Il nostro carisma

“Francesco e Chiara: due nomi,
due vocazioni che evocano
i valori evangelici della povertà,
della pace e della preghiera”

(Giovanni Paolo II)

Francesco

Francesco nasce ad Assisi verso il 1182 nella famiglia di un ricco mercante di stoffe.

All’età di 9 anni viene mandato alla scuola di San Giorgio, per imparare i rudimenti della formazione culturale. Con il raggiungimento della maggiore età (14 anni) inizia ad aiutare il padre nel commercio e trova adito nella brigata dei danzatori (della quale per vari anni sarà il capo), che a passo di danza percorre le strade di Assisi, proponendo sulle piazze balli mondani e religiosi.

Nel 1202 partecipa alla guerra contro Perugia e, dopo esser stato ferito, viene fatto prigioniero. Per un anno intero deve attendere nell’oscuro carcere di Perugia, ammalato e disperato, prima che suo padre riesca a riscattarlo. Tornato ad Assisi, affascinato dall’ideale cavalleresco, vuole partire per la Puglia, per mettersi al servizio del cavaliere Gualtiero di Brienne. Lungo il viaggio avverte la voce del Signore, che lo porta a desistere da questo progetto, e a dedicarsi a Lui. Dopo aver rinunciato all’eredità paterna, conduce una vita eremitica e si dedica a restaurare chiese.

Nella chiesa di S. Maria degli Angeli, ascoltando il vangelo nel quale Cristo invia i suoi apostoli in missione, capisce che questa è la volontà di Dio per lui, ed inizia l’evangelizzazione itinerante. Molti uomini vengono attratti dal suo stile di vita, e lo seguono; così Francesco si reca con loro a Roma nel 1209 per chiedere al papa l’approvazione della Regola. Compie numerosi viaggi apostolici attraverso l’Italia, e si spinge anche in Terra Santa.

Nel 1220 rinuncia al governo dell’Ordine, che nel frattempo si è esteso in tutta l’Europa, ma continua l’opera di evangelizzazione, che alterna a lunghi periodo di silenzio e preghiera. In questo periodo scrive anche una nuova Regola, che sarà approvata dal Papa Onorio III, il 29 novembre 1223.

Il 14 settembre 1224, durante la Quaresima di San Michele, sul monte della Verna, riceve le stimmate.

Il 3 ottobre 1226, consumato dalle fatiche e ormai cieco, si fa portare alla Porziuncola, dove accoglie la morte cantando.

Chiara

Chiara nasce ad Assisi intorno al 1193 da nobile famiglia cavalleresca.

Riceve della madre Ortolana i primi rudimenti della fede, e fin da piccola si distingue per la bontà, che la porta a condividere i suoi beni con i poveri.

Verso il 1210 incontra Francesco, e si affida al suo consiglio, per ricercare la volontà di Dio.

La notte della Domenica delle Palme del 1211 è accolta a S. Maria degli Angeli da Francesco, che la consacra a Dio. Dopo una breve sosta in un monastero di benedettine e in un comunità di penitenti, è condotta a San Damiano, dove rimane fino alla morte. La fama della sua santità si sparge per le città vicine, e molte donne (tra cui le due sorelle e la madre), attratte dal suo esempio, la seguono a S. Damiano e negli altri monasteri ispirati al suo carisma, che vengono fondati in tutta Italia e in Europa, tra cui quello di Praga, eretto dalla principessa Agnese di Boemia, a cui Chiara indirizzerà quattro lettere.

Volendo che la sua famiglia religiosa si distinguesse con il nome della povertà, chiede ed ottiene dal Papa il “privilegio della povertà”, cioè il privilegio di non avere privilegi.

Nutre un intenso amore per l’Eucaristia, tanto che, pur afflitta per circa trent’anni da un grave malattia, che la confina al letto, si fa sollevare e sorreggere per filare lino per la preparazione di corporali, da inviare alle varie chiese di Assisi. In questi anni di continua sofferenza fisica, non si ode da lei una mormorazione, né un lamento, ma sempre il ringraziamento e la lode.

Nel 1247 inizia a scrivere la Regola, che solo due giorni prima della sua morte viene approvata da Papa Innocenzo IV.

Muore l’11 agosto 1253, e le sue ultime parole sono ancora una volta di lode e di gratitudine: «E tu Signore sii benedetto, che mi hai creata».

La vocazione

Francesco, dopo aver lasciato la casa del padre perché la vita condotta fino ad allora non lo soddisfaceva più, cerca qualcosa che lo possa accontentare pienamente; non trova però qualcosa, ma qualcuno: Cristo. Da qual momento la sua anima è tutta assetata del suo Cristo. La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo.

Quando Chiara si rivolge a lui per essere illuminata, Francesco non ha da proporle altro che il cammino da lui percorso. Per questo anche Chiara abbandona la casa, i parenti e il mondo per essere tutta di Cristo. Accoglie con cuore ardente ciò che Francesco le va insegnando intorno a Cristo e si converte a Lui per mettersi al suo servizio.

Dalla ‘Leggenda dei tre compagni’

Un giorno, mentre ascoltava la messa, udì le istruzioni date da Cristo ai suoi discepoli quando li inviò a predicare: che cioè per strada non dovevano portare né oro, né argento, né borsa, né bisaccia, né pane, né bastone, né calzature, né due tuniche. Aiutato poi dallo stesso sacerdote a comprendere meglio queste consegne, colmo di gioia indicibile esclamò: «Questo è ciò che bramo realizzare con tutte le mie forze!». E fissando nella memoria tutto quello che aveva udito, si impegnò ad eseguirlo lietamente… Mise tutta la sua sollecitudine interiore a intendere bene e realizzare i suggerimenti della nuova grazia. Ispirato da Dio cominciò ad annunziare la perfezione del Vangelo e a predicare la penitenza, con semplicità.

Dalla leggenda di S. Chiara

Chiara si affida tutta al consiglio di Francesco, scegliendolo come guida dopo Dio per dirigere la sua vita. E da allora la sua anima è attaccata ai suoi santi ammonimenti e accoglie nel suo petto ardente tutto ciò che egli annunzia con i suoi discorsi sul buon Gesù.

La regola di vita

Francesco e Chiara sono convinti che la loro regola non è niente altro che il Vangelo: loro compendio, midollo e anima.
Nella ricerca dell’orientamento della loro vita, essi s’imbattono nel Vangelo; solo il Vangelo pone termine alla loro ricerca: per questo il Vangelo è anche la prima cosa che nominano quando descrivono a parole la loro esperienza e la loro chiamata. Francesco e Chiara intendono il Vangelo come incontro con Cristo, una comunicazione dell’Altissimo, un discorso di Qualcuno a qualcuno, un testo da intendere in modo del tutto personale, che esige una risposta e un luogo sacro di incontro. Essi accolgono il testo con l’atteggiamento dei contemplativi, con intuizione e amore immedesimante. Quel testo che quotidianamente ascoltano nella liturgia diventa parte integrante della loro vita e la parola evangelica diventa il loro modo di pensare e di parlare.
Dalla Regola di S. Francesco
La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.
Dalla Regola di S. Chiara
La Forma di vita dell’Ordine delle Sorelle Povere, istituita dal beato Francesco, è questa: osservare il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.

La preghiera

Seguire Cristo e vivere il Vangelo libera Francesco e Chiara dal vivere per se stessi e li fa essere “preghiera vivente”: essi vogliono che le loro comunità siano nutrite di contemplazione, di liturgia e di preghiera. L’accoglienza del dono dello Spirito, la preghiera e la contemplazione diventano la forza trasformante della loro esistenza, cosicché la loro vita diventa per i fratelli e le sorelle scuola di preghiera. A ragione si può dire di entrambi quanto Tommaso da Celano dice di Francesco: «Non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente».
Dalla Leggenda perugina
Dopo avere scelto i frati che intendeva condurre con sé, il beato Francesco disse loro: «Nel nome del Signore, andate per via a due a due con atteggiamento conveniente, e soprattutto osservando il silenzio dal mattino fino all’ora terza, pregando il Signore nei vostri cuori. Parole oziose e inutili nemmeno siano nominate tra voi. Pur essendo in cammino, il vostro comportamento sia così dignitoso, come se foste in un romitorio o in una cella. Infatti dovunque siamo e andiamo, noi abbiamo la cella con noi: fratello corpo è la nostra cella, e l’anima è l’eremita che vi abita dentro per pregare il Signore e  meditare su di lui. Perciò se l’anima non rimane in tranquillità e solitudine nella sua cella, di ben poco giovamento è per il religioso quella fabbricata con le mani».
Dalla Leggenda di S. Chiara
Quanta energia acquistasse nella fornace nella preghiera fervente e quanto si rallegrasse nella fruizione della bontà di Dio lo dimostrano ripetuti indizi. Infatti, quando ritornava gioiosa dalla santa orazione, dal fuoco dell’altare del Signore riportava parole calde, tali che accendevano il petto delle sorelle. Esse infatti notavano la grande dolcezza che usciva dalla sua bocca e il suo volto appariva più luminoso del solito. Certamente Dio, nella sua dolcezza, aveva preparato una mensa alla poverella e la luce vera, che nella preghiera aveva riempito la sua mente, si rivelava fisicamente all’esterno.

Il lavoro

Nella vocazione francescano-clariana il lavoro è una delle caratteristiche salienti, insieme alla vita fraterna e alla povertà. In particolare per Chiara, lavorare rappresenta lo stile di vita in minorità e servizio reciproco, ed esprime soprattutto il desiderio di condivisione con i poveri e di conformazione al Signore Gesù.  La nostra vita è ritmata dall’alternarsi di preghiera e lavoro: lungi dall’opporsi, infatti, preghiera e lavoro si intersecano, si completano e si alimentano a vicenda in un circolo vitale. La preghiera ispira la volontà e il gusto di lavorare con fedeltà; a sua volta l’operosità del lavoro tiene acceso il desiderio della preghiera.

Dal Testamento di S. Francesco

Io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio  fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà.

E quelli che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma  per dare l’esempio e tener lontano l’ozio.

Dalla Leggenda di S. Chiara

Chiara vuole che a certe ore le sorelle lavorino con le proprie mani, affinché subito con l’esercizio della preghiera tengano sempre vivo il desiderio del Signore e, abbandonando il torpore della negligenza, sostituiscano il freddo della mancanza di devozione con il fuoco del santo amore.

 

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