“Respiri” di silenzio

Il silenzio c’introduce in una «atmosfera indispensabile dello spirito», come diceva Paolo VI, in un’eredità che ci viene da Dio stesso, che ha creato la vita abitando con la sua Parola creatrice il «profondo silenzio che avvolgeva tutte le cose» (Sap 18,14). E il silenzio è importante non solo per motivi di ordine spirituale, ma anche psicologico, perché ci aiuta a «sviluppare la capacità di concentrazione, rielaborare le esperienze, conoscere se stessi, approfondire la conoscenza degli altri e seguire con calma i sentieri della propria immaginazione» (Anna Olivero Ferraris, psicologa), ma soprattutto ad imparare l’arte di ascoltare, rendendoci capace di relazioni più vere e profonde con il Signore e con i fratelli.

Oggigiorno appare ancora più necessario attingere da questo scrigno di benessere per combattere il logorio del corpo e dello spirito, a cui contribuiscono il sottofondo di rumori che accompagna ogni giornata e i frenetici ritmi di vita. Ma come ritagliarsi qualche spazio per fermarsi a “respirare” il silenzio?

Ecco tre dritte per ossigenarsi con la sua aria preziosa.

Innanzitutto occorre scegliere con cura le condizioni migliori di spazio e di tempo. Il luogo può variare di volta in volta, a seconda degli stati d’animo e dei gusti, ma deve avere la caratteristica di essere tranquillo, ancor meglio se solitario: non c’è bisogno di andare necessariamente fuori casa, perché, se stacco la spina a voci e rumori, va bene anche la mia camera, o un’altra stanza; tuttavia alcuni posti, con il loro raccoglimento (una chiesa o una cappella) o la loro suggestione (una cima alpina, un bosco, la riva del mare…), favoriscono particolarmente il silenzio e la meditazione. Per quanto riguarda il tempo, è consigliabile puntare sui momenti più tranquilli della giornata al mattino o alla sera, ma posso sfruttare anche la pausa pranzo o un angolo di relax ritagliato tra le varie occupazioni.

Una volta trovate queste condizioni, bisogna passare dal silenzio esteriore a quello interiore, cercando di attenuare le tante voci di pensieri, inquietudini e fantasie che mi si affollano nella mente. Per fare ciò posso aiutarmi con alcune attenzioni: trovare una posizione rilassata (ma non troppo, per non rischiare di addormentarmi!), chiudere gli occhi o fissarli su un punto senza vagare in qua e in là, rimanere il più possibile fermo e con la schiena eretta, per consentire una profonda respirazione e sintonizzarmi con la mente su di essa.

È assai probabile che a questo punto, dovendo fare i conti con un livello di “inquinamento acustico” interno difficile da gestire, potrei scoraggiarmi e avere la tentazione di lasciar perdere. Posso gettare la spugna, oppure con pazienza ricreare le condizioni esteriori: man mano che assaporerò la bellezza del silenzio, troverò la forza e la gioia di inoltrarmi sempre più avanti.

Questa è la fase che caratterizza il “silenzio cristiano” rispetto a quello di altre spiritualità e pratiche meditative non cristiane. Il nostro silenzio, infatti, non è uno spazio vuoto per la ricerca del nirvana, ma la via d’accesso per entrare nella “cella” del cuore ed aprirsi all’ascolto di se stessi e del proprio profondo. È lì, infatti, che Dio abita, facendo risuonare la sua voce nei desideri, intuizioni e parole che vi trovo. Certamente più alto avrò tenuto il “volume” interiore, più questa voce risulterà impercettibile o addirittura assente, poiché essa non è simile ad «un vento impetuoso e gagliardo, a un terremoto, o ad un fuoco», ma al «sussurro di una brezza leggera» (1Re 19,11-12). Può succedere, soprattutto all’inizio, che mi ritrovi col cuore “vuoto”, allora sarò tentato di dire che Dio non parla e che è tutta una suggestione. Anche qui occorre avere pazienza e allenarsi tanto nell’ascolto, perché, se è vero che si fa esperienza anche del silenzio di Dio, il suo non è mai un silenzio muto e sordo, ma un modo di comunicare altro rispetto alla parola, un modo che in determinate circostanze può rivelarsi più efficace ed eloquente di qualsiasi discorso. Quando, dunque, sperimenterò l’assenza della sua voce, prima di domandarmi: “Dov’è Dio?”, dovrei chiedermi con franchezza: ”Dove sono io?” o “Che ascolto gli ho prestato?”…

 

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