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Verso la Chiesa che sogniamo

2017giu3

Intervento conclusivo all’Assemblea Sinodale Diocesana

Al termine di questa bella Assemblea, vorrei provare a dare dei contorni più definiti al sogno di Chiesa che lo Spirito del Signore in questi due giorni ci ha dato la gioia di abbozzare.

Sogniamo una Chiesa fraterna. L’essere umano è strutturalmente dialogico e comunitario. Potremmo dire che nel suo DNA si porta l’immagine trinitaria. Dunque è un essere costitutivamente relazionale, e perciò allo stesso tempo ricca e povera: ha bisogno di dare e di ricevere: non solo dare, ma dare e ricevere. Il saper ricevere (gratitudine) è importante quanto il saper dare (gratuità). Ciò vale anche per la comunità cristiana, chiamata a vivere quella profonda relazione umana qual è la fraternità. La comunità cristiana ha come origine e modello Gesù e la comunità dei discepoli da lui avviata negli anni della attività pubblica, ma generata con la sua Pasqua-Pentecoste. Nella comunità cristiana la fraternità evangelica rappresenta un di più di umanità, non un di meno: la struttura creazionale e relazionale della persona viene approfondita e dilatata. Viene contrassegnata dalle note immancabili dell’amore: la gratuità, la reciprocità, l’universalità, che trovano in Gesù il modello e la sorgente: “Come io ho amato voi”. Logicamente ci aspetteremmo: come io ho amato voi, così voi amate me”. Invece no. “amatevi gli uni gli altri”. E’ amando i fratelli che si ricambia l’amore del Padre. Come in ogni vera famiglia.”Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli”: questa affermazione di Gesù taglia corto su ogni eventuale tentazione della comunità di chiudersi in se stessa. Animata e costituita dall’amore fraterno, la comunità deve stare ben visibile (e questa è la vera visibilità del Vangelo, non altra!) di fronte al mondo, a tutto il mondo, come l’alternativa della fraternità all’egoismo, della vita alla morte, della libertà alla schiavitù. Una Chiesa fraterna è una Chiesa che sbriciola muri e lancia ponti. Benediciamo il Signore perché la nostra Chiesa ha superato la logica dei confronti tra associazioni e movimenti, tra istituzione e carismi, tra conservatori e progressisti. Certo, il diavolo della divisione continua a girarci intorno cercando sempre qualcuno da addentare, ma rendiamo grazie a Dio se il tasso di litigiosità si è abbassato di molto. E però continuiamo a vigilare perché la vita fraterna delle e nelle nostre comunità è sempre a rischio.

Sogniamo una Chiesa povera. Oggi noi non siamo la Chiesa riminese di ieri, potente in opere e parole, ricca in numeri e strutture. Possiamo dire che siamo una Chiesa umiliata. Ma dobbiamo convertirci: da umiliati, dobbiamo diventare umili. E’ vero: ci ritroviamo in pochi: meno preti, meno suore e frati, meno laici. Il rischio è di cadere nell’equivoco che tutto vada risolto aumentando il lavoro. Il fatto è che, siccome siamo in pochi, vogliamo fare il lavoro di quando eravamo in tanti. Una volta eravamo in cento? Non possiamo fare lo stesso lavoro se oggi siamo in dieci. Siamo fuori strada. Se oggi siamo in dieci, accettiamo serenamente questo limite. Ma una Chiesa è evangelicamente povera se non solo è per i poveri, ma se è un Chiesa con i poveri, fatta di e da poveri. Se non solo evangelizza i poveri, ma se si lascia evangelizzare da loro.”La povertà è uno dei modi in cui la realtà della Chiesa si fa visibile, il suo mistero si fa leggibile e persino credibile” (B. Maggioni). La povertà della Chiesa è vera se rispecchia la povertà di Gesù, che “da ricco si è fatto povero” (2Cor 8,9) e non aveva né nido né tana, che è morto nudo su una nuda croce, lasciandosi spogliare della sua tunica inconsutile, lasciandosi espropriare dei suoi beni più cari, sua Madre e i suoi discepoli.      Sogniamo una Chiesa fedele alla logica della Croce, non soltanto nella fede o nella devozione dei singoli, bensì nelle sue istituzioni, strutture, metodi e opere.

Sogniamo una Chiesa missionaria: non arroccata all’interno dei suoi bastioni, ma aperta all’evangelizzazione dei poveri, ferma nel rifiutare i raggiri e gli strumenti della sapienza mondana, per affidarsi totalmente alla debolezza della Croce. Sogniamo una Chiesa missionaria, che si lasci pungere dalla spina di una domanda urticante: sentendo le nostre parole, osservando le nostre opere, esaminando i nostri criteri di scelta, squadrando le nostre manifestazioni, che cosa penseranno di noi coloro che ci osservano dall’esterno, quanti non credono o appartengono ad altre religioni? Quale Dio mostriamo loro: è il Padre-Abbà di Gesù di Nazaret venuto a lavarci i piedi o il dio-bankomat su cui investiamo con prestazioni e mortificazioni per poi riscuotere qualche raro favore o qualche grazia assai costosa? Una Chiesa è missionaria se non fa del proselitismo: e cioè se non punta a fare colpo, se non fa propaganda, se non lancia un’accanita campagna pubblicitaria, se non fa show, ma fa mistero, se prima di dare risposte, ascolta le domande, e prima ancora diventa essa stessa domanda, per cui gli altri dovrebbero chiederci: ma come fate voi a vivere una vita così? La missione si fa per contagio. Una Chiesa è missionaria se è fatta da persone-anfore (EG 86).

Sogniamo una Chiesa che ascolta. Dobbiamo riconoscerlo. La nostra pastorale è super-accelerata. Corriamo da un impegno all’altro, da una riunione all’altra, da una iniziativa all’altra. Si potrebbe chiamare una pastorale secondo Marta. Sì, perché Marta si è data da fare per Gesù, ma a spese dell’ascolto. E la parola del Signore viene prima anche del lavoro per lui. Anche l’attività caritativa, come l’organizzazione della mensa per i poveri, viene dopo il servizio della Parola e la preghiera: vedi Atti degli Apostoli… Abbiamo bisogno di dedicare tempo all’ascolto della Parola. Non riempiamoci di cose da fare. Le nostre agende sono fitte zeppe di conferenze, celebrazioni, amministrazioni. Non pensiamo di dar gloria a Dio, moltiplicando le iniziative. Tutte cose da fare. Dobbiamo fare spazio all’ascolto della Parola. Bisogna organizzare la parrocchia, la vita parrocchiale, in modo da creare spazi di ascolto della Parola, che non siano marginali, ma centrali. Ma c’è un tempo libero per andare a trovare le persone, per accoglierle, per ascoltarle?

Sogniamo una Chiesa lieta e inquieta. Non una Chiesa burocratica, la cui cosiddetta “formazione” non genera persone critiche, ma al massimo dei funzionari.

Sogniamo una Chiesa viva e vitale anche in futuro, non perché ci illudiamo sulla indefettibilità dei suoi figli, ma perché ci fidiamo della fedeltà del Padre-Abbà di Gesù e della insonne creatività del suo Spirito, che non si stanca di scuotere la Chiesa e di renderla capace di intercettare la novità del futuro, di ripulirne l’immagine da macchie e da scorie, di guarirla da dipendenze, affezioni e grave patologie.

Rimini, Sala Manzoni, 3 giugno 2017

+ Francesco Lambiasi

(3 giugno 2017)