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Il Signore ‘tutto-cuore’

2013giu11

Omelia tenuta dal Vescovo nella professione religiosa di Suor Laura Pagliani, monaca clarissa

Braccio robusto, cuore ardente, grembo facile alla compassione: è l’identikit di Dio nell’Antico Testamento. Ricordiamo cosa è scritto nella Bibbia, in quella sorta di ‘biglietto da visita’ presentato da JHWH – benedetto il suo santo Nome! – quando per la prima volta si tolse il tallit (velo) davanti a Mosè, si svelò e ri-velò a lui, sbigottito e audace, in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido: conosco le sue sofferenze”.

1. Onnipotenza a servizio della Misericordia

Onnipotente e misericordioso, roccioso e tenero, fortissimo e dolcissimo, il Signore Dio ha dato origine ai cieli, alla terra e al mare, per effondere il suo amore su tutte le creature e farle squillare di gioia con gli splendori della sua luce.

Ma per Dio il minuscolo pianeta chiamato terra vale più dei miliardi di miliardi di stelle che navigano nella Via Lattea. E quegli esseri microscopici – di nome uomini – i quali trascinano la loro esistenza sulla crosta terrestre e che, guardati dall’alto del suo trono, appaiono più piccoli dei più piccoli granellini della sabbia del mare, sono in realtà più importanti di tutti i miliardi di miliardi di galassie che volteggiano nella sconfinata immensità dell’universo. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non sacrificherebbe mai un cuore umano per conservare in efficienza la nebulosa Sirio o Andromeda. Il Dio di Mosè, di Elia e di tutti i profeti è il Pastore che “viene con potenza”, ma “porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri” (Is 40,10s).

Ancora una volta in Dio sovrana onnipotenza non coincide con neutra, gelida indifferenza. Tutt’altro: nel suo essere e nel suo agire, fortezza fa rima con tenerezza, potenza con benevolenza. Ma c’è di più: a questo Signore infinitamente grande e infinitamente buono stanno a cuore soprattutto i suoi figli più poveri e sofferenti.

Canta un salmo, con toni struggenti: “Le mie lacrime nell’otre tuo raccogli”. Il versetto lascia trasparire una immagine scintillante. Le lacrime degli umani sono per Dio una realtà preziosa come l’acqua e il latte, sostanze vitali che il beduino conserva nell’otre mentre marcia nel deserto. Dio non lascia cadere nel vuoto il dolore dei suoi figli, raccoglie le gocce del loro pianto, quasi come perle pregiate in un pregevole scrigno.
Ma dovevamo aspettare Gesù per capire dal vivo come è fatto il cuore di Dio.

Nel suo volto noi intercettiamo il volto del Padre, poiché “chi vede lui, in lui vede il Padre” (cfr Gv 14,9). Ai peccatori, che si vedevano esclusi dal regno di Dio dalla grettezza dei farisei, Gesù proclama il vangelo della misericordia infinita, in linea con le promesse dei profeti. Per Gesù, coloro che rallegrano il cuore di Dio non sono gli uomini che si credono giusti, ma i peccatori pentiti, paragonabili alla pecora o alla dramma perdute e ritrovate, o al figlio morto e risuscitato.

Del volto di questo Gesù l’evangelista Luca – “scrittore della misericordia di Cristo” (Dante) – ci ha voluto dipingere i tratti più marcati. Come nella pagina evangelica appena proclamata.

2. Fu preso da grande compassione

Affacciamoci ora sulla piccola città di Nain. Due cortei gremiti di persone si incrociano alla porta del paese: in entrata, una sorta di scuola ambulante, con un maestro, Gesù, con i suoi discepoli e una grande folla. In uscita, un corteo funebre, con una madre, una bara, molta gente. Il caso è particolarmente drammatico. Il morto è un giovane, “figlio unico di una madre vedova”.

A Gesù non sfugge mai nulla, ma tra l’enorme calca fissa unicamente quella donna in pianto, e l’evangelista descrive la sua reazione con due sole parole, nell’originale greco: “Il Signore fu preso da grande compassione”.

Da notare due particolari: Gesù è qui chiamato per la prima volta Signore. E’ tale perché autore della vita, vincitore della morte. E’ onnipotente e misericordioso, ma in questo binomio l’onnipotenza è a servizio della misericordia. Inoltre è per la prima volta – altro particolare – che di Gesù ci viene detto che “si impietosì molto” (gr. esplanchniste). Si potrebbe tradurre: avvertì una fitta al grembo, in quanto il verbo fa riferimento all’amore materno e all’organo della gestazione. Si tratta di un sentimento coinvolto e partecipe, umanissimo.

Sta ad indicare l’amore appassionato di Gesù per quanti soffrono e piangono. Gesù si lascia percuotere dal dolore della madre, prescindendo da ogni valutazione di merito. Le dice: “Non piangere!”, non perché voglia minimizzare la tragedia della morte, ma perché intende annunciarne l’irreparabile sconfitta.

Il dono della risurrezione che segue non è né sperato, né chiesto, né atteso. L’intervento del profeta di Nazaret è del tutto gratuito: è Gesù stesso che, impietositosi, prende l’iniziativa, come se non potesse ‘sopportare’ la sofferenza atroce di quella madre che gli ricorda la madre sua, lasciata probabilmente nella stessa condizione vedovile.

Rispetto ad Elia che si distende per tre volte sul bambino morto cercando di riscaldarne il corpo, per farvi ritornare l’anima e invoca ripetutamente Dio, Gesù invece si accosta alla bara, la tocca e ordina perentoriamente al morto di alzarsi. Non manifesta alcuna esitazione nel compiere il miracolo, né si rivolge a Dio: è certo di poter disporre della potenza divina.

A Gesù basta la forza della voce perché il giovanetto a sua volta ricominci a parlare, cioè ristabilisca le relazioni interrotte.
Ecco cosa ha fatto Gesù: si è lasciato ferire il cuore dalla scena di straziante dolore di quel tragico funerale in corso. Commenta Romano Guardini nel suo libro Il Signore:

Gesù “è il Dio del cuore. Qui Dio si manifesta come Dio scosso dall’afflizione del cuore umano, e ci rivela il suo volto. Di lui è detto poco quando la filosofia lo chiama l’Assoluto, l’eternamente Immutabile. Egli è il Vivente, il Vicino, colui che viene in santa libertà. E’ l’amante, colui che in carità non è soltanto l’esecutore, ma l’agente. Ma che significa tutto questo se il mondo continua per la sua vecchia strada? Dappertutto muoiono bambini, dappertutto madri piangono e padri stanno in angustie. Dappertutto sorelle abbandonate. Dappertutto vite schiantate, troncate per sempre – e dovrebbe, come si presume, essere da Dio questa scena del mondo? Dio guarda ognuno di noi come alla madre di Nain dietro la bara”.

3. Dove sta la perfetta letizia?

Ai nostri giorni, in questo scorcio d’epoca definita delle “passioni tristi”, si respira un insopportabile odore di morte che ci assedia da ogni lato e ristagna nelle falle del pavimento etico della città, si insinua nelle crepe delle case, si infiltra negli interstizi del cuore umano. “Quanto più l’area della solitudine si allarga, in estensione e in profondità, tanto più la soglia della differenza fra la morte e la vita si assottiglia” (L. Alici). E’ vero: siamo intossicati da un irrespirabile fetore di morte.

La sbornia di un consumismo avido di possesso ha portato alla esaltazione della logica del “produrre per consumare e del consumare per produrre” e di lì al suicidio morale del produttore e del consumatore, come recita implacabile una scritta che continuo a leggere sui muri della nostra università: “Produci – consuma – crepa”. Un edonismo voglioso e sempre più eccitato, che ha ridotto la sessualità a gioco e consumo, si è fatalmente rovesciato nella caduta del desiderio stesso.

Una concezione della libertà, svincolata da ogni rapporto con la verità, ha portato ai macabri trionfi della violenza e al collasso della stessa libertà. Una interminabile onda di sangue sta sommergendo persone sole, famiglie sole, sino agli esiti più disperati del lasciar morire e del lasciarsi morire, dell’uccidere e dell’uccidersi.
Eppure la sete di felicità continua a provocare un’arsura bruciante: tu l’hai avvertita, carissima Laura.

E’ vero: la marea di morte, che va salendo in modo impressionante, non ti ha neanche lambito, ma tu, generosa e sensibile come sei, correvi forse un altro pericolo: quello di rimanere a terra, “al palo”, come si dice, tormentata e indecisa, senza riuscire a scegliere nessuna direzione, rischiando, alla fine, di farti “scegliere dalla vita”, di ripiegarti su te stessa, di ingarbugliarti, insomma di sopravvivere a te stessa. Ma un giorno è passato Gesù, con i suoi discepoli, Francesco e Chiara, e con tutta la scia dei loro figli e figlie.

Gesù ti ha guardato, si è invaghito di te, ti ha chiamato per nome e ti ha detto: “Laura, lo dico a te: alzati!”. Ti sei sentita amata, ti sei alzata in piedi e l’hai seguito, e alla sua sequela hai percepito il grido lacerante di Francesco: “L’Amore non è amato!”.
Poi il Poverello ti ha messo alla scuola di Chiara, e lei ti ha insegnato la strada della felicità e della perfetta letizia: è la strada della vita come la più sorprendente storia d’amore possibile in questo mondo.

E’ stato l’amore a farti scegliere la povertà, non tanto per carenza, ma per sovrabbondanza, perché avevi scoperto il tuo tesoro: Dio, come tuo unico bene. Hai trovato il Tutto, hai rinunciato a tutto e hai cantato, felice: “Mio Dio, mio tutto”. Come Chiara hai detto: “Amo la povertà, perché è stata amata da Gesù”.

Non ti sei sentita come una pietra di scarto, ma sei stata raccolta dalle mani del Signore che ti ha reso pietra scelta e preziosa ai suoi occhi. Allora, in uno slancio d’amore, hai deciso di donarti a lui con tutta te stessa, perfino con il tuo corpo, e hai sperimentato la feconda dolcezza della verginità, che ti fa sentire tutti come fratelli, tanti come amici, ma innamorata di un solo Sposo, che ti renderà madre di molti figli. Nella tua giovinezza hai provato l’ebbrezza della libertà, ma anche le sue vertigini, e l’Amore ti ha portato a donare tutta la tua volontà nella scelta dell’obbedienza, convinta che “chi regala la propria libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela” (Don Milani). E la clausura? Mi pare di capire che non la vuoi affatto subire, ma intendi viverla come hai scritto: “come una delle risposte possibili alla domanda del Signore: Stai con me”.

Del resto non è forse vero che “chi vive nell’amore, partecipa di tutto il bene che c’è – e si fa! – nel mondo” (s. Tommaso Aq.)?
Sorella carissima, mi ha colpito quanto hai scritto sul Ponte: “Anche quando percorriamo sentieri ingarbugliati, i nostri passi sono sempre accompagnati dal filo rosso della grazia del Signore, che lavora misteriosamente e non si attorciglia mai!”. Lascia allora che ti sosteniamo nel tuo canto di lode, formulato con la melodia del salmo responsoriale (n. 30), nella versione metrica di David Maria Turoldo:

O Signore, mi hai strappato ancora alla morte, / quando stavo per scender la fossa / hai voluto ridarmi la vita. / Hai mutato il mio pianto in danza, / il mio sacco in veste di gioia, / perché io ti canti per sempre: / o Signore, mio Dio, per sempre.

Che questo canto non si spenga mai nella tua vita, cara Suor Laura, e che la tua danza agile e lieta non abbia mai fine. Mai!

Rimini, Chiesa di san Bernardino, 9 giugno 2013

+ Francesco Lambiasi

(11 giugno 2013)