristia è istituita fra la constatazione del tradimento di Giuda e la profezia dell&#8217;abbandono dei discepoli. Il dono di Gesù avviene nella consapevolezza dell&#8217;abbandono e del tradimento: &#8220;nella notte in cui veniva tradito&#8221;, cioè consegnato (1Cor 11,23). L&#8217;eucaristia è un dono che scaturisce dal perdono. Nello stridente contrasto tra il gesto di Gesù che si dona e il tradimento degli uomini, la Chiesa ha colto la grandezza dell&#8217;amore di Gesù, la sua insuperabile gratuità, la sua infrangibile solidità.</p>
<p>Signore Gesù, al mondo dell&#8217;egoismo e della violenza, dell&#8217;interesse e del profitto, tu opponi l&#8217;offerta di te, la disponibilità totale e gratuita della tua vita, senza difese, senza remore, senza revoche. Signore Gesù, ci hai dato l&#8217;esempio: insegnaci ad amare senza calcoli, senza pretese, senza riserve. Signore Gesù, tienici alla tua scuola: non donarci solo le dolci carezze della tua misericordia; quando combiniamo pasticci e facciamo stupidaggini, quando ci dimentichiamo dei tuoi poveri, ti autorizziamo a strapazzarci con gli scossoni del tuo sdegno severo e delle tue energiche correzioni. Signore Gesù, tu ci hai amato fino al vertice supremo dell&#8217;amore: dicci cosa significa amare. Troppo a lungo l&#8217;amore non è stato amato. Aiutaci ad amare, perché solo l&#8217;amore ravviverà in noi ciò che è spento; solo l&#8217;amore libererà in noi ciò che è incatenato; solo l&#8217;amore risusciterà in noi ciò che è morto. Resta con noi, Signore Gesù, perché si fa sera. Resta con noi fino all&#8217;ultima sera della nostra vita, quando tu verrai a prenderci, ci farai passare all&#8217;altra riva e ci dirai le parole più consolanti: &#8220;Oggi con me sarai nel paradiso&#8221;.</p>
<p>Rimini, Basilica Cattedrale, 28 marzo 2013</p>
<p align="right"><i>+ Francesco</i><i> </i><i>Lambiasi</i></p>
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		<title>Anche noi preti dobbiamo convertirci</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 08:18:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie]]></category>
		<category><![CDATA[Vescovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p align="center"><i>"Oggi non indurite i vostri cuori"</i></p>
<p>Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della Messa del Crisma<br />
<i>Oggi. </i>La primissima delle prime parole pronunciate da Gesù all'inizio della sua attività pubblica è proprio questa paroletta tra le più feriali e concrete: <i>oggi</i>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: left;" align="center">&#8220;Oggi non indurite i vostri cuori&#8221;<i></i></h4>
<p style="text-align: left;" align="center"><em>Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della Messa del Crisma</em></p>
<p><i>Oggi. </i>La primissima delle prime parole pronunciate da Gesù all&#8217;inizio della sua attività pubblica è proprio questa paroletta tra le più feriali e concrete: <i>oggi</i>. Nella scena inaugurale affrescata da san Luca e ambientata nella sinagoga di Nazaret, in giorno di sabato &#8211; un sabato ordinario, certo, che però sigla l&#8217;inizio di un tempo straordinario &#8211; dopo aver riavvolto il rotolo di Isaia, in un silenzio sospeso, folto di sguardi fissi e stupiti, quel giorno Gesù cominciò a dire: &#8220;<i>Oggi</i> si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato&#8221;. <i>Oggi</i>: l&#8217;avverbio di tempo &#8211; molto caro al terzo vangelo al punto da ricorrervi ben sette volte e ogni volta piantato lì a rimarcare eventi di salvezza &#8211; non indica semplicemente le 24 ore di quella giornata, che per altro rimane indeterminata quanto alla data precisa. Quell&#8217;<i>oggi</i> rimbalza per cinque volte, nel giro di pochi versetti, nella Lettera agli Ebrei (cfr 3,7.13.15;14,7), e sta ad indicare il giorno interminabile della salvezza inaugurata da Gesù, il tempo della grazia che tracima e si prolunga nel tempo senza tempo della nuova ed eterna alleanza. Citando il salmo (95,4) &#8211; &#8220;Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori&#8221; &#8211; la Lettera agli Ebrei ci pungola con appello perentorio: &#8220;Esortatevi a vicenda <i>ogni giorno</i>, <i>finché dura quest&#8217;oggi</i>, perché nessuno di voi si ostini, sedotto dal peccato&#8221;.</p>
<p><i>1. </i>Nell&#8217;oggi durevole del tempo che scorre sotto il cielo della grazia, la salvezza ci è offerta, ma con l&#8217;impegno di corrispondervi con la nostra <i>conversione</i>. Questo impegno &#8211; si dirà &#8211; era richiesto anche nell&#8217;Antico Testamento. Certo, ma allora era condizione imprescindibile per ottenere la salvezza; nel Nuovo Testamento invece ne è la necessaria conseguenza. In altre parole: i profeti fino a Giovanni Battista dicendo &#8220;Convertitevi!&#8221;, volevano dire: Convertitevi per essere salvi. Ma con Gesù il baricentro della storia si è spostato, e anche conversione e salvezza si sono scambiate di posto. E&#8217; solo dopo aver detto: &#8220;Il regno dei cieli è vicino&#8221;, che Gesù aggiunge: &#8220;Convertitevi e credete al vangelo&#8221;. Gesù non vuol dire: Convertitevi perché <i>siate</i> salvi, ma: perché <i>siete</i> salvi. Prima c&#8217;è il dono di Dio, poi la risposta dell&#8217;uomo, e non viceversa. La prima e fondamentale conversione è la fede.</p>
<p>Ma, allora, quando convertirsi? la risposta è: oggi. Oggi è il giorno della conversione. Infatti quello della conversione è cammino mai concluso e, insieme, strada sempre da ricominciare. Antonio il grande, patriarca di tutti i monaci, lo diceva in modo lapidario: &#8220;Ogni mattina mi dico: Oggi comincio&#8221;. E abba Poemen, il più famoso dei padri del deserto dopo Antonio, a chi in punto di morte lo lodava per aver vissuto una vita beata e virtuosa che lo metteva in condizione di presentarsi a Dio con estrema tranquillità, rispose: &#8220;Devo ancora cominciare; stavo appena iniziando a convertirmi&#8221;.</p>
<p>Ma che cosa c&#8217;è di specifico nella conversione del prete? E, prima ancora, a che cosa, anzi, meglio, <i>a chi</i> il prete è chiamato a convertirsi? Perché non ci si converte a una dottrina, a un valore, a una istituzione, a una bandiera, ma a una Persona. Un prete è chiamato a convertirsi instancabilmente alla carità pastorale, ossia alla dolce fortezza del buon Pastore, a quell&#8217;amore tenero e tenace che lo porta a dare via la propria vita &#8211; tempo, talenti, risorse &#8211; per la vita del gregge a lui affidato. Solo un prete che considera la sua più alta grandezza non quella di essere prete, ma quella di essere battezzato; solo un prete che si considera agnello appartenente come tutti i battezzati all&#8217;unico ovile di Cristo, può essere un buon pastore. Insomma, la stoffa del buon pastore è fatta della buona lana dell&#8217;agnello. Ha detto papa Francesco ai cardinali: &#8220;Quando camminiamo senza la croce, quando edifichiamo senza la croce e quando confessiamo un Cristo senza la croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani. Siamo preti, vescovi, cardinali, papi, ma non discepoli del Signore&#8221;. Potremmo aggiungere: la vera eccellenza per un vescovo non è quella di essere vescovo; la vera eminenza per un cardinale non è quella di essere cardinale. La vera eccellenza e la vera eminenza è quella di essere cristiani, e basta. Niente di più e niente di meno che poveri cristiani.</p>
<p><i>3. </i>Torniamo alla domanda sul peso specifico della conversione per un prete. Lo specifico è questo: un prete si converte <i>nel</i> ministero e <i>con</i> la gente.</p>
<p>Nell&#8217;esercizio stesso del ministero: siamo portati a pensare alla vita spirituale del presbitero come a una corsia che scorre parallela al ministero, e invece è dentro il ministero che un presbitero è chiamato a convertirsi. Parola di Concilio: l&#8217;apostolato, con tutti i &#8216;pericoli&#8217; e le &#8216;tribolazioni&#8217; che comporta, non è di &#8216;ostacolo&#8217;, ma di stimolo e di aiuto per &#8220;una maggiore santità&#8221; (LG 41). &#8220;I presbiteri sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di <i>tutto il loro ministero</i>, che esercitano in stretta comunione con il vescovo e tra di loro&#8221; (PO 12).</p>
<p>Ma dire che un prete si converte <i>nel </i>ministero ci costringe a uscire da una sorta di <i>individualismo</i> spirituale solitario ed elitario. L&#8217;individualismo è una brutta pandemia che rischia di ammorbarci tutti. L&#8217;individualismo non solo è il vizio dei &#8220;padri&#8221;, è anche il padre di molti vizi, come l&#8217;<i>attivismo</i>. Dobbiamo ricordarci a vicenda che il primo dono che i presbiteri devono fare alla Chiesa e al mondo non è l&#8217;attivismo, ma la testimonianza di una fraternità concretamente vissuta (cfr <i>CdA </i>n. 724). Perciò è più importante che io viva l&#8217;unità nel presbiterio, piuttosto che buttarmi a capofitto da solo nell&#8217;attività pastorale. Il mostro dell&#8217;individualismo si riproduce anche nel <i>paternalismo</i>: agire da solo per gli altri, anziché operare con gli altri per tutti. Così si arriva perfino a &#8220;fare da padroni sulla fede degli altri&#8221;, anziché essere &#8220;collaboratori della loro gioia&#8221; (cfr 2Cor 1,24).</p>
<p>Convertirsi nel ministero significa anche vigilare per non cadere in altre pericolose tentazioni. Penso alla tentazione del <i>borghesismo</i>, che ci porta ad ambire la vita più comoda possibile, con tutti i confort più appetibili, con tutti i mezzi più sofisticati per coltivare i nostri hobby, per toglierci gli sfizi più allettanti. Così si va in letargo: addio radicalità evangelica, addio preghiera, addio missione, addio spirito di servizio, addio apertura del cuore ai poveri. A quel punto il Signore, per svegliarci dal torpore, non può più ricorrere alle carezze; è costretto a strapazzarci con gli scossoni. Di borghesismo si può morire o, perlomeno, ci si può ammalare seriamente: vedi, ad esempio, dipendenze, manie e fobie varie. L&#8217;ordine sacro non ci rende immuni da questi rischi letali.</p>
<p>Convertirsi nel ministero significa esercitarsi per non cadere nella ricerca del successo a tutti i costi, in tutti i casi, con tutti i mezzi. Non pensiamo solo all&#8217;idolo del <i>carrierismo</i>, che ci porta a valutare un incarico o una missione in termini di promozione o retrocessione, di sorpasso o retromarcia. Pensiamo anche alle varie forme di <i>protagonismo</i>, quella smania che insegue spasmodicamente la ricerca del successo pastorale e ingrandisce la portata dei dati quantitativi e più appariscenti: i numeri, gli applausi, il clima da stadio, il rimbalzo sui media. Ma pensiamo pure alle gratificazioni più semplici e interiori, come l&#8217;affetto e la stima della gente, la constatazione di buoni frutti nati nel proprio campo, come ad esempio vocazioni, conversioni, nascita di gruppi di preghiera e altro ancora. Qui il rischio è più sottile, ma non meno insidioso: quello di confondere l&#8217;efficacia con l&#8217;efficienza, l&#8217;importante con l&#8217;urgente, i mezzi o i frutti con il fine, Dio con le opere di Dio. Allora si rischia di cadere nel culto morboso della propria immagine, nell&#8217;ansia da prestazione, nello stress da pastorale. Così si finisce non per &#8216;ardere&#8217;, ma per &#8216;bruciarsi&#8217;.</p>
<p>Convertirsi nel ministero vuol dire guardarsi anche dalla tentazione del <i>fatalismo</i>. Come quando si dice o si pensa: Ma qui non c&#8217;è più niente da fare. Oppure: Io sono fatto così. O ancora: Ormai la gente non ci dà più retta. E in questo modo ci si autoesonera da ogni proposito e impegno di conversione. Alla fine il cuore si indurisce, non udiamo più la &#8216;sua&#8217; voce, e non &#8220;manteniamo più salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall&#8217;inizio&#8221; (Ebr 3,14).</p>
<p>L&#8217;unica terapia efficace per queste inquietanti patologie è quella di &#8220;tenere fisso lo sguardo su Gesù crocifisso, che ha dato origine alla (nostra) fede e la porta a compimento&#8221; (Ebr 12,2). E&#8217; Gesù in croce che ci permette di vincere il dubbio, da cui spesso siamo sfiorati: quello per cui pensiamo che sarebbe meglio avere a che fare con un Dio che agisse secondo criteri retributivi. Accetteremmo di buon grado una sua punizione &#8211; magari non eccessiva &#8211; pur di avere il diritto di dire che &#8220;abbiamo pareggiato il conto&#8221;, &#8220;abbiamo saldato il debito&#8221;, e quindi non gli dobbiamo più nulla. Non è così: la croce ci ricorda che è stato Gesù ad &#8220;annullare il documento scritto contro di noi, inchiodandolo alla croce&#8221; (Col 2,14). Ci dobbiamo convertire a un Dio che è &#8216;implacabilmente&#8217; misericordioso e che non rinuncia mai alla sua prerogativa di essere Padre di tenerezza e di viscerale misericordia.</p>
<p><i>4. </i>L&#8217;11 novembre 1215, il papa Innocenzo III aprì il concilio ecumenico Lateranense IV, tenendo un memorabile discorso. Partì dalle parole di Gesù, che mettendosi a tavola prima di morire, disse: &#8220;Ho ardentemente desiderato fare questa Pasqua con voi&#8221; (cfr Lc 22,15). Pasqua &#8211; spiegò il papa &#8211; significa passaggio. Innocenzo, che aveva indetto il concilio per rispondere all&#8217;urgente bisogno che aveva la Chiesa di riforma &#8211; una riforma innanzitutto morale, <i>in capite et in membris </i>- insisteva nel suo discorso in particolare sul passaggio spirituale &#8211; dal peccato alla santità &#8211; e sulla riforma dei costumi, specialmente del clero, che non era certamente più santo di noi, preti di oggi: vedi orribili delitti di concubinato, simonia e altri ancora. Anzi, Il papa diceva di voler passare lui stesso attraverso tutta la Chiesa, come l&#8217;uomo vestito di lino con una borsa di scriba al fianco, di cui parla il profeta Ezechiele (cfr 9,1ss), per segnare il <i>Tau </i>penitenziale sulla fronte degli uomini che, come lui, piangevano e si affliggevano per gli abomini che si commettevano fuori e dentro la Chiesa.</p>
<p>Secondo la tradizione, confuso tra la folla, nella basilica del Laterano c&#8217;era un poverello: era Francesco d&#8217;Assisi. Sta di fatto che Francesco raccolse l&#8217;ardente desiderio del papa e lo fece suo. Ritornando tra i suoi, da quel giorno cominciò a predicare, ancora più intensamente di prima, la penitenza e la conversione, e cominciò a segnare un <i>Tau </i>sulla fronte di coloro che si convertivano sinceramente a Cristo. Fu questa la &#8216;crociata&#8217; che Francesco scelse per sé: segnare la croce non sulle vesti o sulle armi, per combattere gli &#8216;infedeli&#8217;, ma segnarla nel cuore, suo e dei fratelli, per eliminare l&#8217;infedeltà del popolo di Dio. Volle essere un umile strumento a servizio della Chiesa e dei suoi pastori, per realizzare il rinnovamento voluto dal concilio ecumenico del suo tempo.</p>
<p>Da qualche giorno, a quasi otto secoli esatti da quel concilio, il Signore ci ha mandato un papa che ha scelto il nome di Francesco come nome di missione: quella di riprendere la riforma della Chiesa, voluta dal concilio ecumenico Vaticano II. Tutti abbiamo accolto il nuovo vescovo di Roma con entusiasmo. Ma aiutiamoci ed aiutiamo i nostri fedeli a ricordare che l&#8217;entusiasmo non coincide con la conversione. Sosteniamo Papa Francesco con la nostra personale conversione e con la riforma della nostra vita. E con la gioia di essere preti.</p>
<p>Perché abbiamo bisogno di preti più contenti. Tutti. A cominciare proprio da noi preti.</p>
<p><i>Rimini, Basilica Cattedrale, 27 marzo 2013</i></p>
<p align="right"><b><i>+ Francesco Lambiasi</i></b></p>
<p>&nbsp;</p>
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