Menu di servizio


Navigazione


Lasciarsi fare dono

2013ott29

Diaconato: il carisma di servire donandosi
Omelia tenuta dal Vescovo per l’ordinazione diaconale di Gino Gessaroli, Ugo Moncada e Francesco Fronzoni

Non si riscontra il benché minimo accenno al diaconato, nella seconda lettura di questa liturgia, anche se vi si parla di diakonia (servizio: v. 12). E’ forse questo sottile riferimento al dono-ministero che state per ricevere il motivo per cui voi, carissimi Gino, Ugo, Francesco, l’avete scelta come lettura specifica per la vostra ordinazione diaconale? Sta di fatto che questo brano, tratto dalla Lettera agli Efesini (4,1-7.9-11), ricorre tra le letture possibili per il rito di ordinazione sia del vescovo sia dei presbiteri che dei diaconi. In effetti, in questo grappolo di versetti, ci si offre il vocabolario di base della vocazione in generale. Ed è proprio la parola vocazione che vi ritorna per ben due volte nel giro di appena poche righe, anche se il soggiacente vocabolo greco viene reso in italiano, una prima volta, con il sinonimo chiamata (v. 1: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto”) e un’altra volta viene tradotto testualmente con il termine vocazione: “Una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione” (v. 4). Nel frammento paolino, che ci è stato proclamato, ritroviamo anche il vocabolo grazia e la parola dono: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo” (v.7).

1. Una parola da evidenziare: “dono”
    A questo punto, mi rendo conto, fratelli e sorelle che avviare una omelia, ricorrendo a una schematica tabella statistica, può, forse, risultare un abbrivio piuttosto puntiglioso e pedante, ma spero sia più che sufficiente a dimostrare che – tra sinonimi, verbi e sostantivi della stessa radice – è proprio la parola dono ad essere la più utilizzata nel brano paolino, sul quale vorrei attirare la vostra attenzione. La conferma ce l’abbiamo nell’affermazione, che ricorre verso la conclusione dello stesso brano e che riporto integralmente: “Egli (Cristo) ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri”. In questa lista, una cosa sorprende, a primo colpo, ed è che, come doni, distribuiti da Cristo alla Chiesa, non si elencano le diverse grazie o carismi che vengono concessi a ciascuno, per l’utilità comune, come l’insegnamento, la profezia, l’esortazione (cfr Rm 12,6s), ma si fa riferimento a delle persone: apostoli, profeti, evangelizzatori, pastori, maestri, come se ognuno di questi, nella sua interezza, coincidesse pienamente con il proprio compito, e perciò fosse lui, appunto in persona, dono della grazia fatto alla comunità. Infatti, letteralmente si dovrebbe tradurre: “Egli (Cristo) ha donato alcuni (come) apostoli, altri come profeti ecc.”. Questi fratelli, dunque, sono, in prima linea, i “doni” del Cristo risorto e glorificato, ma essi sono tali appunto per “rendere idonei (tutti gli altri) fratelli a compiere il (loro) ministero (o servizio)”.
    Come dicevo, l’elenco dei ministeri qui proposto è esemplificativo, non esaustivo, ma l’uso liturgico della pericope – come avviene nel corso di questa ordinazione – ne autorizza una interpretazione estensiva anche ad altri ministeri, ad esempio, i diaconi e – come già accennato – anche i presbiteri e i vescovi, i quali, per l’imposizione delle mani, divengono nella Chiesa persone-dono. Pertanto possiamo dire in breve così: il diacono è una persona-dono, ossia è quel dono fatto dallo Spirito del Risorto alla Chiesa, al fine di preparare, per la sua parte, i fratelli a compiere il ministero-diakonia, allo scopo di “edificare il corpo di Cristo” (v. 12) in ordinata, convergente sinergia con gli altri carismi-ministeri
    Permettetemi perciò di evidenziare quasi “a pennarello” e di riflettere con voi su questa semplicissima, ma densissima parola: dono.

2. “Cosa” c’è o “chi” c’è dietro ai fratelli-dono?
    Domandiamoci: nell’economia della salvezza, cosa c’è dietro alle persone-dono? La domanda è mal posta. Si dovrebbe formulare così: chi c’è dietro alle persone-dono, nella visione della fede cristiana? Infatti il primo dono, il dono dei doni, non è una cosa, ma una persona. E’ addirittura lo Spirito Santo. Innumerevoli sono i passi del Nuovo Testamento in cui lo Spirito Santo è presentato, più o meno esplicitamente, come il dono di Dio. Ricordiamo almeno il passo degli Atti degli Apostoli: “Convertitevi (…). Dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2,38). L’espressione “dono dello Spirito Santo” significa sia il dono che viene dallo Spirito Santo, il quale perciò ne è il donatore, sia il dono che è lo Spirito Santo. Infatti, scrive s. Agostino, “Egli è donato come dono di Dio, in modo tale che è anche lui, in quanto Dio, a darsi” (Trin XV,19,36). In altre parole, lo Spirito Santo è insieme sia il donatore che il donato che il donarsi di Dio. Per sant’Agostino, il nome dono, riferito al Paraclito, non è uno dei tanti titoli che si possono attribuire allo stesso, ma è il suo nome proprio, in quanto sia l’appellativo “Spirito” che l’appellativo “Santo” si possono assegnare anche al Padre e al Figlio, perché anche il Padre come il Figlio è sia “Spirito” che “Santo”. Ma solo dello Spirito Santo, si può dire che è il dono di Dio in persona, è la Persona-dono. Lo Spirito Santo non ci reca solo il dono di Dio, ma anche il donarsi di Dio. Scriveva Giovanni Paolo II:

“Si può dire che nello Spirito Santo la vita intima di Dio uno e trino si fa tutta dono, scambio di reciproco amore tra le divine Persone, e che per lo Spirito Santo Dio ‘esiste’ a modo di dono. E’ lo Spirito Santo l’espressione personale di un tale donarsi, di questo essere amore. E’ Persona-amore. E’ Persona-dono” (DeV 10).

    In quanto Persona-dono, è lo Spirito Santo che, a sua volta, fa di noi delle persone-dono, perché infonde in noi la capacità, il bisogno, il desiderio ardente di donarci. Nel rito di ordinazione, il diacono viene così identificato:

“Fortificato dal dono dello Spirito Santo, egli sarà di aiuto al vescovo e al suo presbiterio nel     ministero della parola, dell’altare e della carità, mettendosi al servizio di tutti i fratelli”.

3. Grazie allo Spirito Santo, fare dono di sé
    Se lo Spirito è colui che effonde e prolunga, per così dire, nella storia l’atto di donarsi proprio di Dio, ne consegue che egli è colui che solo può abitare e abilitare un povero cristiano, ordinato ministro della Chiesa – nel nostro caso, un diacono – a fare della propria vita un dono e una “offerta viva”.
    Ma se ci guardiamo intorno, cosa succede oggi, nella cultura che respiriamo? A prima vista, la nostra si presenta come una società dei doni. Il linguaggio politico e quello commerciale si sbracciano in assicurazioni del tipo: Stiamo lavorando per voi. Permetteteci di servirvi. Siamo a vostra disposizione, e simili. Tutti vogliono donarci qualcosa: chi la bellezza, mediante un magico cosmetico (da acquistare, ovviamente, a peso d’oro), chi una nuova giovinezza, grazie a una miracolosa crema antirughe (anch’essa costosissima). Poi c’è chi offre cinque minuti in più di telefonate, ma previo ascolto di una serie di messaggi pubblicitari, naturalmente. E c’è pure chi si offre per scarrozzarci per mezza Italia, se siamo pronti a sorbirci la presentazione di tutta una batteria di articoli da cucina. Siamo ingolfati fino al collo nella logica del “pagato”, del “dovuto”, del “meritato”, del “conquistato”, magari in un gioco d’azzardo o in una lotteria. Viene da chiedersi: è dunque morta la gratuità?
    Perché nasca una “società del gratuito”, noi credenti siamo esortati dall’Apostolo a “comportarci in maniera degna della chiamata che abbiamo ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità”, tutte virtù e atteggiamenti che fanno rima con gratuità. Voi diaconi, i fratelli presbiteri, io vescovo, siamo tutti impegnati a farci-dono, a vivere come persone-dono. Alla sera della vita, ci resterà in mano non ciò che avremo avaramente trattenuto, ma ciò che avremo generosamente donato, e che verrà convertito in qualcosa di eterno. Un brano di Tagore presenta un mendicante che narra la sua storia:

“Ero andato mendicando di uscio in uscio, lungo il sentiero del villaggio, quando apparve in     lontananza un cocchio d’oro. Era il cocchio del figlio del re. Pensai: ‘E’ l’occasione della mia vita’. Sedetti spalancando la bisaccia e aspettando che l’elemosina mi venisse data, senza che neppure la dovessi chiedere, anzi che le ricchezze piovessero in terra attorno a me. Ma quale non fu la mia sorpresa quando, giunto vicino, il cocchio si fermò, il figlio del re discese e, stendendo la mano destra mi disse: ‘Che cos’hai da donarmi?’. Quale gesto regale non fu mai quello di stendere la mano a un mendicante! Confuso ed esitante, presi dalla bisaccia un chicco di riso, uno solo, il più piccolo, e glielo porsi. Ma che tristezza a sera, quando, frugando nella mia bisaccia, trovai un piccolo chicco d’oro, uno solo. Piansi amaramente di non aver avuto il coraggio di fargli il dono di tutto”.

    Questo è il nostro augurio per voi, carissimi: che anche quando diventerete preti, non dimentichiate mai che il presbiterato non cancella il diaconato, ma quella futura effusione dello Spirito, la Persona-dono, vi “caratterizzerà” come pastori, ossia come persone-dono, come esistenze regalate “a fondo perduto” alla Chiesa, per vivere la carità pastorale verso quanti vi saranno affidati. Sarete pastori-servi, se già fin d’ora sarete diaconi-servi, ossia servi-servi. Non ripiegatevi mai su di voi, non chiudetevi mai in voi stessi, ma apritevi al soffio dello Spirito e lasciatevi fare-dono gratuito per tutti. Se questo non avvenisse, il carisma che vi viene conferito per l’imposizione delle mie mani sarebbe miseramente frustrato e distorto. L’amore gratuito, che viene riversato nei vostri cuori, risulterebbe fatalmente deformato: non più dono ma possesso, non più servizio ma potere, non più grazia gratis data, ma privilegio immaginario orgogliosamente presunto, e merito illusorio puntigliosamente rivendicato. Che tristezza se, alla sera della vita, dovessimo riconoscere, desolati, che il piccolo cesto dei supposti buoni frutti che siamo riusciti a raggranellare nella vita era stato aggredito e irrimediabilmente danneggiato dall’occulto “baco del millennio”: l’indomabile pretesa dell’orgogliosa, narcisista autoreferenzialità del fariseo, quella di accreditarci giusti e sufficienti davanti a Dio.
    Che questo non vi avvenga mai, carissimi! Che vi resti per sempre cicatrizzata nel cuore la parola di Gesù: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Rimini, Basilica Cattedrale, 27 ottobre 2013

+ Francesco Lambiasi

(29 ottobre 2013)